Sono ovunque, ma quasi nessuno sa davvero cosa siano: i ftalati, sostanze chimiche utilizzate per rendere le plastiche più flessibili, sono entrati da tempo nella vita quotidiana – dagli imballaggi alimentari ai cosmetici, fino ai prodotti per la casa.
Ora, un nuovo studio riaccende l’attenzione su questi composti, collegandoli a un fenomeno che riguarda milioni di famiglie nel mondo: il parto prematuro.
Una catena di rischio
La ricerca ha analizzato l’impatto globale dell’esposizione agli ftalati, con un focus particolare sul DEHP (di-2-etilhexilftalato) uno dei composti più diffusi.
I risultati sono significativi:
- circa 1,97 milioni di nascite premature ogni anno potrebbero essere associate a queste sostanze;
- circa 74.000 morti neonatali sarebbero collegate indirettamente a questa esposizione.
Numeri che non indicano una causa diretta, ma una stima epidemiologica su larga scala, basata su modelli statistici e dati internazionali.
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Per comprendere davvero lo studio, è fondamentale chiarire che i ftalati:
- aumentano il rischio di parto prematuro;
- il parto prematuro aumenta il rischio di mortalità neonatale.
È, quindi, una relazione indiretta ma rilevante, che gli autori hanno quantificato per capire il peso reale del problema.
Questa distinzione è essenziale per evitare semplificazioni: non si parla di un effetto immediato, ma di un fattore di rischio ambientale diffuso.
Perché il parto prematuro è così importante
Il parto prematuro rappresenta una delle principali cause di morte nei primi giorni di vita.
Ma non è solo una questione di sopravvivenza.
I bambini nati prima del termine possono sviluppare:
- problemi respiratori;
- difficoltà neurologiche;
- disturbi cognitivi a lungo termine.
Ridurre anche solo una parte dei casi significa intervenire su uno dei nodi più delicati della salute globale.
Dove si trovano i ftalati
Uno degli aspetti più critici è la loro diffusione. I ftalati sono presenti in:
- contenitori e packaging alimentare;
- prodotti cosmetici e per l’igiene personale;
- materiali plastici domestici;
- alcuni dispositivi medici.
Sono definiti interferenti endocrini, perché possono alterare il sistema ormonale, un meccanismo particolarmente sensibile durante la gravidanza.
A differenza di altri fattori di rischio, l’esposizione ai ftalati non dipende solo da scelte personali, ma è legata all’ambiente in cui viviamo.
Le microplastiche sono particelle fisiche di polimeri; i ftalati sono molecole chimiche (plastificanti) aggiunte alla plastica. Sebbene le microplastiche possano trasportare ftalati, l'esposizione umana prevalente avviene per migrazione chimica diretta da imballaggi, polvere domestica e cosmetici, indipendentemente dalla presenza di microplastiche.
Lo studio evidenzia proprio questo aspetto: anche una riduzione parziale dell’esposizione, su larga scala, potrebbe portare benefici concreti.
Non si tratta quindi solo di comportamenti individuali, ma di:
- regolamentazione industriale;
- politiche sanitarie;
- maggiore trasparenza nei prodotti.
Il team di ricerca ha analizzato anche il collegamento con un altro ftalato, il diisononil ftalato (DiNP) – un sostituto comune del DEHP – facendo emergere che anche questa sostanza potrebbe generare un rischio simile.
Il DiNP potrebbe, infatti, aver contribuito a circa 1,88 milioni di nascite premature in tutto il mondo.
Secondo gli autori, questo dato è importante perché suggerisce che regolamentare i ftalati uno alla volta e sostituirli con alternative poco conosciute difficilmente risolverà il problema più ampio.
Cosa cambia adesso?
Lo studio non introduce un rischio completamente nuovo, ma rafforza evidenze già emerse negli ultimi anni.
La novità sta nella quantificazione del fenomeno: per la prima volta, viene stimato il numero di nascite premature e morti neonatali potenzialmente attribuibili ai ftalati.
Questo tipo di analisi è cruciale perché:
- rende il problema più concreto;
- aiuta a definire priorità sanitarie;
- supporta eventuali interventi normativi.
Occorre ricordare che, sebbene questo studio non stabilisca un rapporto di causa effetto tra le sostanze studiate e i parti pretermine, risulta urgente approfondire con ulteriori studi questo possibile collegamento
La ricerca manda un segnale chiaro: alcune sostanze presenti nella vita quotidiana possono avere un impatto più profondo di quanto si pensi.
Ridurre l’esposizione ai ftalati non è semplice, ma rappresenta una leva concreta per migliorare la salute materno-infantile.
E soprattutto, sposta l’attenzione sul fatto che la salute non dipende solo dalle scelte individuali, ma anche dall’ambiente che ci circonda.
Fonti:
- The Lancet – Preterm birth attributable to exposure to chemicals used in plastic materials: a global estimate
- AIRC – È vero che gli interferenti endocrini possono aumentare il rischio di cancro?
- GVM – Interferenti endocrini: cosa sono e quali effetti hanno sulla salute?