Parkinson, un farmaco per il diabete potrebbe bloccarlo

Pubblicato il 08/08/2017
Parkinson, un farmaco per il diabete potrebbe bloccarlo | Pazienti.it

Per fermare il morbo di Parkinson arriva exenatide, il farmaco in commercio per il trattamento del diabete mellito di tipo 2.

La notizia arriva da uno studio pubblicato su The Lancet e condotto nell’University College di Londra: il farmaco sembra aver fermato la progressione della malattia per la quale, ad oggi, l’unica terapia disponibile si limita alla blanda gestione dei sintomi, senza che vi sia un reale contrasto alla morte delle cellule del sistema nervoso centrale. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Una nuova terapia per il Parkinson grazie all’exenatide: lo studio

Il morbo di Parkinson, come ben sappiamo, è una malattia neurodegenerativa cronica e progressiva che va a colpire l’equilibrio e il controllo dei movimenti.

I tremori, la rigidità, la perdita della memoria e l’evidente lentezza sono causati dalla morte progressiva dei neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale nella regolazione dei movimenti.

Sappiamo tante cose sulla malattia del Parkinson ma, purtroppo, ancora non è noto il motivo per cui i neuroni vadano incontro alla morte e, soprattutto, come fare per arrestare la progressione di questa patologia. Ed è proprio in questo ambito che la ricerca sembra non fermarsi: lo studio sugli effetti dell’exenatide va proprio in questa direzione.

La ricerca condotta a Londra ha coinvolto in totale 62 pazienti affetti da Parkinson, con un età compresa tra i 25 e i 75 anni, divisi successivamente in modo random in due sottogruppi. In parallelo, un gruppo di pazienti ha ricevuto una dose di 2 mg di exenatide per iniezione sottocutanea. All’altro, invece, è stato somministrato del placebo. Lo studio è stato condotto in “doppio cieco”: nessuno, né pazienti né medici, era al corrente di chi stava assumendo cosa, per evitare qualsiasi tipo di condizionamento.

Ed ecco la sorpresa. Chi aveva ricevuto il farmaco si è mostrato stabile durante tutto il periodo del trattamento. L’altro gruppo, no. Ma non solo! I ricercatori sono rimasti particolarmente stupiti da un’altra evidenza: nelle 12 settimane successive allo stop i pazienti trattati con exenatide stava molto meglio di quelli inseriti nel “gruppo placebo”.

Che dire? Uno tra i responsabili del progetto, Tom Foltynie, ha espresso un notevole entusiasmo sui canali della Bbc. “C’è la speranza che l’exenatide agisca sui meccanismi alla base di questa malattia, non solo mascherandone i sintomi più evidenti” – continua – “Dobbiamo però essere molto cauti, in quanto i risultati devono ancora essere confermati”.

I prossimi passi: una terapia davvero efficace?

Per capire ed affermare con certezza che l’exanatide possa rappresentare una nuova frontiera per la cura del Parkinson, i passi da fare sono ancora tanti. Sebbene i risultati siano promettenti, infatti, è necessario sperimentare il farmaco per un periodo assai maggiore. Il tempo per cantar vittoria, insomma, è ancora lontano.

Questo studio” – ha affermato David Dexter, vice direttore della Brain Sciences and Scientific Director presso il Parkinson’s UK – “È stato probabilmente troppo breve per dirci se l’exenatide sia in grado di fermare la progressione della malattia, visto che il Parkinson progredisce gradualmente. Ma i risultati sono certamente incoraggianti per proseguire le analisi” – ha concluso.

Nonostante i risultati sembrino essere confortanti, gli esperti mettono in guardia sia medici e pazienti a non farsi prendere dall’entusiasmo e non utilizzare l’exanatide per la cura del Parkinson, essendo già in commercio per il trattamento del diabete di tipo 2.

Comunque sia, le premesse ci sono. La svolta è dietro l’angolo!

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