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Elaborazione del lutto e della separazione: i consigli dell’esperto

Pubblicato il 24/10/2016
Elaborazione del lutto e della separazione: i consigli dell’esperto | Pazienti.it

Dr.ssa Daniela Benedetto, specialista in psicologia e psicoterapia. 


Dopo un lutto o una separazione, non è semplice ritrovare l’energie per affrontare la quotidianità. Certi distacchi vanno metabolizzati e affrontati in tutte le loro fasi. Abbiamo chiesto alla dr.ssa Daniela Benedetto, psicologa, cosa fare per ritrovare l’equilibrio e la forza.

Quali sono le fasi dell’elaborazione del lutto?

Quando parliamo di lutto non possiamo che comprenderne il senso cominciando a definirlo quale processo necessario all’individuo per elaborare una perdita.
L’essere umano infatti ha bisogno di creare dei legami forti di sicurezza, accudimento e protezione che a partire dalla prima infanzia si strutturano in relazione alle figure primarie di attaccamento.

L’attaccamento, come ci spiega Bowlby, fin dalla nascita è diretto verso pochi specifici individui e perdura nel corso del ciclo di tutta la vita.
L’eventuale perdita di una persona o la minaccia della sua imminente scomparsa può scatenare un’ansia intensa e una reazione emotiva forte. È questa una naturale difesa dell’individuo nel tentativo ‘innato’ di ristabilire quanto prima quel legame che era stato sentito come necessario e assoluto, sia in termini di vicinanza con il defunto che in termini di identità personale e relazionale.

Si possono presentare difficoltà ad accettare la perdita (come se fosse non reale), lottare per trovare un senso alla morte (attaccandosi a quelle che sono le credenze o aspettative religiose tipo: la persona amata è assieme a Dio e non soffre più), difficoltà a ridefinire i nuovi obiettivi di vita.

Ma ancora possiamo assistere alla difficoltà ad accettare la casualità degli eventi (il non averne il controllo), sentirsi responsabili e biasimarsi per cercare di ridefinire il proprio ordine delle cose, la giustizia dei fatti (ad esempio senso di impotenza di un genitore per la morte di un figlio).

Il lutto è quindi legato alle re-azioni psicologiche, comportamentali, sociali e fisiche legate alla perdita. Dobbiamo osservarlo come un processo la cui evoluzione dipende da molti fattori ed è quindi considerato ‘dinamico’.

Infatti, dopo il primo impatto, che ha una durata soggettiva variabile, cominceremo a confrontarci con le nostre emozioni, a riconoscerle e ad avvicinarci , sia pur dolorosamente, affrontando la realtà della mancanza e tutto ciò che questa comporta. Dobbiamo riadattarci alla nuova vita sia nei confronti del defunto stesso, al dolore per la mancanza del nostro caro, ma anche per ciò che questa comporta rispetto alla nostra identità personale (come mi percepisco-mi percepiscono senza di lui/lei), al senso della vita e a come cambiano e si riadattano le relazioni sociali.

Stiamo parlando di elaborazione del lutto, il processo che ci permette di gestire in maniera attiva la perdita.

Per riassumere, le tre fasi principali ‘fisiologiche’ del lutto sono di:

  1. Evitamento: la re-azione iniziale e cioè il tentativo di opporci a (non accettare) ciò che è successo, incapaci di comprenderne il senso e di sostenere la perdita. Questa fase è segnata da ‘re-azioni’ emotive e sentimentali, tristezza, rabbia, colpa e auto-rimprovero, ansia verso la capacità di prenderci cura di noi stessi o verso la nascente consapevolezza anche della nostra mortalità, confusione, intorpidimento, stanchezza, impotenza, solitudine, shock, sollievo. Pofi ci sono le re-azioni fisiche e comportamentali: disturbo del sonno e dell’appetito, vuoto allo stomaco, affanno, debolezza muscolare ….e sul piano cognitivo: incredulità, confusione, difficoltà di concentrazione, diminuzione degli interessi.
  2. Confronto emotivo: è il momento successivo, doloroso, in cui incominciamo a confrontarci con la perdita e gradualmente ne comprendiamo l’impatto in termini di mancanza, identità e di relazione sociale.
  3. Accomodamento: il processo di adattamento prende la mano verso la ri-lettura del mondo attraverso nuovi reinvestimenti emotivi ed osservando il nostro caro deceduto con una percezione amorevole dove il dolore ha lasciato il passo al vissuto di un ‘amore a distanza’.

