Quando si parla di osteoporosi, il pensiero va subito alle fratture e alla fragilità delle ossa. Ma oggi la ricerca suggerisce che questa malattia potrebbe raccontare qualcosa anche sullo stato di salute del cervello. Un nuovo studio ha infatti osservato un'associazione tra osteoporosi e un rischio più elevato di sviluppare demenza, rafforzando l'idea che ossa e cervello condividano alcuni importanti meccanismi biologici.
Cosa emerge dallo studio
Una ricerca pubblicata nel 2025 su Bone Research ha seguito una coorte di 176.150 persone di almeno 65 anni, senza segni di declino cognitivo all'inizio dello studio. Attraverso i registri sanitari, i ricercatori hanno confrontato l'incidenza di demenza tra chi aveva una diagnosi di osteoporosi e chi no.
Il risultato: chi soffriva di osteoporosi presentava un rischio di demenza superiore di circa l'80%, mentre chi aveva già subito una frattura da fragilità arrivava a un rischio più che doppio rispetto alla popolazione generale.
Gli autori sottolineano che il legame non è casuale: osteoporosi e declino cognitivo condividerebbero alcuni meccanismi biologici di fondo, oltre a fattori di rischio comuni come l'età avanzata, il fumo e la sedentarietà.
Quanto è diffusa in Italia
Il problema riguarda una fetta consistente della popolazione: le stime parlano di circa 4 milioni di persone con osteoporosi nel nostro Paese, in gran parte donne. Ogni anno si contano oltre 500.000 fratture da fragilità, e i dati raccolti con il contributo dell'Istituto Superiore di Sanità indicano che, dopo i 50 anni, ne è colpita circa una donna su tre e un uomo su cinque.
Quattro cose che è importante sapere sull’osteoporosi
Intorno all'osteoporosi continuano a circolare informazioni imprecise o ormai superate. Fare chiarezza può aiutare a riconoscere i fattori di rischio e adottare comportamenti utili per proteggere la salute delle ossa.
Non colpisce soltanto le donne anziane
La menopausa rappresenta uno dei principali fattori di rischio per la rapida perdita di massa ossea dovuta alla riduzione degli estrogeni. Tuttavia, anche gli uomini possono sviluppare osteoporosi, soprattutto con l'avanzare dell'età o in presenza di altre condizioni predisponenti.
Inoltre, una ridotta massa ossea può iniziare a svilupparsi già in età più giovane, ad esempio in presenza di disturbi alimentari, sedentarietà o alcune malattie croniche.
Il calcio da solo non è sufficiente
Assumere calcio è importante, ma non basta. Perché possa essere assorbito e utilizzato correttamente dall'organismo è necessaria una quantità adeguata di vitamina D, che favorisce la mineralizzazione dello scheletro.
La vitamina D dipende soprattutto dall'esposizione al sole
Contrariamente a quanto spesso si pensa, la vitamina D non viene introdotta principalmente con l'alimentazione. La fonte più importante è la produzione cutanea stimolata dall'esposizione ai raggi solari, mentre gli alimenti – come il pesce grasso, le uova e alcuni prodotti fortificati – contribuiscono solo in parte al fabbisogno.
Secondo la SIOMMMS (Società Italiana dell'Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro), nei mesi invernali circa la metà dei giovani adulti presenta livelli insufficienti di vitamina D, una condizione che diventa ancora più frequente negli anziani.
Camminare aiuta davvero a proteggere le ossa
Non è necessario praticare attività sportive intense. Anche una semplice camminata quotidiana rappresenta uno degli stimoli più efficaci per mantenere la densità minerale ossea, grazie al carico esercitato dallo scheletro durante il movimento. L'esercizio fisico regolare contribuisce inoltre a migliorare forza, equilibrio e coordinazione, riducendo il rischio di cadute e fratture.
La prevenzione comincia prima di quanto si creda
La massa ossea si costruisce soprattutto durante l'infanzia e l'adolescenza, raggiungendo il suo picco attorno ai vent'anni: più solida è questa "riserva" iniziale, meglio si affrontano gli anni successivi. Per questo l'attività fisica regolare e un'alimentazione equilibrata in età giovanile non sono solo abitudini salutari generiche, ma un investimento diretto sulla salute scheletrica futura.
Perché la diagnosi precoce fa la differenza
Uno dei nodi critici resta la diagnosi tardiva: nella maggior parte dei casi l'osteoporosi viene scoperta solo dopo la prima frattura, quando il danno è già avvenuto. Una valutazione del rischio nelle fasce d'età più esposte, donne in premenopausa e menopausa, uomini sopra i 65 anni, chiunque abbia già avuto una frattura da trauma minimo, permette di intervenire prima, con beneficio non solo per le ossa, ma, alla luce dei nuovi dati, anche per la salute cognitiva.
Fonti
- Bone Research - Osteoporosis and risk of dementia among older adults: a population‑based cohort study
- Osservatorio Malattie Rare (OMAR) - Osteoporosi: in Italia circa 4 milioni e mezzo di pazienti