Ictus: cosa fare quando viene compromessa la parola

Ictus: cosa fare quando viene compromessa la parola

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L’ictus non avvisa prima di colpire e cambia la vita in modo irreversibile. Una delle conseguenze è l’afasia, che colpisce la capacità di produzione verbale dei pazienti. Come si tratta? E si può tornare quelli di prima? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Mancini, logopedista, specialista con una lunga esperienza in questo campo.

Partiamo dalle definizioni. Cos’è l’ictus?

L’ictus è una patologia vascolare tra le più frequenti nella persona adulta-anziana. Si tratta di un’interruzione del circolo sanguigno che causa la morte dei neuroni. L’interruzione è improvvisa – in inglese si chiama “stroke”, che significa appunto “colpo”. Ovviamente, più è prolungato, più è grave.

La tempestività dei primi soccorsi è fondamentale. Adesso per esempio grazie alle stroke unit, che intervengono nelle prime ore, è possibile prevenire alcuni danni, che altrimenti porterebbero a disabilità permanente o morte.

Che cosa genera un ictus?

Questo inceppo improvviso della circolazione ha molte cause.

Un certo peso ce l’ha senza dubbio la genetica (la familiarità), ma ci sono poi anche fattori estrinseci: fumo di sigaretta, sovrappeso, scarsa attività fisica, cattiva alimentazione e per le donne l’uso della pillola.

In generale, una delle prime cause è la “qualità di vita”, un concetto-ombrello che raccoglie tutte quelle variabili che determinano il nostro livello di stress. Lo stress – ricordiamolo – agisce sul cuore: dunque ha un impatto diretto sulla pressione arteriosa.

Si può individuare un profilo più a rischio?

Sì. Gli uomini sono lievemente più colpiti dalle donne. La fascia d’età più delicata è quella dei 40-50 anni (su cui influisce ampiamente il fattore stress).

Le donne sono più protette fino alla menopausa per una questione ormonale; ma, quando sono colpite, solitamente riportano maggiori danni, fino alla morte.

Una delle conseguenze dell’ictus è l’afasia?

Sì, ma solo se lo stroke colpisce l’emisfero sinistro, il luogo della parola. Se colpisce l’emisfero destro, le conseguenze possono essere eminegligenza (o “neglect”), relativa al proprio corpo o allo spazio circostante. Significa che il paziente colpito da ictus in questo caso può non riconoscere il proprio emilato sinistro – ovvero la metà sinistra del proprio corpo – o non portare attenzione a ciò che c’è o succede alla sua sinistra. Addirittura ci sono persone che si radono solo metà faccia o si pettinano metà testa.

Chiaramente questa è una condizione altamente invalidate. Anche perché questi pazienti con ictus di emisfero destro spesso sono anosognosici: hanno una scarsa consapevolezza della propria malattia.

Torniamo sull’afasia. Cos’è?

Si tratta di un disturbo del linguaggio acquisito. Il paziente non è più in grado di comprendere e produrre la propria lingua, a diversi livelli.

Ci può essere un’afasia globale: in questo caso, il paziente non comprende nemmeno frasi semplici o parole. Oppure un’afasia più lieve, che si manifesta con un a-grammatismo: il paziente parla come se fosse uno straniero e a livello di comprensione non comprende frasi complesse.

Importante sottolineare che si tratta di un problema solo ed esclusivamente nel codice linguistico.

Il paziente non ha perso la ragione, né la voglia di comunicare, come traspare anche dalla sua frustrazione: lui/lei vorrebbe dire una certa parola o frase, ma non sa come fare. L’ictus può portare anche a disfagia e difficoltà articolatorie di lingua e labbra (difficoltà a pronunciare), oltre che a importanti limitazioni degli arti superiori e inferiori.

Come si tratta l’afasia?

Sicuramente è fondamentale agire presto. Il primo passo è l’inquadramento: l’osservazione e la somministrazione di test ad hoc che rilevano qual è il problema. Solo dopo, il logopedista si può procedere al training riabilitativo, basato su tecniche di tipo restitutivo/migliorativo o integrando approcci di tipo compensativo.

Che significa?

Significa sfruttare quelle modalità comunicative che spesso magari non utilizziamo per prime: gesto, disegno, mimica facciale. E i comunicatori.

Che cosa sono?

I comunicatori fanno parte delle tecnologie assistive. Il paziente viene formato all’uso di device come anche un iPad, o fogli con simboli che rappresentano dei concetti, da cui si può astrarre più di una parola.

La cosa importante è non frustrare il paziente.

Qual è esattamente il ruolo del logopedista?

Il lavoro del logopedista è quello di reintegrare il paziente nella comunità dei parlanti. Oggi l’approccio riabilitativo dell’afasico è incentrato non solo sul paziente, ma sulla comunità, in primis la famiglia, che deve imparare queste nuove modalità comunicative.

Esistono associazioni di volontari che si occupano di promuovere la conoscenza dell’afasia e che organizzano eventi in cui il paziente possa ritrovarsi con persone colpite da afasia, con cui condividere anche aspetti emotivi legati a questa condizione.

Quanto dura il trattamento?

Dipende da vari fattori. Certamente i primi 6-12 mesi sono quelli del lavoro intensivo, perché è in questo lasso di tempo che si ottiene il risultato maggiore.

Dopo il primo anno, il lavoro diventa meno specifico, ma più centrato sull’integrazione, su una riabilitazione sociale e meno sanitaria, meno legata all’ospedale. In altre parole, tendiamo a de-ospedalizzare il paziente. L’ospedale è un luogo di malattia, ma l’afasia ti accompagna per tutta la vita. Non c’è un recupero totale.

Si può migliorare, però, con un percorso di adattamento continuo: del paziente alla società, ma anche della società al paziente.

Cosa determina il successo del trattamento?

Dipende da diverse variabili. Sicuramente la differenza la fa non tanto l’età del paziente, quanto piuttosto la voglia di comunicare e la sua capacità di resilienza e adattamento alla sua nuova condizione.

Ci sono anche pazienti molto giovani, che però magari si deprimono.

La depressione post-ictus è abbastanza frequente: e in quel caso l’outcome cambia. La chiave di un training riabilitativo di successo risiede nelle risorse che il paziente trova per compensare la sua mancanza di linguaggio.

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