L’elaborazione del lutto nei bambini: che consiglia?

I bambini sono i bersagli più sensibili alla perdita di una persona cara (ad esempio di un genitore), perché viene minata la loro sicurezza rispetto ai bisogni primari che includono quelli biologici di sopravvivenza, ma soprattutto quelli affettivi, di relazione, di attaccamento che costituiscono la base per il suo senso del sé.

In età prescolare, la perdita di un genitore per il bambino ha un effetto così devastante che è difficile stabilire una linea di confine tra il sentimento del dolore e l’inizio di un trauma. Sono due processi interconnessi e la prevalenza dell’uno sull’altro dipende da fattori quali l’età del bambino, lo sviluppo cognitivo ed emotivo, le circostanze in cui è avvenuto il decesso, l’aver assistito, le modalità adottate per comunicare al bambino l’evento, l’ambiente circostante (le reazioni degli adulti a lui vicino), il sostegno ricevuto durante le varie fasi.

Ci sono degli aspetti che un genitore non può non considerare quando si trova di fronte a una grave perdita che coinvolge anche i propri figli:

  • Al bambino deve essere data subito una comunicazione chiara e trasparente di ciò che sta succedendo, la malattia, il decesso. Infatti, se un bambino vive certe sensazioni (angoscia e preoccupazione in casa ad es.) e invece gli viene nascosta la realtà, si sente lacerato da un senso di sfiducia nelle proprie percezioni e viene minata la possibilità di affidarsi all’adulto per comprendere ciò che sta succedendo. Lasceremmo in poche parole il piccolo (ma ciò vale anche per l’adolescente), solo, di fronte ai propri vissuti di dolore, a eventuali sensi di colpa non compresi, e alla propria rabbia, senza aiutarlo a dare un giusto senso a ciò che sta provando.
  • Sarebbe meglio che sia il genitore (o i genitori se si tratta di un nonno ad es.) a comunicare la grave perdita al bambino, direttamente e di persona; in via subordinata chi è più prossimo affettivamente.
  • Il genitore o la persona più vicina al bambino in quel momento, deve lui per primo aver compreso se stesso rispetto alla perdita: questo per evitare di essere ancora più confusivi nei riguardi del piccolo.
  • Usare parole chiare, precise senza eufemismi tipo ‘l’abbiamo perduto, ‘si è addormentato’ ma invece dire chiaramente che il genitore non sarà più con lui, che non voleva morire, che non tornerà più e che il piccolo non è causa della morte del defunto.
  • Accertarsi che il bambino abbia compreso bene, dargli la possibilità di fare domande, anche le stesse più volte (in specie i bimbi tra i 3 e i 5 anni chiedono spesso ‘perché’).
  • Rispettare i tempi di comprensione del bambino e tranquillizzarlo rispetto ai vissuti emotivi che sta provando (tristezza, rabbia, sensi di colpa, confusione e risvolti somatici). Il bambino potrebbe alternare momenti di distrazione, gioco a momenti di profondo dolore e oltre a vivere questa alternanza ne sarà preoccupato. È pertanto importante spiegare che ciò che sta provando è del tutto normale in considerazione del fatto che è dispiaciuto e/o arrabbiato per la perdita. Così come spiegare che non è colpa sua (se e quando ci manifesterà sensi di colpa ad es. per aver provocato la morte del genitore, magari a seguito di un capriccio).

La psicoterapia può aiutare a superare un lutto o una perdita?

La psicoterapia interviene quando il processo fisiologico del lutto si è bloccato.
Come già delineato, abbiamo diverse fasi della elaborazione del lutto e queste sono del tutto fisiologiche.
Rando (1993) individua in 7 punti (6 R) la rielaborazione del lutto e sono:

  1. Rendersi conto della perdita (fase dell’evitamento)
  2. Reagire alla separazione (fase del confronto)
  3. Rammentare (fase del confronto)
  4. Riesperire il defunto e il rapporto (fase del confronto)
  5. Rinunciare ai vecchi attaccamenti al defunto e alle vecchie ipotesi sul mondo (fase del confronto)
  6. Rivolgersi a progredire in modo adattivo nel nuovo mondo senza dimenticare il vecchio (fase dell’accomodamento)
  7. Reinvestire (fase dell’accomodamento)

La psicoterapia interviene quando il processo si blocca in qualsiasi di questi punti.
Parliamo di ‘Lutto Complesso’ ’in presenza di una compromissione, una distorsione o un mancato completamento di una o più delle sei ‘’R’’ dell’elaborazione del lutto tenuto conto del tempo trascorso dal decesso’ (Rando 1993).

