Capire quando si è davvero sazi non è per niente facile; questo perché stress, distrazioni, velocità con cui si mangia, abitudini e contesto sociale possono rendere meno chiari i segnali che arrivano dal corpo, portando a continuare il pasto anche quando il bisogno fisiologico di cibo si sta già riducendo.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity suggerisce proprio che la capacità di percepire e interpretare fame e sazietà può influenzare il comportamento alimentare e, nel tempo, anche la gestione del peso.
L’obiettivo, secondo gli esperti, è riuscire a capire con maggiore precisione quando il corpo sta ancora chiedendo cibo e quando, invece, sono l’abitudine o la situazione a spingerci a proseguire. Un esercizio molto semplice consiste nel fermarsi per qualche istante a metà pasto e osservare le proprie sensazioni prima di decidere se continuare.
Fame fisiologica, emotiva o automatica: non sono la stessa cosa
La fame fisiologica tende a manifestarsi attraverso segnali progressivi e riconoscibili. Esistono però anche altre situazioni nelle quali si può avvertire il desiderio di mangiare senza che questo corrisponda necessariamente allo stesso bisogno biologico.
Si può mangiare perché è arrivata l’ora abituale del pranzo o della cena, perché il cibo si trova davanti agli occhi, perché si è in compagnia oppure perché si sta affrontando un momento di stress o noia. Nei periodi caratterizzati da una maggiore convivialità, come l’estate o le festività, può diventare ancora più semplice prolungare un pasto o aggiungere cibo senza soffermarsi su ciò che l’organismo sta realmente segnalando.
Come sottolineato da Silvia Bettini, del Centro per lo studio e il trattamento integrato dell’obesità dell’Azienda ospedale università di Padova, fame e sazietà sono meccanismi fisiologici complessi. Non dipendono quindi esclusivamente dalla volontà della persona, ma dall’interazione tra biologia, ambiente, abitudini e condizioni emotive.
Distinguere queste componenti può aiutare a evitare di interpretare automaticamente qualsiasi desiderio di mangiare come una vera necessità dell’organismo.
La sazietà non arriva all’improvviso
Uno degli errori più comuni consiste nel pensare alla sazietà come a una sorta di interruttore: prima si ha fame, poi improvvisamente ci si sente pieni. In realtà, si tratta di un processo graduale, che può iniziare molto prima della sensazione di pienezza completa.
Una ricerca condotta su 1.181 adulti, riportata nella fonte, ha osservato che una minore capacità di percepire i segnali interni dell’organismo era associata a un indice di massa corporea più elevato. Parte di questa relazione risultava collegata a una minore attenzione alla sazietà durante il pasto e alla presenza di comportamenti di alimentazione emotiva.
In altre parole, il corpo può inviare segnali che indicano che il bisogno di cibo si sta riducendo, ma questi segnali rischiano di essere riconosciuti più tardi quando si mangia rapidamente, distrattamente o in situazioni nelle quali l’attenzione è rivolta altrove. Per questo motivo, concentrarsi sulla sazietà non significa necessariamente imporre un controllo rigido delle quantità, ma imparare a prestare maggiore attenzione all’evoluzione delle sensazioni durante il pasto.
Stress e distrazioni possono rendere più difficile fermarsi
Una revisione pubblicata su Nutrients sottolinea come fame e sazietà possano essere influenzate da numerosi elementi della vita quotidiana, tra cui stress, memoria, velocità del pasto, contesto e distrazioni.
Mangiare davanti a uno schermo, terminare il pasto molto velocemente o trovarsi in un ambiente particolarmente stimolante può rendere più difficile capire con precisione quando la sensazione di fame sta diminuendo.
Questo aiuta anche a ridimensionare l’idea secondo cui continuare a mangiare dipenderebbe sempre e soltanto da una scarsa forza di volontà. Il comportamento alimentare è il risultato di molti fattori che agiscono contemporaneamente e la percezione dei segnali interni può essere più o meno immediata a seconda della situazione.
Secondo Bettini, recuperare attenzione verso questi segnali può quindi rendere il rapporto con l’alimentazione più consapevole e sostenibile nel tempo, evitando di trasformare ogni pasto in un esercizio di restrizione.
