La cosiddetta malattia della pioggia, conosciuta in ambito medico come dermatofilosi, sta attirando l’attenzione delle autorità sanitarie europee perché negli ultimi mesi sono stati osservati focolai insoliti nell’uomo. Il batterio responsabile, Dermatophilus congolensis, è noto da tempo soprattutto nel mondo veterinario, dove può causare infezioni della pelle in bovini, cavalli, pecore e altri animali.
La novità riguarda il contesto in cui alcuni casi sono stati identificati. In passato le infezioni umane erano considerate rare e spesso associate al contatto diretto con animali o ambienti contaminati. Nei focolai più recenti, invece, diversi pazienti non avevano riferito contatti con bestiame o cavalli, mentre emergevano esposizioni compatibili con un contagio tramite contatto stretto pelle contro pelle.
Questo non significa che la dermatofilosi sia diventata una nuova emergenza sanitaria. Il dato più importante, al momento, è un altro: le autorità europee considerano il rischio per la popolazione generale molto basso. L’attenzione nasce soprattutto dal cambiamento osservato nella trasmissione, che merita sorveglianza e diagnosi più attente.
Che cos’è la malattia della pioggia
Il nome “malattia della pioggia” deriva dal fatto che il batterio tende a svilupparsi meglio in condizioni di umidità. Negli animali, infatti, l’infezione è spesso associata a pelle bagnata per periodi prolungati, microlesioni e condizioni ambientali favorevoli alla proliferazione del microrganismo.
Nell’uomo la dermatofilosi resta un’infezione poco comune. Si presenta soprattutto come una malattia della pelle, con lesioni localizzate, spesso simili ad altre infezioni cutanee più frequenti. Proprio questa somiglianza può rendere la diagnosi meno immediata: a prima vista può ricordare una follicolite batterica, una micosi, alcune infezioni trasmesse sessualmente o altre dermatiti.
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Il batterio può penetrare più facilmente quando la barriera cutanea è indebolita, per esempio in presenza di piccole abrasioni, sfregamento, sudorazione, umidità o contatto ravvicinato con superfici o pelle potenzialmente contaminate. Sono tutti elementi che spiegano perché i contesti umidi e affollati, o le attività con contatto fisico intenso, vengano osservati con attenzione.
I sintomi sulla pelle
I sintomi descritti nei casi europei riguardano soprattutto la pelle. Le manifestazioni più riportate sono papule, pustole, croste, lesioni squamose e rash simili a follicolite. In alcuni casi può comparire prurito, mentre le lesioni possono essere presenti in più parti del corpo nello stesso momento.
Le sedi più segnalate includono area genitale, inguine, cosce, glutei, tronco e zona della barba. Non sempre il quadro è uguale da persona a persona: alcune lesioni possono sembrare piccoli brufoli infiammati, altre possono evolvere in croste o chiazze squamose. Nella maggior parte dei casi descritti, l’infezione è rimasta localizzata e non ha provocato sintomi generali importanti.
Il periodo di incubazione osservato negli studi francesi è stato in media di circa 5,85 giorni, con un intervallo compreso tra 2 e 22 giorni. Questo significa che le lesioni possono comparire pochi giorni dopo l’esposizione, ma anche dopo un tempo più lungo, rendendo non sempre semplice ricostruire il momento del contagio.
Come sembra trasmettersi nei nuovi focolai
Le conoscenze non sono ancora complete, ma i dati raccolti in Europa indicano una possibile trasmissione da persona a persona tramite contatto molto stretto, soprattutto pelle contro pelle. Alcuni casi hanno riguardato uomini che avevano avuto rapporti sessuali dopo la frequentazione di saune o locali con contatti ravvicinati, ambienti in cui umidità, calore e microabrasioni della pelle possono favorire la trasmissione di microrganismi cutanei.
Questo punto va raccontato con precisione. Non è l’orientamento sessuale in sé a rappresentare il rischio, ma il tipo di esposizione: contatto fisico diretto, pelle scoperta, ambienti umidi, eventuali abrasioni e, in alcuni casi, più partner o contesti in cui il contatto ravvicinato è frequente.
