Parli meno al tuo bambino senza accorgertene: la ricerca che fa riflettere

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 05 Ottobre, 2026

Una donna con smartphone in mano

Guardare rapidamente il telefono mentre un bambino cerca di attirare l’attenzione può sembrare un’interruzione insignificante. Quando questi momenti vengono osservati uno per uno, però, emerge quanto la tecnologia possa inserirsi nelle normali interazioni tra genitore e figlio. È il fenomeno definito “technoference”, cioè l’interferenza provocata dai dispositivi digitali nelle relazioni faccia a faccia.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Calgary ha cercato di studiarlo in maniera più precisa del solito, osservando direttamente ciò che accadeva durante il gioco e misurando in secondi sia l’utilizzo della tecnologia da parte del genitore sia i segnali comunicativi del bambino rimasti senza risposta.

Lo studio, pubblicato online il 4 ottobre 2026 su JAMA Pediatrics, si è concentrato in particolare sul possibile rapporto tra queste brevi interruzioni e lo sviluppo del linguaggio nei bambini molto piccoli.

Lo studio ha seguito 107 coppie genitore-bambino

Il campione finale comprendeva 107 coppie genitore-figlio sulle 119 inizialmente considerate idonee, pari all’89,9% del totale. I bambini avevano un’età media di 15,56 mesi, con un intervallo compreso tra 13 e 18 mesi. Il 51,4% era costituito da bambine e il 48,6% da bambini.

Tra i genitori partecipanti, 102 su 106 erano donne, pari al 95,3%, mentre quattro erano uomini. Anche il livello di istruzione era particolarmente elevato: il 95,3% aveva conseguito una laurea universitaria. Le famiglie erano state reclutate tra maggio 2023 e giugno 2025 attraverso il database del CHiLD Research Group dell’Università di Calgary e tramite materiale informativo distribuito in campus universitari, asili e centri comunitari.

Durante una visita in laboratorio, genitori e bambini sono stati invitati a giocare liberamente insieme per circa 25-30 minuti.

I ricercatori hanno osservato cosa succedeva secondo per secondo

Una caratteristica particolare dello studio è il modo in cui è stata misurata l’interferenza tecnologica. Molte ricerche precedenti si erano basate sulle dichiarazioni dei genitori, chiedendo loro quanto spesso smartphone o altri dispositivi interrompessero le interazioni familiari. Questo metodo può però risentire di errori di memoria o della tendenza a descrivere il proprio comportamento in maniera più favorevole.

In questo caso, invece, le sessioni di gioco sono state registrate e successivamente analizzate attraverso una codifica temporale. I ricercatori hanno annotato quando iniziava e terminava l’utilizzo della tecnologia da parte del genitore e quando il bambino produceva un segnale comunicativo che non riceveva risposta.

La technoference è stata quindi definita in maniera molto concreta: un genitore che perde un tentativo di comunicazione del bambino dopo aver iniziato a utilizzare un dispositivo tecnologico.

Con la tecnologia aumentavano i segnali comunicativi persi

Complessivamente sono stati analizzati 10.760 eventi: 10.317 episodi di utilizzo della tecnologia e 443 segnali comunicativi del bambino rimasti senza risposta. Dall’analisi statistica è emerso un hazard ratio di 5,94, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 3,63 e 9,71.

In termini pratici, durante le sessioni osservate l’utilizzo della tecnologia da parte del genitore era associato a una probabilità istantanea circa 5,94 volte maggiore di perdere un segnale comunicativo del bambino, anche dopo aver tenuto conto dell’età del piccolo. L’età del bambino, invece, non risultava significativamente associata alla probabilità che un segnale venisse ignorato.


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Il risultato non significa che ogni volta che un genitore prende in mano il telefono ignorerà il figlio, né che il dispositivo provochi automaticamente un’interruzione quasi sei volte su sei. Il dato descrive una relazione statistica nel tempo tra l’inizio dell’uso tecnologico e la probabilità che un successivo segnale comunicativo non venga raccolto.

Più technoference era associata a competenze linguistiche più deboli

I ricercatori hanno poi cercato di capire se queste differenze nelle interazioni fossero associate anche al linguaggio dei bambini. I genitori avevano compilato il MacArthur-Bates Vocabulary Checklist, Short Form, uno strumento utilizzato per valutare lo sviluppo linguistico nella prima infanzia. I risultati relativi alla comprensione e alla produzione del linguaggio sono stati trasformati in percentili corretti in base all’età.

Le analisi hanno mostrato che livelli maggiori di technoference erano associati a punteggi inferiori sia nella produzione sia nella comprensione del linguaggio.

In altre parole, nelle coppie genitore-bambino in cui l’utilizzo della tecnologia risultava maggiormente collegato alla perdita dei segnali comunicativi, i bambini tendevano ad avere competenze linguistiche riferite dai genitori meno sviluppate.

