Ictus, l’errore che molti fanno nei primi minuti e che può pesare sul recupero: cosa dicono gli studi

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
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Data articolo – 21 Ottobre, 2026

operatori 112 con paziente

Un angolo della bocca che cede mentre si sorride, una tazzina che scivola dalle dita, una frase che esce impastata senza motivo. Sono scene di pochi secondi, ma da ciò che accade subito dopo può dipendere buona parte del recupero. 

Il 29 ottobre ricorre la Giornata mondiale dell’ictus, promossa dalla World Stroke Organization (WSO). Il messaggio della campagna 2026, Every M1nute Counts, richiama l'importanza di riconoscere i segnali e sapere come agire nei minuti successivi.

Un conto alla rovescia che parte dal primo sintomo

Nel 2006 il neurologo Jeffrey Saver, dell’Università della California a Los Angeles, ha provato a quantificare il danno in uno studio pubblicato su Stroke. Per un ictus ischemico tipico, causato dall’occlusione di un grosso vaso, la stima è di circa 1,9 milioni di neuroni persi ogni minuto senza trattamento. 

In un’ora il cervello “invecchia” di 3,6 anni rispetto al ritmo fisiologico. Sono valori medi e non misure sul singolo paziente, ma rendono l’idea della velocità con cui il tessuto cerebrale si compromette.

Sul versante clinico, una meta-analisi sui dati individuali di cinque studi randomizzati (collaborazione HERMES, JAMA, 2016) ha mostrato che la trombectomia meccanica, cioè la rimozione del coagulo per via endovascolare, riduce la disabilità a tre mesi. Il beneficio diminuisce con il passare del tempo e, nell'analisi, non risultava più statisticamente significativo oltre le 7,3 ore dall'esordio. 

Non si tratta però di un limite assoluto: oggi alcuni pazienti selezionati possono beneficiare della procedura anche fino a 24 ore.

Gli autori hanno stimato che, su 1.000 pazienti con riapertura del vaso, ogni 15 minuti guadagnati si associano a 39 persone con una disabilità meno grave, 25 delle quali in più autonome nella vita quotidiana.

Il dettaglio che cambia i tempi: come si arriva in ospedale

Qui entra in gioco l'errore citato nel titolo. Uno studio su Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes (Ekundayo e colleghi, 2013) ha analizzato oltre 204mila pazienti con ictus ricoverati in 1.563 ospedali statunitensi, con dati raccolti tra il 2003 e il 2010. Solo il 63,7% era arrivato con i soccorsi, quindi più di un terzo aveva raggiunto l'ospedale in altro modo.

Chi aveva usato l’ambulanza mostrava una probabilità maggiore di arrivare in ospedale entro tre ore dall’esordio (odds ratio di 2,00). Eseguiva inoltre più spesso la diagnostica per immagini entro 25 minuti dall’arrivo (odds ratio di 1,89). Tra i pazienti arrivati entro due ore dall'esordio e idonei al trattamento, la trombolisi veniva effettuata nel 67% dei casi contro il 44%.

Secondo gli autori, parte del vantaggio dipende dal preavviso al pronto soccorso, che permette di preparare il team prima dell’arrivo. Anche Regione Toscana, nella sua campagna sull’ictus, sottolinea che la chiamata al 112 consente di attivare tempestivamente il percorso di emergenza e allertare l'ospedale di destinazione.

Lo studio è osservazionale e riguarda gli Stati Uniti, quindi non dimostra da solo un rapporto di causa-effetto né descrive necessariamente la situazione italiana. Il messaggio, però, coincide con le indicazioni delle società scientifiche: ai primi sintomi si chiama il 112, senza mettersi alla guida e senza attendere il parere del medico.

I segnali da non rimandare

La sigla BEFAST riunisce i principali campanelli d’allarme, generalmente caratterizzati da una comparsa improvvisa:

  • Balance: perdita improvvisa dell’equilibrio o difficoltà a coordinare i movimenti
  • Eyes: alterazioni improvvise della vista, come la visione doppia
  • Face: volto asimmetrico, bocca storta
  • Arm: debolezza a un braccio, difficoltà a sollevarlo
  • Speech: parola confusa o difficile da pronunciare
  • Time: chiamare subito il 112

Non è necessario che tutti i segnali siano presenti contemporaneamente. Anche quando i disturbi regrediscono da soli, la situazione resta da valutare con urgenza. Potrebbe trattarsi di un attacco ischemico transitorio (TIA), che può precedere un ictus.

Un’emergenza che continua a crescere

Il Global Stroke Fact Sheet 2025 della WSO (International Journal of Stroke, dati Global Burden of Disease 2021) registra tra il 1990 e il 2021 un aumento del 70% del numero assoluto di nuovi ictus e del 44% dei decessi. L'87% delle morti si concentra nei Paesi a reddito basso e medio-basso, mentre i fattori di rischio metabolici contribuiscono a circa il 69% del carico globale della malattia, misurato in anni di vita persi per morte prematura o disabilità. Secondo la WSO, una persona su quattro sopra i 25 anni sarà colpita da ictus nel corso della vita.

In Italia, A.L.I.Ce. Italia Odv stima circa 100mila nuovi casi ogni anno.

Davanti a sintomi sospetti non si cercano conferme online e non si aspetta che passino: si chiama il 112.

Fonti

  • PubMed - Time is brain—quantified
  • JAMA - Time to Treatment With Endovascular Thrombectomy and Outcomes From Ischemic Stroke: A Meta-analysis
  • PubMed - Patterns of emergency medical services use and its association with timely stroke treatment: findings from Get With the Guidelines-Stroke
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