Il Governo accelera sulla riforma della sanità territoriale entro giugno, ma sindacati e Regioni restano divisi sul futuro dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case di comunità.
Il nodo delle sei ore nelle Case di comunità
La trattativa corre contro il calendario del Pnrr. Eppure, l’accordo ancora non c’è.
La riforma dell’assistenza territoriale voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci continua a spaccare il fronte sanitario italiano. Il testo, presentato alle Regioni il 23 aprile, punta a ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia all’interno delle nuove Case di comunità, le strutture finanziate anche con i fondi europei destinati alla medicina territoriale.
Il punto più contestato riguarda l’obbligo, per medici di medicina generale e pediatri, di garantire almeno sei ore settimanali nelle Cdc. L’obiettivo del Governo è alleggerire i pronto soccorso, affidando alle strutture territoriali i casi meno urgenti. Sulla carta sembra lineare, ma nella pratica molto meno.
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Secondo uno studio, i sistemi sanitari che investono stabilmente nella medicina di prossimità riescono a ridurre gli accessi impropri in ospedale fino al 20%. Il problema, però, è come organizzare il personale senza svuotare gli ambulatori di quartiere.
Regioni e Governo vogliono chiudere entro giugno
Il Governo punta a portare il decreto in Consiglio dei ministri entro poche settimane. La scadenza del 30 giugno pesa come un macigno: senza una riorganizzazione credibile della rete territoriale, parte degli obiettivi del Pnrr rischia di saltare.
Le Regioni chiedono soprattutto programmazione: lo ha detto chiaramente il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca durante l’inaugurazione del nuovo pronto soccorso del San Camillo Forlanini di Roma: servono strumenti per sapere quali professionisti saranno realmente disponibili sul territorio.
Ovvero: se il sistema convenzionato non basta più, le Regioni vogliono poter assumere direttamente i medici.
È il passaggio che ha acceso lo scontro più duro. Per molti sindacati, infatti, il cosiddetto “doppio canale” – convenzione e dipendenza – rappresenta un cambio culturale profondo della medicina generale italiana. Quasi una mutazione genetica del sistema sanitario nato con la riforma del 1978.
Va detto che il problema delle carenze esiste davvero. Secondo i dati della Fondazione Gimbe, entro il 2027 potrebbero mancare migliaia di medici di famiglia, soprattutto nelle aree periferiche e nei piccoli comuni. In alcune province alpine, già oggi, gli ambulatori chiudono senza sostituti. Succede a Belluno, succede nell’entroterra ligure. E spesso i pazienti anziani devono percorrere decine di chilometri anche solo per una prescrizione.
La protesta dei sindacati: “Così si svuota il territorio”
La Federazione italiana medici di medicina generale continua a respingere il progetto. Dopo l’ultimo incontro al ministero della Salute, la Fimmg ha parlato apertamente di “assenza di una soluzione condivisa”, mettendo in dubbio la vera priorità dell’esecutivo: rafforzare le Case di comunità o creare una nuova forma di dipendenza per i medici.
Il clima si è ulteriormente irrigidito nei giorni scorsi. Non a caso, il 19 maggio – Giornata mondiale del medico di famiglia – il sindacato ha rilanciato un manifesto dal tono polemico: “La riforma vuole fargli la festa”.
Dietro lo slogan c’è una paura concreta: molti medici temono che le ore obbligatorie nelle Case di comunità finiscano per ridurre la presenza negli studi tradizionali, soprattutto nei piccoli centri. Il rapporto fiduciario medico-paziente, che nella medicina generale italiana pesa ancora moltissimo, rischierebbe di trasformarsi in un modello più impersonale.
Chi lavora nel settore lo racconta da anni. Nei paesi dell’Appennino emiliano o nelle periferie romane, il medico di base spesso conosce intere famiglie da tre generazioni. Non solo cartelle cliniche. Conosce fragilità sociali, solitudini, perfino abitudini quotidiane. È una medicina “lenta”, difficile da tradurre in turni standardizzati.
La letteratura internazionale dimostra che i pazienti affetti da patologie croniche complesse (scompenso cardiaco, BPCO, diabete di tipo 2) seguiti continuativamente dallo stesso MMG per oltre tre anni mostrano una riduzione della mortalità per tutte le cause fino al 25% e un tasso di ospedalizzazione significativamente inferiore.
Quando il rapporto fiduciario si frammenta in una turnistica impersonale all'interno di un grande Hub, l'aderenza terapeutica tende a calare e i segni precoci di scompaginamento clinico rischiano di sfuggire, vanificando parzialmente il vantaggio logistico della struttura centralizzata
Pediatri e medici territoriali temono effetti sul Ssn
Anche la Federazione italiana medici pediatri si è schierata contro alcuni punti della riforma. Il presidente Antonio D’Avino ha parlato di rischio di “esproprio della sicurezza sanitaria delle famiglie”, accusando il modello proposto di poter indebolire il rapporto continuativo tra pediatra e bambini.
Il timore riguarda soprattutto il doppio binario tra professionisti convenzionati e dipendenti. Secondo diverse sigle sindacali, questa soluzione potrebbe creare differenze territoriali sempre più marcate nell’accesso alle cure. Bambini seguiti da strutture ben organizzate nelle grandi città, altri affidati a servizi più fragili nelle aree interne. Una sanità a velocità diverse. E il punto è proprio questo.
Anche il Sindacato medici italiani ha proclamato lo stato di agitazione e annunciato una manifestazione nazionale a Roma il 28 maggio davanti al ministero della Salute.
Ciò non toglie che qualche apertura esista: sul fronte della formazione, ad esempio, diversi sindacati condividono l’idea di introdurre una specializzazione specifica per la medicina generale, sul modello di altri Paesi europei. Una proposta sostenuta anche da evidenze internazionali: una revisione pubblicata sul British Medical Journal evidenzia come percorsi formativi strutturati nella primary care migliorino continuità assistenziale e gestione delle cronicità.
Una riforma che divide anche la politica sanitaria
Martedì è arrivata un’altra frenata. Massimo Fabi, coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, ha annunciato la richiesta di ritiro del ddl delega collegato alla riforma, criticando il metodo scelto dal Governo e il ricorso a un percorso d’urgenza.
A conti fatti, la sensazione è che il Governo voglia accelerare per rispettare le scadenze europee, mentre medici e territori chiedono più tempo per ridisegnare un sistema già sotto pressione.
La pandemia, del resto, aveva mostrato con brutalità quanto la medicina territoriale fosse fragile. Ora si tenta di ricostruirla, ma farlo senza spaccare il rapporto con chi lavora ogni giorno negli ambulatori sarà complicato. Molto complicato.
Fonti:
- PubMed – Continuity of care for patients with chronic disease: a registry-based observational study from Norway
- Bmj Journal – Continuity in primary care: a critical but neglected component for achieving high-quality universal health coverage
- Gimbe – Crisi dei medici di famiglia: ne mancano oltre 5.700, carenze in 18 Regioni. Sale la pressione sui MMG: 1.383 assistiti in media, ben oltre il rapporto ottimale di 1.200 per medico. Entro il 2028 previsti 8.180 pensionamenti, mentre calano le nuove leve. Ipotesi di riforme senza visione d’insieme