L’intensità dell’associazione non era però uguale in tutte le famiglie, un elemento che suggerisce come gli effetti possano dipendere anche da altre caratteristiche della relazione e dell’ambiente familiare.

Perché rispondere ai segnali del bambino è importante

Nei primi mesi e anni di vita gran parte dell’apprendimento linguistico avviene attraverso piccole interazioni ripetute. Il bambino emette un suono, indica qualcosa, guarda il genitore o cerca di attirarne l’attenzione; l’adulto risponde con parole, espressioni o gesti. Questi scambi reciproci vengono spesso descritti come interazioni “serve and return”, una sorta di botta e risposta che sostiene lo sviluppo comunicativo.

La preoccupazione legata alla technoference non riguarda quindi necessariamente il tempo trascorso davanti allo schermo in sé, ma ciò che il dispositivo può interrompere. Gli autori ricordano che la responsività del caregiver ai segnali del bambino è importante per lo sviluppo e citano precedenti dati secondo i quali l’89% dei genitori riferisce che i dispositivi digitali interrompono quotidianamente le interazioni familiari.

Un altro studio citato nel lavoro aveva inoltre rilevato che i genitori utilizzavano lo smartphone per circa il 27% del tempo trascorso con il proprio neonato.

Non significa che lo smartphone causi ritardi nel linguaggio

Il nuovo studio presenta però diversi limiti che impediscono di stabilire una relazione causale. Innanzitutto si tratta di una ricerca trasversale. Tecnologia, interazioni e competenze linguistiche sono state valutate nello stesso periodo, quindi non è possibile stabilire con certezza quale fattore venga prima.

Potrebbe esserci un rapporto bidirezionale oppure potrebbero intervenire altre caratteristiche non misurate, tra cui comportamenti genitoriali o salute mentale dei genitori. Anche le capacità linguistiche dei bambini sono state valutate attraverso informazioni fornite dagli stessi genitori e non esclusivamente mediante test clinici indipendenti.

Inoltre, l’osservazione è avvenuta in laboratorio e non all’interno delle abitazioni, quindi il comportamento delle famiglie potrebbe non rispecchiare perfettamente quello della vita quotidiana.

Il campione era composto quasi interamente da genitori laureati

Un altro limite riguarda la composizione del gruppo analizzato. Circa il 95% dei genitori aveva una laurea e la grande maggioranza dei partecipanti adulti era costituita da donne. Questo rende più difficile estendere automaticamente i risultati a famiglie con caratteristiche sociali, culturali ed educative differenti.

Gli autori sottolineano inoltre che l’associazione tra technoference e linguaggio variava da una famiglia all’altra. Potrebbero quindi esistere fattori protettivi capaci di attenuare il rapporto, tra cui proprio una maggiore responsività del genitore durante il resto delle interazioni. Per chiarire questi aspetti saranno necessari studi condotti su popolazioni più diversificate, in ambienti quotidiani e seguendo le famiglie nel tempo.

Non conta soltanto quanto usiamo il telefono, ma quando

Il lavoro sposta quindi l’attenzione da una semplice domanda - quanto tempo passa un genitore davanti a uno schermo - a un aspetto più sottile: che cosa succede all’interazione mentre quel dispositivo viene utilizzato.

Gli stessi ricercatori richiamano le più recenti indicazioni pediatriche sull’uso degli schermi, che invitano a considerare non soltanto il numero di minuti trascorsi davanti ai dispositivi, ma anche il contesto relazionale nel quale vengono utilizzati. Tra le indicazioni pratiche vengono suggeriti momenti senza dispositivi durante le interazioni, una maggiore attenzione agli scambi reciproci con il bambino e una maggiore consapevolezza delle interruzioni ripetute.

Gli autori precisano anche che il tema dovrebbe essere affrontato con i genitori in maniera non giudicante. Smartphone e altri dispositivi sono ormai parte della vita quotidiana e possono sia facilitare sia interrompere le relazioni.

Il nuovo studio non stabilisce che utilizzare il telefono faccia sviluppare peggio il linguaggio di un bambino. Mostra però che, nelle 107 famiglie osservate, i momenti di utilizzo tecnologico coincidevano più frequentemente con segnali comunicativi persi e che una maggiore technoference era associata a capacità di comprensione e produzione linguistica meno avanzate.

Il prossimo passo sarà capire se la stessa relazione si confermi nella vita quotidiana e, soprattutto, se ridurre queste piccole interruzioni possa produrre nel tempo un beneficio misurabile per lo sviluppo del linguaggio.

Fonte: 

JAMA Pediatrics - Missed Child Communication Cues During Parent Technology Use and Child Language Development

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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