Sono stati descritti anche casi collegati a sport da contatto e arti marziali. Questo conferma che il tema non riguarda solo la trasmissione sessuale, ma più in generale situazioni in cui la pelle entra a lungo in contatto con quella di altre persone o con superfici condivise. La trasmissione indiretta tramite asciugamani, oggetti o superfici contaminate non è stata esclusa, anche se servono ulteriori dati.
I dati europei
Secondo gli aggiornamenti europei, al 20 agosto 2026 le infezioni cutanee da Dermatophilus congolensis erano state segnalate in 10 Paesi europei: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Il numero complessivo aggiornato era di 126 casi confermati.
In una fase precedente della sorveglianza, i dati riportavano la Francia come Paese con il numero più alto di casi, 70, seguita dalla Spagna con 23 e dall’Austria con 20. In Italia, secondo quanto riportato dagli aggiornamenti citati, non risultavano casi segnalati.
La maggior parte delle infezioni è stata descritta come lieve, con lesioni cutanee localizzate e recupero dopo trattamento antibiotico locale o orale. Questo è uno dei motivi per cui il rischio per la popolazione generale viene considerato molto basso. Il fenomeno è rilevante dal punto di vista epidemiologico, ma non va trasformato in un allarme indistinto.
Perché la diagnosi può non essere immediata
La dermatofilosi nell’uomo può essere difficile da riconoscere perché assomiglia ad altre condizioni molto più comuni. Papule, pustole e follicoliti possono avere cause diverse: batteri, funghi, irritazioni, infezioni sessualmente trasmesse o semplici infiammazioni cutanee. Per questo il sospetto clinico dipende molto dal contesto, dalla distribuzione delle lesioni e dalla storia recente della persona.
I medici possono considerare la dermatofilosi quando le lesioni compaiono dopo contatti stretti in ambienti umidi, frequentazione di saune o locali con contatto pelle a pelle, sport da combattimento o situazioni in cui ci sia stata esposizione cutanea intensa. La conferma richiede esami microbiologici, perché l’aspetto delle lesioni da solo non basta.
Il rischio, più che la gravità della malattia, è che i casi vengano confusi con altro e quindi non vengano registrati correttamente. Una migliore consapevolezza tra dermatologi, infettivologi, medici dei centri per infezioni sessualmente trasmesse e medici di medicina generale può aiutare a capire se il fenomeno sia davvero in crescita o se fosse semplicemente poco riconosciuto in passato.
Cosa dice Pregliasco
Il virologo Fabrizio Pregliasco ha invitato a non trasformare il fenomeno in un nuovo allarme sanitario. Nei casi più recenti, ha spiegato, è emersa la possibilità di una trasmissione da persona a persona attraverso un contatto molto stretto pelle contro pelle, compreso quello che può avvenire durante i rapporti sessuali.
Il punto, però, resta il livello di rischio. Per la popolazione generale, il rischio è attualmente considerato molto basso. L’interesse delle autorità sanitarie riguarda soprattutto il fatto che l’epidemiologia di un batterio storicamente legato al mondo animale sembra essere cambiata almeno in parte.
In termini pratici, significa che il fenomeno va studiato e monitorato, non amplificato. La comunicazione corretta deve informare chi può essere più esposto, aiutare i medici a riconoscere i casi e ridurre il rischio di stigmatizzare gruppi o comportamenti.
Come ridurre il rischio
Le misure di prevenzione sono soprattutto pratiche. Dopo sport da contatto, attività in ambienti umidi o rapporti con contatto pelle a pelle intenso, è utile curare l’igiene personale, evitare di condividere asciugamani, indumenti o rasoi, lavare correttamente gli oggetti a contatto con la pelle e non trascurare piccole lesioni o abrasioni.
In presenza di papule, pustole, croste o lesioni insolite comparse dopo un’esposizione a rischio, è meglio evitare contatti cutanei ravvicinati fino a valutazione medica. Questo vale soprattutto se le lesioni si trovano in aree facilmente coinvolte durante rapporti sessuali o sport da contatto.
Non serve allarmarsi per ogni irritazione della pelle. Serve, però, prestare attenzione alle lesioni persistenti, diffuse in più punti o non spiegabili, soprattutto se compaiono dopo sauna, sport da combattimento, contatti fisici ravvicinati o rapporti sessuali in ambienti umidi.
Fonte:
European Centre for Disease Prevention and Control - Rapid risk assessment – Clusters of dermatophilosis in five EU/EEA countries in 2025–2026