Alzheimer, un approccio innovativo punta ad agire molto prima dei sintomi

Alessandra Familari | Autrice e divulgatrice informazione sanitaria
A cura di Alessandra Familari
Autrice e divulgatrice informazione sanitaria

Data articolo – 12 Febbraio, 2026

Un'infermiera con una donna che soffre di Alzheimer.

Un farmaco antiepilettico in uso da anni potrebbe aprire un nuovo fronte nella prevenzione della malattia di Alzheimer?

Secondo quanto emerge da uno studio pubblicato su Science Translational Medicine, condotto dai ricercatori della Northwestern University, la possibilità é concreta. 

Vediamo di che farmaco si tratta, come funzionerebbe, e cosa potrebbe cambiare per i pazienti di Alzheimer.

Il farmaco antiepilettico per prevenire l'Alzheimer

Non si tratta di un trattamento che rimuove le placche già presenti nel cervello, ma di una molecola capace di agire prima, interferendo con il meccanismo che porta alla formazione della beta-amiloide più tossica. È ciò che emerge dalla nuova ricerca.

La maggior parte dei farmaci recentemente approvati contro l’Alzheimer, come lecanemab e donanemab, agisce sulle placche già formate


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Il farmaco analizzato nello studio, il levetiracetam - già approvato da tempo per il trattamento dell’epilessia - sembra invece intervenire a monte del processo patologico

Ma in che modo?

Il bersaglio è la beta-amiloide 42, la forma più tossica della proteina coinvolta nella malattia. I ricercatori hanno osservato che questa proteina si accumula nelle vescicole sinaptiche dei neuroni, strutture essenziali per la trasmissione dei segnali nervosi.

L’idea alla base dello studio è quella di impedire la produzione della beta-amiloide 42 prima che si formino le placche, anziché tentare di eliminarle quando il danno è già in atto.

Come funziona, dunque, il meccanismo individuato dallo studio?

Al centro della scoperta vi è la proteina precursore dell’amiloide (APP), che svolge funzioni fisiologiche nello sviluppo cerebrale e nella formazione delle sinapsi. A seconda del percorso intracellulare che segue, APP può essere trasformata in beta-amiloide tossica oppure indirizzata verso una via non dannosa.

Il levetiracetam si lega alla proteina sinaptica SV2A e rallenta il riciclo delle vescicole sinaptiche. Questo rallentamento permette ad APP di permanere più a lungo sulla membrana cellulare, deviandola dalla via che porta alla produzione di beta-amiloide 42.

Dunque, il farmaco per l'epilessia usato nel trattamento per Alzheimer non elimina ciò che è già presente, ma riduce la formazione del peptide tossico.

La ricerca ha combinato diversi modelli sperimentali:

  • topi geneticamente modificati per sviluppare caratteristiche simili all’Alzheimer;
  • neuroni umani coltivati in laboratorio;
  • tessuti cerebrali di persone con sindrome di Down, popolazione ad alto rischio di Alzheimer precoce.

Quali sono i risultati emersi?

In tutti questi sistemi, il levetiracetam ha ridotto la produzione di beta-amiloide 42 e migliorato la funzione neuronale.

La ricerca ha inoltre analizzato dati clinici provenienti dal National Alzheimer's Coordinating Center. 

I pazienti con Alzheimer che avevano assunto levetiracetam presentavano un rallentamento della progressione della malattia, con un intervallo più lungo tra diagnosi di declino cognitivo e decesso rispetto a pazienti non trattati o trattati con altri antiepilettici. 

L’effetto osservato è stato modesto, tuttavia statisticamente significativo.

farmaco antiepilettico per prevenire l'Alzheimer: quando é davvero efficace

Un aspetto  senz'altro cruciale riguarda il timing. Secondo le evidenze emerse dall'analisi, infatti, il farmaco potrebbe essere utile solo nelle fasi iniziali della vita adulta, quando il cervello conserva una maggiore capacità di indirizzare correttamente le proteine lontano da percorsi patologici.


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Nelle fasi avanzate, quando sono già presenti grovigli di tau, neuroinfiammazione e morte neuronale diffusa, l’intervento non sarebbe efficace.

Questo significa che, in prospettiva, il levetiracetam potrebbe avere un valore preventivo soprattutto in soggetti geneticamente a rischio, ma non rappresenta una cura per la malattia conclamata.

Cosa significa per il futuro del trattamento della malattia di Alzheimer

La scoperta suggerisce che l’Alzheimer potrebbe iniziare molti anni prima dei sintomi clinici e che esiste una finestra biologica in cui intervenire. 

Tuttavia, prima di ipotizzare un utilizzo preventivo nella popolazione generale, saranno necessari studi clinici mirati, valutazioni di sicurezza a lungo termine e strategie per identificare con precisione i soggetti ad alto rischio.

Questa scoperta incarna una potenziale e considerevole svolta nel paradigma della cura di questa patologia: spostare l’attenzione dalla rimozione delle placche alla prevenzione della loro formazione. Prevenire invece che tentare di curare quando potrebbe essere troppo tardi.


Fonti:

PubMed - Levetiracetam prevents Aβ42 production through SV2a-dependent modulation of App processing in Alzheimer's disease models


Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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