Entro 24-48 ore dal ricovero: è questa la finestra temporale entro cui, secondo le linee guida italiane sull'ictus cerebrale (SPREAD), dovrebbe essere valutata la capacità di deglutire di un paziente colpito da ictus.
Un intervallo breve, ma decisivo per prevenire una delle complicanze più frequenti e insidiose dell'evento cerebrovascolare: la disfagia.
Un disturbo che riguarda fino a due pazienti su tre
La disfagia, cioè la difficoltà a far transitare cibi e liquidi dalla bocca allo stomaco, compare in una percentuale di pazienti che va dal 45 al 67% nei primi giorni successivi all'ictus, con stime che in molti casi si attestano intorno al 50% del totale. L'incidenza risulta più marcata quando la lesione coinvolge il tronco encefalico, l'area cerebrale più direttamente implicata nel controllo dei muscoli di gola ed esofago.
Perché la tempestività cambia l'esito
Il ritardo nella diagnosi non è un dettaglio organizzativo, ma un fattore che incide sulla prognosi. Se la disfagia non viene riconosciuta, aumenta il rischio di polmonite ab ingestis, un'infezione respiratoria causata dall'inalazione di cibo, liquidi o saliva nelle vie aeree: una complicanza che, secondo i dati disponibili, colpisce entro i primi cinque giorni dall'ictus tra il 19,5% e il 42% dei pazienti disfagici. A questo si aggiungono un maggior rischio di malnutrizione, disidratazione, allungamento dei tempi di degenza e un recupero riabilitativo più difficile.
Proprio per questo, le linee guida italiane e i principali protocolli internazionali (tra cui quelli di Scottish Intercollegiate Guidelines Network e Joanna Briggs Institute) convergono sulla stessa raccomandazione: la valutazione della deglutizione va effettuata non appena il paziente torna vigile e cosciente dopo l'ictus, idealmente entro le prime 24-48 ore.
Come avviene lo screening
Nella pratica clinica vengono utilizzati strumenti relativamente semplici e rapidi: il test di deglutizione dell'acqua (Water Swallow Test), la valutazione clinica al letto del paziente (Bedside Swallowing Assessment) e test più strutturati come il GUSS Test.
Lo screening iniziale è generalmente a carico del personale infermieristico; in caso di esito positivo, interviene il logopedista per una valutazione approfondita e per impostare il percorso riabilitativo.
I segnali da riconoscere
Tra i segnali che possono indicare la presenza di disfagia figurano: tosse o soffocamento durante i pasti, voce che diventa "umida" o gorgogliante dopo aver bevuto, fuoriuscita di cibo o saliva dalla bocca, necessità di deglutire più volte lo stesso boccone.
C'è anche una componente comportamentale da non trascurare: per evitare situazioni imbarazzanti a tavola, alcuni pazienti tendono ad affrettare i pasti o a evitarli, con il rischio concreto di andare incontro a malnutrizione.
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La gestione dopo la diagnosi
Una volta identificata, la disfagia viene gestita con un percorso personalizzato che può prevedere diete a consistenza modificata, posture facilitanti durante il pasto e, nei casi più severi, il ricorso temporaneo alla nutrizione artificiale (sondino nasogastrico nelle prime settimane, PEG oltre le 4-6 settimane) in attesa del recupero della funzione deglutitoria. La riabilitazione logopedica resta l'elemento centrale del percorso di recupero.
Il messaggio che emerge dalle linee guida è chiaro: individuare la disfagia entro 48 ore non è solo una buona pratica clinica, ma un intervento che può fare concretamente la differenza sull'esito complessivo dopo l'ictus.
Fonti
- Osservatorio Malattie Rare (OMAR) - Ictus cerebrale, la disfagia si verifica in circa il 50% dei pazienti
- Linee guida SPREAD - "Ictus cerebrale: Linee guida italiane di prevenzione e trattamento"