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Ecco perché si digiuna prima di un intervento

Simone Ravasi | Studente di medicina

Ultimo aggiornamento – Maggio 28, 2018

Ecco perché si digiuna prima di un intervento

Chi si è mai sottoposto a un’operazione si è sentito dire dall’anestesista di NPO dopo la mezzanotte.

NPO, che vuol dire Nil per Os, una frase latina che significa “niente per via orale” ed è una politica che prevede di non mangiare o bere niente nelle 12 ore che precedono un intervento chirurgico.

Spesso, i pazienti si chiedono che senso abbia questa tortura della fame prima di andare sotto i ferri e non ne capiscono il senso. I medici, invece, ne conoscono benissimo il senso che è rivolto a evitare il rischio di aspirazione polmonare, durante la fase di incoscienza. Il cibo può essere inalato, così come anche i liquidi, e il vomito che potrebbero andare a finire nei polmoni, attraverso l’esofago.

Se si verifica una situazione simile, le vie aeree si possono essere bloccare e andare a provocare la polmonite. Per decenni, queste sono state le linee guida utilizzate per ogni tipologia di intervento chirurgico, ma recentemente è stato dimostrato come in realtà questo sia un atteggiamento anche fin troppo prudente. Circa il 50% dei medici, infatti, non la vede più come una pratica essenziale da seguire nel caso di chirurgia elettiva.

Nel caso dei bambini, invece, le cose non cambiano e la regola del non mangiare resta in vigore. Le uniche eccezioni a questa tortura pre intervento sono la possibilità di bere acqua, succo di mela, bevande sportive e succhi, che sono consentiti fino a quattro ore prima di entrare in sala operatoria.

Per saperne di più sull’anestesia

Quando si parla di anestesia generale, ci si riferisce a una pratica che porta a una perdita reversibile di coscienza e analgesia. La prima, in assoluto, fu realizzata nel 1842, da Crawford Long. Viene praticata somministrando al paziente dei farmaci analgesici, di cui non è chiaro il modo in cui questi vanno ad anestetizzare la parte da operare, ma ne è evidente l’efficacia. Questi sono somministrati per via endovenosa oppure inalate, nel caso di anestesie totali.

Le fasi dell’anestesia generale sono 4:

  1. Si ha tra la somministrazione del farmaco e la perdita di coscienza e si chiama fase di induzione.
  2. Detta fase di eccitazione, si ha dopo la perdita di coscienza, quando la frequenza cardiaca e il battito sono irregolari ed è in questa fase che il rischio di vomitare è più alto.
  3. Viene poi l’anestesia chirurgica, quando i muscoli si rilassano.
  4. L’overdose è l’ultima fase.

Gli anestesisti preferiscono optare per un’anestesia totale, anche quando se ne potrebbe fare una locale. Ciò è comprensibile per vari motivi. La generale è infatti più rapida ed è consigliata per interventi dove si potrebbero verificare grandi perdite di sangue. Inoltre, le anestesie locali spesso sono dolorose per il paziente.

Anche se l’anestesia è sempre più una procedura sicura, ci sono ancora dei rischi. Tra i più comuni: ictus, polmonite, attacco cardiaco e confusione post operatoria. Fattori di rischio sono:

Una rara situazione che si verifica in pazienti anestetizzati è il risveglio intraoperatorio. È più frequente in interventi d’urgenza.

Gli effetti collaterali dell’anestesia generale sono vari e ci sono pazienti che addirittura non ne presentano affatto. I più comuni sono: confusione con perdita di memoria, vertigini, difficoltà di minzione, nausea o vomito, brividi di freddo, mal di gola.

E voi, avete mai subito una anestesia? Quali effetti collaterali avete riscontrato? Condividete con noi la vostra esperienza!

 

 

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