Un italiano su 10 parla di ansia e stress con l’AI: cosa sappiamo sui rischi

Dr. Marcello Agosta
Revisionato da Dr. Marcello Agosta — Chirurgo Generale, Medico Generale
A cura di Emanuela Spotorno
Seguici su Google Discover Aggiungici alle Fonti Preferite di Google

Data articolo – 06 Ottobre, 2026

schermata AI del telefono

Chiedere consiglio a un chatbot quando si attraversa un momento difficile non è più un comportamento così insolito. Una nuova indagine fotografa quanto gli italiani siano già disposti ad affidare all'intelligenza artificiale ansia, stress e difficoltà emotive, facendo emergere però anche dubbi precisi sui rischi di queste conversazioni.

Un italiano su 10 ha già cercato supporto nell'AI

Raccontare a un chatbot una giornata difficile, chiedergli come affrontare un momento di ansia o cercare un confronto quando non si vuole coinvolgere un'altra persona. L'intelligenza artificiale sta entrando anche in uno spazio molto personale, quello del benessere psicologico.

A fotografare il fenomeno in Italia è una nuova indagine dell'Osservatorio Sanità di UniSalute, realizzata insieme a Nomisma e diffusa in vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre.

La ricerca è stata condotta online da Nomisma nel giugno 2026 su 1.300 persone tra i 18 e i 70 anni. Il campione è stato stratificato per età, sesso e area geografica, con un sovracampionamento nelle province di Milano, Bologna e Napoli.

Secondo i risultati, il 10% degli intervistati dichiara di aver già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per gestire difficoltà emotive, stress o ansia.

Tra chi li ha provati, circa due persone su tre riferiscono di averne tratto beneficio. Il dato richiede però cautela: descrive la percezione riferita dagli stessi intervistati e non dimostra che l'AI abbia un'efficacia clinica come strumento di supporto psicologico.

Il 43% teme che l'AI dia risposte troppo compiacenti

Nel campione complessivo emerge infatti una certa prudenza nei confronti dell'uso dell'AI in questo ambito.

Il 44% degli intervistati considera rischioso o inadeguato affidarsi all'intelligenza artificiale per il supporto psicologico: il 21% la considera uno strumento rischioso, mentre il 23% la ritiene del tutto inadatta a qualcosa di così delicato e personale.

Un altro 35% pensa che possa avere un ruolo complementare, senza sostituire un professionista. Soltanto il 16% considera alta la probabilità che l'AI possa prendere il posto dello psicologo nei prossimi dieci anni.

Ma è soprattutto un altro risultato a colpire: il 43% teme che i chatbot possano fornire risposte troppo compiacenti o poco critiche. Il 42% teme di ricevere consigli inappropriati, mentre il 40% indica tra le criticità la mancanza di empatia. Seguono la possibile dipendenza dagli strumenti digitali (26%) e i rischi per la privacy dei dati personali (23%).

Il timore di essere eccessivamente assecondati, in particolare, non è soltanto una percezione degli intervistati.

Quando l'AI tende ad assecondare chi le parla

Nella ricerca sull'intelligenza artificiale viene utilizzato il termine “sycophancy” per descrivere la tendenza di un modello a produrre risposte che assecondano eccessivamente le opinioni, le aspettative o le convinzioni dell'utente.

Il fenomeno può diventare particolarmente delicato quando la conversazione riguarda la salute mentale: una risposta rassicurante o confermativa può essere percepita come comprensiva, ma non necessariamente rappresenta la risposta più appropriata alla situazione.

Una recente scoping review pubblicata su npj Digital Medicine ha esaminato 119 lavori sui possibili rischi per la salute mentale associati ai chatbot basati sui grandi modelli linguistici.

Tra le criticità considerate dalla letteratura compaiono proprio la sycophancy, le cosiddette “allucinazioni” dell'AI – cioè risposte che contengono informazioni false o inesatte –, le risposte inappropriate, i problemi di privacy e sicurezza e il rischio di sviluppare forme problematiche di dipendenza emotiva o sociale dai chatbot.

Gli autori invitano però alla cautela. Per molti di questi possibili danni le evidenze disponibili sono ancora limitate e non è possibile stabilire con precisione quanto frequentemente si verifichino nelle conversazioni reali né quale sia il loro impatto sulla salute mentale degli utenti.

Il problema potrebbe assumere un peso maggiore quando a utilizzare questi strumenti sono persone particolarmente vulnerabili, perché una risposta eccessivamente confermativa potrebbe rafforzare convinzioni problematiche anziché metterle in discussione.

Stress, mindfulness e ricerca di uno psicologo: per cosa useremmo l'AI

I risultati dell'indagine mostrano però che gli italiani non escludono completamente l'intelligenza artificiale dal campo del benessere mentale.

Il 33% degli intervistati prenderebbe in considerazione questi strumenti per gestire lo stress quotidiano, mentre il 29% potrebbe utilizzarli per cercare professionisti e servizi psicologici. Un altro 29% li userebbe per esercizi guidati di mindfulness o rilassamento.

Il 26% prenderebbe invece in considerazione un chatbot come una sorta di confidente digitale, per parlare di qualcosa senza coinvolgere persone conosciute.

Dall'altra parte, quasi una persona su tre (31%) dichiara che non utilizzerebbe mai l'intelligenza artificiale per questi scopi.

Il rapporto con questi strumenti sembra inserirsi in una riflessione più generale sull'uso della tecnologia: il 64% degli intervistati si definisce “connesso” o “iperconnesso” e il 56% afferma che vorrebbe utilizzare la tecnologia in maniera più consapevole nel prossimo anno. Il 17% vorrebbe ridurne l'utilizzo abituale, percentuale che sale al 25% tra gli under 35.

Un chatbot può davvero sostituire uno psicologo?

La crescente diffusione dell'AI come interlocutore per problemi personali ha attirato anche l'attenzione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel marzo 2026, durante un incontro internazionale dedicato all'intelligenza artificiale e alla salute mentale, gli esperti hanno evidenziato un punto centrale: sempre più persone stanno utilizzando per il proprio benessere emotivo sistemi di AI generativa che non sono necessariamente stati progettati o testati come strumenti per la salute mentale.

L'OMS richiama quindi la necessità di studiare sia i possibili benefici sia i rischi nel lungo periodo, compresa la possibilità di sviluppare dipendenza emotiva, e sottolinea l'importanza del coinvolgimento di professionisti della salute mentale nella progettazione e nella valutazione di questi strumenti.

Questo non significa che un chatbot non possa essere utilizzato, per esempio, per cercare informazioni generali, organizzare i propri pensieri o individuare servizi e professionisti a cui rivolgersi. Significa però non confondere la capacità di sostenere una conversazione con quella di fornire assistenza psicologica.

Un sistema può rispondere immediatamente, utilizzare un linguaggio rassicurante e dare l'impressione di comprendere ciò che gli viene raccontato. Ma queste caratteristiche non lo trasformano in uno psicologo né sostituiscono la valutazione e la relazione con un professionista.

Ed è forse proprio qui che il dato italiano assume maggiore significato: la questione non è soltanto quante persone stiano già parlando di ansia, stress e difficoltà emotive con l'AI, ma quanto siano consapevoli di ciò che questi strumenti possono – e non possono – offrire.

Fonti

  • Osservatorio Sanità UniSalute – Nomisma, indagine su intelligenza artificiale e benessere mentale, comunicato stampa del 5 ottobre 2026
  • npj Digital Medicine - A scoping review on the mental health harms of LLM-based chatbots
  • World Health Organization - Towards responsible AI for mental health and well-being: experts chart a way forward
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati