Tumore al colon retto e biopsia liquida: una nuova arma contro la malattia

Tumore al colon retto e biopsia liquida: una nuova arma contro la malattia

A risponderci il dr. Daniele Rossini, ricercatore tra i migliori al mondo nel campo dell’oncologia, premiato per la seconda volta consecutiva con il “Conquer Cancer Foundation ASCO Merit Award” al congresso dell’American Society of Clinical Oncology.


Quando parliamo di tumore al colon retto, ahimè, facciamo riferimento a una gravissima patologia che colpisce il 4,7% degli uomini e circa il 4,4% delle donne, con un’incidenza maggiore dopo i 50 anni.

Non sono ancora chiare le cause certe del tumore al colon, ma la scienza pare confermare che esistono molteplici fattori.

La genetica, l’età appunto, le malattie infiammatorie croniche del colon (rettocolite ulcerosa o di morbo di Crohn), ma anche la dieta poco sana (eccessivo consumo di carne rossa, di zuccheri industrialmente raffinati e di grassi saturi), il fumo e l’alcol incidono sul rischio che compaia il cancro.

I ricercatori, dunque, non si fermano, cercando di fare chiarezza non solo sulle cause, ma anche sulle terapie, nel tentativo di aprire nuove strade per la cura di questa neoplasia.

Ed è con orgoglio che riportiamo l’esperienza del dr. Daniele Rossini, ricercatore tra i migliori al mondo nel campo dell’oncologia, premiato per la seconda volta consecutiva con il “Conquer Cancer Foundation ASCO Merit Award” al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco – 1-5 giugno), confermando così l’eccellenza della scuola pisana.

Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Leggiamo del riconoscimento ottenuto dall’American society of clinical oncology: qual è l’input che ha dato via allo studio in questione, con quale obiettivo?

Questo studio, nato intorno al 2014, prima che io raggiungessi a Pisa la scuola di specializzazione, ha origine in realtà da un’idea multicentrica, in collaborazione con il Campus Bio-Medico di Roma e con altri 8 centri medici in Italia, sotto la guida del professor Alfredo Falcone e della dottoressa Chiara Cremolini.

L’idea nasce considerando tutte le possibilità terapeutiche seguite dai pazienti con tumore al colon retto, che a un certo punto tendono a “esaurirsi”, seppur negli ultimi anni stanno aumentando.

Si è pensato dunque di riproporre, per alcuni pazienti con particolari caratteristiche molecolari, la terapia seguita in prima linea. In che modo selezionare i soggetti adatti a questo tipo di cura? Attraverso la biopsia liquida.

In cosa consiste la tecnica della biopsia liquida? Quali saranno le prospettive e i benefici per i pazienti, grazie alla biopsia liquida?

Si parla, banalmente, di un prelievo di sangue, per valutare se i pazienti hanno ancora le medesime caratteristiche molecolari riscontrate all’inizio (durante la prima fase di cura). Ciò che si è visto, infatti, è che la malattia trova dei meccanismi per cui “fugge” ai trattamenti; con questa biopsia, invece, si individuano i soggetti che possono ancora essere trattati nuovamente e che presentano le caratteristiche originali.

Sottolineo, comunque, che stiamo parlando di uno studio di fase 2 che verifica la fattibilità e non la pratica clinica; sono in corso studi di fase 3, più allargati, che vanno a confermare la metodologia.

Ad oggi, qual è l’iter di cura per i pazienti con questa tipologia di cancro?

Il tumore al colon retto è un tumore che vede diverse distinzioni, per sede di origine (colon sinistro o colon destro), per caratteristiche molecolari; la prima linea di cura, dunque, è di per sé molto variabile: può prevedere due farmaci più un agente biologico o, con più probabilità, tre farmaci più un agente biologico.

Attualmente i farmaci sono numerosi e in continua evoluzione; le linee terapeutiche sono quindi molteplici, a seconda del tipo di cancro. La mia ricerca aggiunge delle possibilità in più.

In che modo la ricerca può concretamente abbracciare il lavoro dei medici specialisti e indirizzare verso soluzioni vincenti? C’è apertura alla sperimentazione in Italia?

L’apertura alla sperimentazione in ambito oncologico c’è abbastanza, perché garantisce anche l’accesso a farmaci nuovi per dare una possibilità in più ai pazienti. Lo dico da clinico, facendo ambulatorio ogni giorno.

In questo studio condotto, infatti, abbiamo offerto una possibilità in più e per noi medici è fondamentale, perché nella pratica quotidiana non è bene non avere più armi per combattere la malattia.

La volontà dei medici alla sperimentazione c’è: abbiamo altri studi attivi che coinvolgono circa 76 centri in Italia. Ovviamente, possono comparire delle difficoltà pratiche, ad esempio se gli studi vengono avviati in America, sicuramente l’Italia si apre un anno dopo per questioni di burocrazia e, a volte, lo studio americano ha già chiuso l’arruolamento.

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