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Cisti sacrococcigea: di che si tratta?

La cisti al coccige

Dr. Luigi Basso, specialista in proctologia. 


La cisti scacrococcigea, anche detta malattia pilonidale è una patologia dermatologica che interessa l’area sacrococcigea; il dr. Luigi Basso, proctologo, ci illustra tutto quello che c’è da sapere su questa malattia.

Che cosa è la cisti sacrococcigea o malattia pilonidale o “sinus pilonidalis”?

Si tratta di una patologia chirurgica acquisita che coinvolge il sottocute (e, quindi, “dermatologica”), causata da peli che si “incarniscono” e infettano a partire dalla linea mediana della regione sacrococcigea, come dimostrato dagli studi del mio mentore John Bascom, sin dagli anni ’80.

Ciò spesso avviene in seguito a microtraumi (“jeep disease”), specialmente in soggetti irsuti, con un meccanismo di vero e proprio “risucchio” e formazione di tramiti fistolosi e cisti contenenti peli, inizialmente a partire dalla linea mediana ma estendendosi poi spesso, in modo più o meno complesso, lateralmente.

Il nome latino “sinus pilonidalis” deriva da “pili nidus”, a richiamare il fatto che si tratta proprio di raccolte o “nidi” di peli, circondate da una reazione flogistica del sottocute.

Chi colpisce, più frequentemente, la malattia pilonidale?

Sono più colpiti i maschi, con un rapporto M : F di 3 : 1, a partire, in genere dalla pubertà e fino ai 35 – 40 anni.

Come si cura la cisti sacrococcigea?

A parte casi sporadici che possono temporaneamente beneficiare da detersione e depilazione locale accurate, la terapia chirurgica è l’unica in grado di guarire e risolvere la cisti sacrococcigea. Le tecniche di asportazione chirurgica più diffuse sono quelle “aperte”, “chiuse” e di “marsupializzazione”, che prevedono l’asportazione sia dei tessuti malati sia dei tessuti sani tra questi compresi, risultandone ampie ferite chirurgiche.

Le tecniche “aperte”, in particolare, sono spesso gravate da tempi di guarigione molto lunghi (2 o 3 mesi) durante i quali bisogna eseguire medicazioni spesso dolorose.

Le tecniche “chiuse”, invece, vanno frequentemente incontro a deiscenza (od apertura) dell’ampia ferita chirurgica. Talvolta, specie dai chirurghi plastici, vengono eseguiti “lembi” di ricostruzione, più o meno complessi.

Esistono degli efficaci metodi alternativi di terapia chirurgica mini-invasiva della malattia pilonidale o cisti sacrococcigea?

Negli ultimi 35 anni si sono affermati validi metodi di terapia chirurgica mini-invasiva della malattia pilonidale che, invece di prevedere la escissione di grandi quantità di tessuto della regione sacrococcigea, con risultanti grandi ferite, si limitano alla rimozione dei soli tessuti malati, con tempi di guarigione molto più rapidi e pressoché indolori e con esiti estetici impercettibili.

Il capostipite di queste tecniche è l’intervento di J. Bascom, introdotto nel 1980 e poi lievemente modificato nel 2008 da autori Israeliani (Gips et al.) che, in sostanza, non hanno fatto altro che introdurre l’impiego di “punch” da biopsia onde, mediante “carotaggio”, rendendo l’asportazione della sola fistola (“fistulectomia”) e della sola cisti (“cistectomia”) più comode e rapide.

I principi su cui si basa questa tecnica sono, tuttavia, gli stessi propugnati di Bascom sin dal 1980. L’approccio, deve essere il più laterale possibile (in ossequio alla regola dello “stai lontano dal fosso” di J. Bascom). Seguendo questo principio ed anche quello di adattare l’intervento al singolo paziente e non viceversa, ritengo di avere perfezionato la tecnica mini-invasiva combinando sia la tecnica di Bascom che quella di Gips.

Secondo una brillante definizione di J. Bascom, in caso di malattia pilonidale, poiché questa è, a tutti gli effetti, una malattia del sottocute, procedere ad ampie e profonde escissioni equivale a “tagliare la testa ad un paziente solo perché ha un foruncolo sul mento”.

Che problematiche particolari presenta qualsiasi tecnica di escissione di cisti sacrococcigea?

La problematica più frequente è la recidiva della malattia, caratteristica insita nella condizione morbosa stessa e che può verificarsi sia dopo le tecniche chirurgiche tradizionali sia dopo quelle mini-invasive (5 – 6% nella casistica personale degli ultimi 500 pazienti), essendo – la tendenza alla recidiva – una caratteristica propria della malattia.

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