Possiamo perciò assistere a una sintomatologia (se prolungata oltre la prima fase della fisiologica elaborazione del lutto) di tipo dissociativo, di negazione e di evitamento (aggrappamento) per non lasciare andare la persona cara, questo nel tentativo di non avvicinare:

  • il dolore e tutto ciò che comporta per il dolente;
  • la consapevolezza della perdita sul piano del legame ‘dall’amore in presenza all’amore in assenza’ (Attig2000);
  • l’accettazione di una revisione dell’identità (nella misura in cui si è influenzati dalla morte e dalle sue conseguenze);
  • l’adattamento al nuovo mondo senza il defunto.

Nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, utilizzato quale strumento condiviso di diagnosi per tutti coloro che si occupano di disturbi psichici a livello internazionale), il ‘Lutto Complesso’ lo ritroviamo quale ‘Disturbo da lutto persistente complicato’ e nel manuale vengono delineati i sintomi che nell’arco di un anno (almeno 6) devono presentarsi per poter fare una diagnosi di questo tipo:

  • difficoltà ad accettare la morte
  • sentimenti di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita
  • difficoltà ad abbandonarsi a ricordi positivi
  • amarezza o rabbia in relazione alla perdita
  • valutazione negativa di sè, come senso di colpa
  • evitamento di ricordi legati alla morte(persone, luoghi, eventi )
  • desiderio di morte come ricongiungimento alla persona defunta
  • riduzione della fiducia verso gli altri
  • percezione di solitudine e distacco dagli altri
  • sensazione di vita vuota o priva di senso
  • confusione circa il proprio ruolo nella vita senza il deceduto
  • difficoltà a perseguire dei propri interessi o relazioni sociali

Ci sono poi co-morbilità con il Disturbo depressivo Maggiore e con i Disturbi post traumatici da Stress.
Tuttavia, nel lutto non troviamo implicazioni di perdita di autostima come nella depressione, pur rilevando altre caratteristiche proprie della depressione, mentre invece ci sono aspetti traumatici propri del disturbo post traumatico da stress quando la perdita può rappresentare una ‘catastrofe personale’ (Raphael, 1981), ad esempio una morte improvvisa, violenta, innaturale, una perdita prematura, la perdita di un figlio, una sofferenza (fisica o emotiva) della persona cara prima del decesso.

Attraverso le parole di Raphael (1981) ‘Dove c’è una perdita c’è un trauma, dove c’è un trauma c’è una perdita, inerenza reciproca e sovrapposizione’, possiamo comprendere quanto trauma e perdita di fatto si influenzino tra di loro.

In tutti questi casi, la psicoterapia interviene per favorire la ripresa del processo di elaborazione del lutto, laddove ci sia stato un blocco che ne abbia impedito la fisiologica risoluzione.

Un approccio psicoterapeutico d’eccellenza per i ‘Disturbi da lutto persistente Complicato’ è l’EMDR ‘Eye Movement Desensitization and Reprocessing’ (Shapiro 2001; 2014).

L’EMDR viene integrato all’interno di un processo psicoterapeutico e attraverso la ripresa dei ricordi traumatici, in questo caso l’evento legato al lutto, permette al cervello stimolato bilateralmente mediante movimenti oculari (o stimoli tattili o uditivi) alternati, una attivazione fisiologica delle reti neuronali, favorendo il sistema di elaborazione delle informazioni a spostarsi in sentieri più adeguati fino alla risoluzione adattiva.

Infatti le immagini, i pensieri, le emozioni prima bloccate nel ricordo e rivissute come flash back o arousal improvvisi (attivazione dello stato di allerta), vengono ora riconosciute ed associate all’evento e poi, mediante nuove connessioni e vie neuronali (attivate dalle stimolazioni bilaterali), cambiate e rielaborate.
Il ricordo traumatico, l’evento luttuoso in questo caso, e i ricordi ad esso annessi, non vengono dimenticati, ma avranno una intensità emotiva minore e perderanno l’associazione a pensieri negativi su di sé (ad es.: ‘ è colpa mia’, ‘non posso fare nulla’, ‘non posso fidarmi’ , ‘sono solo’, ’il mondo non è sicuro’ ecc.) e i sintomi somatici non ci saranno più.

L’EMDR è efficace sia sugli adulti che sui bambini, ma in questo caso ovviamente verrà chiesta una collaborazione partecipante ai genitori o ai care giver del piccolo.

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