Tumore della prostata, in Piemonte test di screening riduce del 63% le biopsie

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 30 Giugno, 2026

Un uomo che fa un prelievo del sangue

In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 41 mila nuovi casi di tumore della prostata, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile. Eppure, a differenza di quanto avviene per seno, colon-retto e cervice uterina, non esiste ancora un programma nazionale di screening organizzato.

Proprio da questo vuoto nasce il progetto pilota avviato in Piemonte, dove oltre 11 mila uomini sono stati coinvolti in un percorso di diagnosi precoce che combina test del PSA, risonanza magnetica e valutazione del rischio individuale per rendere gli accertamenti più accurati e limitare le procedure invasive non necessarie.

Un nuovo modello per individuare i tumori davvero significativi

Il progetto, sviluppato nell'ASL TO5, ha coinvolto uomini tra i 55 e i 65 anni invitati a sottoporsi al dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico), una proteina prodotta dalla prostata che può aumentare anche in presenza di condizioni benigne, come infiammazioni o ipertrofia. In altre parole, il PSA rappresenta un campanello d'allarme, ma non una diagnosi.

Il punto è proprio questo: per anni l'impiego del solo PSA come strumento di screening ha alimentato un acceso dibattito scientifico. Valori elevati possono infatti portare a biopsie inutili oppure individuare tumori destinati a non dare mai sintomi durante la vita del paziente, fenomeno noto come sovradiagnosi.

Per superare questi limiti, il percorso piemontese introduce un passaggio intermedio. Chi presenta valori superiori alla soglia prevista non viene inviato automaticamente alla biopsia, ma affronta una risonanza magnetica multiparametrica associata a strumenti di calcolo del rischio personalizzato.

È un po' come sostituire una fotografia sfocata con un'immagine ad alta definizione: aumenta la probabilità di distinguere le situazioni realmente pericolose da quelle che possono essere semplicemente monitorate.


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Secondo le stime diffuse dal progetto, tra febbraio 2025 e marzo 2026 146 partecipanti hanno completato l'intero percorso diagnostico e il 63% è stato indirizzato al solo follow-up, evitando biopsie che con un approccio tradizionale sarebbero probabilmente state eseguite.

Meno procedure invasive e maggiore appropriatezza clinica

Ridurre il numero di biopsie non significa abbassare l'attenzione verso la malattia. Al contrario.

Le biopsie prostatiche, pur essendo generalmente sicure, possono provocare:

  • sanguinamento; 
  • infezioni; 
  • dolore o fastidio persistente; 
  • ricoveri nei casi più complessi; 
  • forte stress psicologico nell'attesa del risultato. 

Va detto che la crescente diffusione della risonanza magnetica prima della biopsia rappresenta già oggi una delle principali raccomandazioni delle linee guida internazionali, proprio perché migliora la capacità di identificare le forme clinicamente significative della malattia. Le indicazioni dell'European Association of Urology vanno in questa direzione e puntano a ridurre diagnosi e trattamenti non necessari.

L'aspetto interessante dello studio piemontese è che questa strategia viene inserita all'interno di un percorso organizzato di sanità pubblica, e non lasciata esclusivamente alla decisione del singolo specialista o alle possibilità offerte dal territorio.

Perché l'Italia non ha ancora uno screening nazionale

La domanda torna periodicamente nel dibattito scientifico: perché esistono programmi di screening per altri tumori e non per quello della prostata?

La risposta è legata proprio ai limiti storici del PSA. Numerosi studi internazionali hanno dimostrato che uno screening basato esclusivamente su questo esame può aumentare il numero delle diagnosi senza tradursi sempre in un beneficio proporzionato sulla mortalità.

Negli ultimi anni, però, lo scenario è cambiato. L'integrazione tra PSA, risonanza magnetica, algoritmi di rischio e selezione più accurata dei candidati sta modificando il rapporto tra benefici e possibili effetti indesiderati.

Non è un caso che anche l'Unione Europea stia valutando nuovi modelli di screening personalizzato per questa neoplasia, superando gradualmente l'approccio utilizzato fino a pochi anni fa.Un medico che tiene in mano una fiala di sangue

Un riferimento è rappresentato dal progetto europeo PRAISE-U+, che punta a sviluppare programmi organizzati nei diversi Paesi membri. Maggiori informazioni sono disponibili sul portale della Commissione europea.

L'esperienza piemontese entra nella ricerca europea

Il progetto italiano non rimane confinato a livello regionale.

L'iniziativa è infatti entrata a far parte del consorzio europeo Praise-U+, ottenendo un finanziamento della Commissione europea per proseguire la raccolta dei dati e verificare se questo modello possa essere applicato anche in altri sistemi sanitari.

Eppure, i ricercatori invitano alla prudenza. I risultati disponibili sono preliminari e riguardano un numero ancora limitato di uomini che hanno completato tutto il percorso diagnostico. Serviranno follow-up più lunghi per capire se la riduzione delle biopsie si accompagnerà anche a una diagnosi tempestiva delle forme aggressive e, soprattutto, a una diminuzione della mortalità.

Non sarebbe la prima volta che uno studio pilota cambia la pratica clinica. È accaduto, ad esempio, con l'introduzione della risonanza magnetica multiparametrica nei percorsi diagnostici della prostata, inizialmente adottata solo in alcuni centri di riferimento e oggi raccomandata nelle principali linee guida internazionali.

Diagnosi sempre più personalizzata grazie alle nuove tecnologie

La prospettiva non si ferma alla risonanza magnetica.

I gruppi di ricerca stanno già lavorando su strumenti di intelligenza artificiale capaci di analizzare automaticamente le immagini radiologiche, riconoscendo caratteristiche difficilmente percepibili anche da un occhio esperto. Accanto a questi sistemi stanno trovando spazio software predittivi che integrano età, familiarità, valori del PSA e altri parametri clinici per stimare con maggiore precisione il rischio individuale.

A conti fatti, l'obiettivo non è aumentare il numero degli esami, ma scegliere quelli giusti per la persona giusta. Una medicina più selettiva, insomma (e forse anche più semplice per chi deve affrontare settimane di attesa).

Se i risultati dello studio piemontese saranno confermati su numeri più ampi, il modello potrebbe rappresentare una delle basi per costruire il primo programma organizzato di diagnosi precoce del tumore della prostata in Italia. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa esperienza locale in un percorso accessibile in modo uniforme sul territorio nazionale, conciliando sostenibilità del Servizio sanitario e qualità dell'assistenza.

Fonti:

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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