Grasso bruno e obesità: una nuova scoperta ribalta ciò che sapevamo

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
Divulgatore scientifico
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Data articolo – 25 Ottobre, 2026

persona allo specchio si controlla la pancia

Quando si parla di grasso corporeo, l’idea più immediata è quella di una riserva di energia che, quando diventa eccessiva, favorisce l’aumento di peso. Il grasso bruno, però, funziona in modo diverso rispetto al più comune grasso bianco: le sue cellule sono ricche di mitocondri e utilizzano nutrienti per produrre calore, soprattutto quando l’organismo viene esposto al freddo. 

Proprio questo tessuto è al centro di uno studio coordinato da Damaris N. Lorenzo e pubblicato il 17 ottobre 2026 su Nature Communications. 

Nei topi maschi, i ricercatori hanno eliminato selettivamente dal grasso bruno una proteina chiamata ankyrin-B, codificata dal gene ANK2. Il risultato è stato insolito: le cellule hanno accumulato più lipidi e assunto caratteristiche apparentemente meno favorevoli, ma gli animali hanno mostrato una maggiore protezione contro l’obesità indotta dalla dieta. 

Un paradosso solo apparente, che suggerisce quanto il metabolismo del tessuto adiposo sia più complesso della semplice quantità di grasso immagazzinato.

Cosa succede quando manca ankyrin-B

All’interno delle cellule adipose, i trigliceridi vengono accumulati in piccole goccioline lipidiche dalle quali possono essere liberati gli acidi grassi necessari, tra le altre cose, alla produzione di calore. Ankyrin-B favorisce l’arrivo della lipasi ormone-sensibile su queste goccioline, permettendo all’enzima di partecipare alla degradazione dei grassi. 

Eliminando la proteina esclusivamente dal tessuto adiposo bruno, i ricercatori hanno osservato una minore mobilizzazione dei lipidi nelle condizioni di riposo. 

Le goccioline diventavano quindi più grandi e il tessuto assumeva un aspetto più simile al grasso bianco, un fenomeno definito “sbiancamento” del grasso bruno. 

A prima vista sarebbe stato ragionevole aspettarsi una perdita delle sue capacità metaboliche, ma gli esperimenti hanno mostrato una situazione più articolata: negli animali alimentati normalmente, né la capacità ossidativa dei mitocondri né la produzione di calore risultavano compromesse in maniera evidente.

La difficoltà compariva invece quando gli animali erano sottoposti contemporaneamente a freddo e digiuno. In quella situazione, i topi privi di ankyrin-B nel grasso bruno avevano maggiori problemi nel mantenere stabile la temperatura corporea. 

Questo dettaglio è importante perché mostra che la modifica genetica non produce soltanto vantaggi: uno stesso cambiamento può risultare relativamente ben tollerato in condizioni normali e diventare sfavorevole quando all’organismo viene richiesto uno sforzo metabolico maggiore.

Con la dieta ricca di grassi emerge il risultato più sorprendente

Il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione è comparso quando gli animali sono stati alimentati con una dieta ricca di grassi. Rispetto ai topi di controllo, quelli nei quali ankyrin-B era stata eliminata esclusivamente dal grasso bruno risultavano maggiormente protetti dall’obesità provocata dall’alimentazione. 

Non si trattava soltanto di una differenza sulla bilancia: gli animali mostravano anche un minore accumulo di grasso nel fegato, una migliore tolleranza al glucosio e una maggiore sensibilità all’insulina.

Le analisi hanno inoltre evidenziato una maggiore capacità ossidativa dei mitocondri presenti nel grasso bruno e cambiamenti anche nel tessuto adiposo bianco, che assumeva caratteristiche orientate verso un metabolismo più ossidativo. 

Il risultato suggerisce quindi che la modifica del grasso bruno possa influenzare altri comparti dell’organismo attraverso una rete di segnali metabolici, e che la quantità di lipidi accumulati all’interno delle sue cellule non racconti necessariamente quanto quel tessuto sia attivo o favorevole alla salute metabolica.

