Dopo dodici anni senza casi, l’Ebola è stata nuovamente diagnosticata in Nigeria. La conferma è arrivata dalle autorità sanitarie del Paese e riguarda una donna che nelle settimane precedenti aveva viaggiato in Uganda, per poi tornare ad Abuja, la capitale nigeriana.
La paziente è stata ricoverata e posta in isolamento, mentre è già iniziato il lavoro di ricostruzione dei suoi contatti: al momento ne sono stati identificati 44, che dovranno essere seguiti per individuare rapidamente l’eventuale comparsa di sintomi. Si tratta del primo caso registrato nel Paese dall’epidemia del 2014 e anche del primo collegato all’attuale emergenza a raggiungere l’Africa occidentale.
Il caso in Nigeria arriva dopo mesi di epidemia in Africa
Il contagio nigeriano si inserisce in un quadro epidemiologico molto più ampio. L’attuale epidemia era iniziata a maggio nella Repubblica Democratica del Congo e nei mesi successivi ha interessato anche altri Paesi dell’Africa centrorientale. In Congo sono stati registrati oltre 9.500 casi e più di 4.600 decessi, numeri che rendono questa la più grave epidemia di Ebola mai osservata nella storia del Paese.
Focolai più circoscritti sono stati segnalati anche in Kenya e Uganda. Quest’ultima aveva dichiarato a luglio di non avere più casi attivi, ma resta uno dei Paesi coinvolti nella storia di viaggio della donna risultata positiva in Nigeria. L’individuazione del caso ad Abuja non significa automaticamente che sia iniziata una nuova epidemia nel Paese: molto dipenderà dalla capacità di identificare le persone eventualmente esposte e interrompere rapidamente possibili catene di trasmissione.
Perché questo focolaio è diverso da quelli più conosciuti
L’epidemia in corso è provocata dal Bundibugyo ebolavirus, una specie differente da quella responsabile di molte delle grandi epidemie di Ebola del passato. Il Bundibugyo è stato storicamente meno diffuso e, di conseguenza, anche meno studiato rispetto ad altre forme del virus.
Questa differenza ha conseguenze concrete. Per alcune forme di Ebola sono stati sviluppati vaccini e trattamenti specifici, mentre contro il Bundibugyo non sono attualmente disponibili vaccini o terapie specifiche autorizzate. Sono in corso sperimentazioni per individuare strumenti farmacologici capaci di contrastarlo, ma per il momento il contenimento dell’infezione dipende soprattutto dalle misure di sanità pubblica e dalla rapidità con cui vengono riconosciuti e isolati i pazienti.
Come si trasmette l’Ebola
Il virus dell’Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di una persona infetta, viva o deceduta. Sangue, vomito, feci e altri liquidi biologici possono contenere il virus e rappresentare quindi una possibile via di contagio, soprattutto quando l’assistenza ai malati avviene senza adeguate protezioni.
Questo spiega perché il personale sanitario e le persone che assistono direttamente un paziente possano essere particolarmente esposti se non vengono seguite rigorose misure di sicurezza. Il controllo dell’epidemia passa quindi dalla diagnosi precoce, dall’isolamento dei casi, dalla protezione degli operatori e soprattutto dal tracciamento dei contatti, che permette di seguire le persone potenzialmente esposte prima che un eventuale nuovo contagio possa diffondersi ulteriormente.
Quali sono i sintomi dell’Ebola
L’infezione può iniziare con sintomi che, nelle prime fasi, non sono necessariamente specifici. Tra le manifestazioni più frequenti figurano febbre, debolezza, dolori muscolari e malessere generale. Possono quindi comparire vomito e diarrea, con il rischio di una perdita importante di liquidi e di un rapido peggioramento delle condizioni.
Nelle forme più gravi possono svilupparsi anche emorragie interne o esterne, anche se il sanguinamento non è presente in tutti i pazienti. L’Ebola può coinvolgere diversi organi e diventare rapidamente una malattia molto seria, motivo per cui il riconoscimento tempestivo dei casi e l’accesso alle cure di supporto sono particolarmente importanti.
Per il Bundibugyo non c’è ancora un vaccino autorizzato
Uno degli elementi che rende più difficile il controllo dell’attuale epidemia è proprio l’assenza di un vaccino specificamente autorizzato contro questa variante. Per altre specie di ebolavirus, soprattutto quella Zaire, negli ultimi anni sono stati sviluppati strumenti preventivi e terapeutici che hanno modificato la gestione dei focolai. Nel caso del Bundibugyo, invece, le possibilità sono ancora più limitate.
Ciò non significa che i malati non possano essere assistiti. Le cure di supporto possono intervenire sulla disidratazione e sulle altre complicanze della malattia, sostenendo l’organismo durante l’infezione. Restano però fondamentali le misure epidemiologiche tradizionali: individuare il caso, isolarlo, assisterlo in sicurezza e rintracciare rapidamente chi potrebbe essere entrato in contatto con il virus.
Perché i 44 contatti in Nigeria sono così importanti
Il numero di casi osservati nelle prossime settimane dipenderà anche dal risultato del monitoraggio avviato intorno alla donna ricoverata ad Abuja. Le autorità nigeriane hanno individuato 44 contatti stretti, un passaggio essenziale per capire se il virus abbia avuto altre possibilità di trasmissione.
Essere classificati come contatti non significa essere infetti. Significa avere avuto un tipo di esposizione che rende necessario controllare attentamente lo stato di salute della persona durante il periodo in cui potrebbe comparire la malattia. Se un eventuale nuovo caso viene riconosciuto mentre è già sotto sorveglianza, le possibilità che abbia numerosi contatti con altre persone possono diminuire sensibilmente.
La Nigeria aveva sconfitto l’Ebola nel 2014
Il ritorno del virus assume un significato particolare per la Nigeria, che aveva affrontato l’Ebola durante la grande epidemia dell’Africa occidentale del 2014. In quell’occasione il Paese riuscì a contenere rapidamente la diffusione attraverso un intenso lavoro di tracciamento dei contatti e sorveglianza sanitaria.
Il nuovo caso non è quindi paragonabile, almeno per il momento, all’inizio di una diffusione generalizzata. Si tratta di un’infezione importata, collegata a un’epidemia già in corso in altre aree dell’Africa. La priorità delle autorità sanitarie è capire se siano avvenuti altri contagi e impedire che il virus riesca a stabilire nuove catene di trasmissione.
Il vero problema resta l’epidemia in Africa centrorientale
Il caso nigeriano richiama l’attenzione sull’emergenza, ma il centro della crisi sanitaria resta soprattutto la Repubblica Democratica del Congo, dove il numero di infezioni e decessi ha raggiunto livelli molto elevati. La presenza del virus anche in altri Paesi dimostra quanto sia importante coordinare la sorveglianza tra territori confinanti e seguire con attenzione gli spostamenti delle persone che potrebbero essere state esposte.
Per il momento, la strategia contro il Bundibugyo rimane basata soprattutto sulla capacità di spezzare velocemente le catene di contagio. In assenza di un vaccino specifico già autorizzato, ogni diagnosi precoce può fare una differenza sostanziale: permette di curare il paziente in un ambiente protetto e, nello stesso tempo, di individuare chi potrebbe essere entrato in contatto con il virus prima che l’infezione continui a circolare.
Fonte
OMS - Nigeria confirms imported Ebola Bundibugyo case