Il Nobel per la Medicina 2026 non premia un farmaco: premia un'alga che cerca il sole

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 06 Ottobre, 2026

esperimento laboratorio alga

Il 5 ottobre 2026 il Nobel per la Medicina è stato assegnato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull'optogenetica. 

All'origine del riconoscimento non c'è un farmaco né uno strumento ad alta tecnologia, ma un'alga microscopica che si orienta verso la luce.

Dallo stagno al laboratorio: l'interruttore nascosto in un'alga

Tutto parte da una domanda di biologia di base: come fa l'alga unicellulare Chlamydomonas a percepire la luce e a dirigersi verso di essa? Hegemann e Nagel hanno individuato la risposta all'inizio degli anni Duemila, in una proteina presente sulla sua superficie, la canalrodopsina. 

Quando viene colpita dalla luce blu, la proteina apre un varco nella membrana e lascia passare ioni dotati di carica elettrica, generando una corrente.

Il punto decisivo è che questa proprietà non resta confinata all'alga: una cellula a cui viene fornito il gene della proteina diventa a sua volta sensibile alla luce.

Qui entra in scena Deisseroth. Nel 2005 il suo gruppo ha introdotto quel gene in neuroni di ratto coltivati in laboratorio e ha dimostrato che un lampo di luce blu bastava a farli scaricare a comando. Due anni dopo la stessa strategia è stata applicata a neuroni nel cervello di topi vivi. Dall'unione di luce e genetica è nato il nome della nuova disciplina: optogenetica.

Perché il Comitato parla di una nuova mappa del cervello

Il presidente del Comitato Nobel per la Medicina, Per Svenningsson, ha descritto il metodo come un modo di esplorare il cervello che fino a poco tempo fa sembrava un sogno. La ragione sta nella selettività. 

Gli stimoli elettrici tradizionali agiscono su tutto ciò che si trova vicino all'elettrodo, mentre con l'optogenetica si sceglie quale tipo di neurone attivare o spegnere, e solo quelli reagiscono alla luce.

Questo consente di collegare circuiti precisi a funzioni precise, cioè di capire come le cellule nervose contribuiscano a formare ricordi, emozioni e comportamenti in un cervello vivo. Nel 2021 l'importanza della scoperta era già stata riconosciuta con il premio Lasker per la ricerca biomedica di base, assegnato a Hegemann e Deisseroth insieme a Dieter Oesterhelt.

La vista, il primo banco di prova sull'uomo

Il Comitato ha sottolineato che alcuni gruppi di ricerca stanno usando il metodo per tentare di restituire la vista a persone con deficit visivi. Il caso più noto è stato pubblicato su Nature Medicine il 24 maggio 2021 da un gruppo internazionale guidato da José-Alain Sahel e Botond Roska.

Il paziente era un uomo di 58 anni con retinite pigmentosa, una malattia ereditaria in cui i fotorecettori della retina degenerano progressivamente. Gli era stata diagnosticata quarant'anni prima e la sua vista era ridotta alla sola percezione della luce. 

In un occhio è stato iniettato un vettore virale che trasporta il gene di ChrimsonR, una proteina sensibile alla luce della stessa famiglia della canalrodopsina, così da rendere fotosensibili le cellule gangliari della retina, che sopravvivono alla malattia.

A questo si è aggiunto un paio di occhiali speciali, che rilevano in tempo reale le variazioni di luminosità e proiettano sulla retina impulsi luminosi corrispondenti. Dopo circa sette mesi dall'inizio dell'addestramento, il paziente ha iniziato a riferire segni di miglioramento. 

Con l'occhio trattato e gli occhiali indossati è riuscito a percepire, localizzare, contare e toccare oggetti, mentre senza occhiali non vedeva nulla. Le registrazioni elettroencefalografiche hanno inoltre mostrato un'attività correlata agli oggetti sopra la corteccia visiva.

Gli stessi autori lo hanno definito il primo caso di recupero funzionale parziale in una malattia neurodegenerativa dopo terapia optogenetica.

Cosa non è (ancora)

Il quadro richiede prudenza. Il risultato sulla retina riguarda un solo paziente, e un recupero parziale, con occhiali dedicati, non equivale a una vista normale. Per il cervello la situazione è diversa: le applicazioni più solide restano quelle di ricerca di base su modelli animali, che aiutano a individuare i circuiti coinvolti in malattie neurodegenerative e psichiatriche. Parlare di terapie per Alzheimer o Parkinson, oggi, sarebbe prematuro.

Inoltre, poiché il metodo richiede di introdurre un gene nelle cellule, ogni applicazione clinica deve fare i conti con sicurezza a lungo termine e modalità di somministrazione della luce.

Il Nobel 2026 premia dunque soprattutto un cambio di prospettiva: da una proteina nata per guidare un'alga verso il sole è arrivato uno strumento che permette di osservare il cervello in azione, con una precisione prima fuori portata.

Fonti

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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