Il possibile ruolo dell’ormone FGF21

Tra i cambiamenti osservati c’era anche un aumento dei livelli di FGF21, un ormone coinvolto nella regolazione del metabolismo energetico, dell’utilizzo dei nutrienti e della risposta a determinate condizioni metaboliche. La presenza di livelli più elevati potrebbe contribuire a spiegare alcuni dei benefici riscontrati negli animali, ma lo studio non permette ancora di stabilire che sia proprio FGF21 il responsabile della protezione dall’obesità.

L’associazione tra aumento dell’ormone e miglioramento dei parametri metabolici non equivale infatti a una dimostrazione di causa ed effetto. Rimane da chiarire quali passaggi colleghino l’assenza di ankyrin-B nel grasso bruno alla maggiore ossidazione, alla migliore sensibilità insulinica e alle modifiche osservate nel grasso bianco. È proprio questo uno dei punti che le ricerche future dovranno approfondire.

Perché il grasso bruno interessa la ricerca sull’obesità

Il grasso bruno è presente anche negli esseri umani adulti ed è da tempo studiato come possibile bersaglio per contrastare obesità e alterazioni metaboliche. La sua capacità di utilizzare nutrienti e produrre calore lo rende infatti molto diverso dal grasso bianco, specializzato soprattutto nell’immagazzinamento dell’energia in eccesso. 

Da qui nasce l’interesse verso strategie capaci di aumentare l’attività del tessuto bruno o di comprendere meglio i segnali attraverso cui comunica con il resto dell’organismo.

Questo non significa, però, che aumentare o “attivare” il grasso bruno garantisca automaticamente una perdita di peso clinicamente significativa. Il nuovo studio mostra anzi quanto sia riduttivo considerare il metabolismo soltanto come un equilibrio tra grasso accumulato e grasso consumato. Conta dove i lipidi vengono conservati, quando vengono mobilizzati e quali segnali vengono inviati agli altri tessuti.

Lo studio riguarda soltanto topi maschi

Il limite principale deve rimanere ben chiaro: gli esperimenti sono stati eseguiti su topi maschi geneticamente modificati. Non è stato sperimentato alcun farmaco sulle persone e non sappiamo se eliminare o ridurre l’attività di ankyrin-B nel tessuto adiposo umano produrrebbe gli stessi effetti, né se sarebbe sicuro farlo. 

Inoltre, la difficoltà degli animali nel mantenere la temperatura durante la combinazione di digiuno e freddo indica che la proteina svolge comunque funzioni utili in alcune condizioni.

Anche il fatto che studi precedenti avessero ottenuto risultati diversi è significativo. Quando la perdita di ankyrin-B coinvolgeva più comparti adiposi, infatti, era stata associata a obesità e insulino-resistenza. La nuova ricerca suggerisce che gli effetti dipendano quindi fortemente dal tessuto in cui viene modificato il meccanismo, confermando quanto sia delicato intervenire sui sistemi che controllano il metabolismo.

Più che una scorciatoia per dimagrire, una nuova pista sul metabolismo

Il risultato non indica quindi un modo per “accumulare più grasso e dimagrire”, né suggerisce una strategia da riprodurre attraverso dieta, integratori o farmaci. Mostra piuttosto che l’aspetto di una cellula adiposa non basta per stabilire come stia funzionando metabolicamente. 

Nei topi studiati, un grasso bruno apparentemente più carico di lipidi conviveva con una maggiore protezione da obesità, accumulo di grasso nel fegato e alterazioni del metabolismo del glucosio.

La domanda che emerge dalla ricerca diventa quindi più interessante della semplice quantità di tessuto adiposo: capire come il grasso bruno comunica con il resto dell’organismo e quali segnali permettono di spostare il metabolismo verso un maggiore utilizzo dell’energia. 

Per arrivare a possibili applicazioni sull’uomo serviranno ancora molti passaggi, ma il lavoro aggiunge un tassello importante alla comprensione di un tessuto che continua a mostrare funzioni molto più complesse di quanto suggerisca il suo nome.

Fonte

Nature Communications - Brown adipose tissue ankyrin-B cell-autonomously modulates lipid content and its deletion protects male mice against diet-induced obesity

Ultimo aggiornamento – 20 Ottobre, 2026

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