Il semplice test da provare a metà pasto
Tra le strategie proposte c’è un esercizio particolarmente semplice: fermarsi a metà piatto. Il suggerimento è di appoggiare per qualche istante le posate e interrompere il ritmo automatico del pasto. A quel punto si può provare a capire se la fame è ancora realmente presente oppure se si sta continuando semplicemente perché il cibo è ancora nel piatto.
Una seconda domanda riguarda il contesto. Si sta ancora mangiando perché l’organismo lo richiede oppure perché si è in compagnia, perché il pasto si sta prolungando o perché si tende abitualmente a terminare tutto ciò che è stato servito?
Infine si può provare a valutare la propria sensazione di pienezza su una scala da 1 a 10. L’obiettivo non è necessariamente raggiungere 10, cioè arrivare alla sensazione di essere completamente pieni. L’idea è piuttosto riconoscere il punto nel quale il corpo appare già soddisfatto.
La domanda centrale diventa quindi: “Potrei fermarmi adesso e stare bene?” Se la risposta è positiva, il segnale di sazietà potrebbe essere già arrivato. Se invece permane una vera sensazione di fame, si può continuare a mangiare, possibilmente più lentamente, e ripetere la valutazione dopo qualche boccone.
Essere sazi non significa necessariamente sentirsi “pieni”
La distinzione tra sazietà e pienezza è uno dei punti centrali. Secondo Bettini, infatti, aspettare di sentirsi completamente pieni può significare riconoscere troppo tardi il momento nel quale le esigenze alimentari sono già state soddisfatte.
La sazietà può comparire prima di quella sensazione più marcata di stomaco pieno che spesso viene utilizzata come riferimento per decidere quando terminare un pasto.
Imparare a cogliere questa fase intermedia può quindi contribuire a rendere l’alimentazione più attenta alle necessità individuali. Questo non significa, però, che esista un punteggio universale o un momento identico per tutti: fame e sazietà possono variare tra persone diverse e anche nella stessa persona da un giorno all’altro.
Il punto, secondo l’approccio descritto, è evitare di trasformare l’esercizio in una nuova regola rigida. Fermarsi per qualche secondo serve soprattutto a interrompere l’automatismo e verificare quello che si sta realmente percependo.
Anche alcuni strumenti possono favorire la sensazione di pienezza
Nell’ambito delle strategie che possono essere utilizzate per rendere più riconoscibile la sensazione di pienezza, la fonte cita anche strumenti basati su un meccanismo fisico e non sistemico.
Tra questi viene indicato Plenity, un idrogel super-assorbente costituito principalmente da due ingredienti di origine naturale: un derivato della cellulosa e acido citrico. Assunto con acqua prima del pasto, il materiale si idrata nello stomaco e aumenta di volume formando una matrice gelificata che occupa spazio.
Secondo Alessandro Sannino, professore di Scienza dei materiali all’Università del Salento e ideatore della tecnologia, il materiale esercita un’azione fisica e meccanica, senza assorbimento sistemico, e successivamente si disgrega una volta raggiunto il colon.
La presenza di questo tipo di strumento, tuttavia, non sostituisce il lavoro sulla consapevolezza alimentare né modifica il principio centrale: la gestione di fame, sazietà e peso deve essere inserita in un approccio personalizzato e non ridotta a un singolo prodotto o metodo.
Imparare ad ascoltare il corpo senza trasformare il pasto in una regola
Il messaggio che emerge è quindi più ampio del semplice “mangiare meno”. La capacità di percepire fame e sazietà può essere influenzata dalla quotidianità e può diventare meno chiara quando i pasti vengono consumati velocemente, senza attenzione o in risposta a stimoli diversi dalla fame fisiologica.
Inserire una breve pausa durante il pasto può essere un modo molto semplice per riportare l’attenzione sulle sensazioni corporee, senza imporre automaticamente quantità o restrizioni.
Un singolo test non può naturalmente determinare quale sia l’alimentazione corretta per ogni persona né sostituire un percorso medico o nutrizionale quando necessario. Può però aiutare a riconoscere una differenza che spesso passa inosservata: quella tra continuare a mangiare perché si ha ancora fame e continuare semplicemente perché il pasto non è ancora terminato.
Fonte
International Journal of Obesity e Nutrients - Interoception and obesity: a systematic review and meta-analysis of the relationship between interoception and BMI