Polmoni dei bambini: cosa c’entra la polvere in classe?

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 07 Settembre, 2026

Dei bambini a scuola

La qualità dell’aria nelle scuole può dipendere da molti fattori: ventilazione, umidità, temperatura, presenza di muffe, inquinanti e condizioni generali dell’edificio. Una nuova ricerca presentata al Congresso della European Respiratory Society (ERS) 2026 di Barcellona ha però puntato l’attenzione su un elemento meno evidente: i batteri presenti nella polvere delle aule.

Lo studio ha rilevato un’associazione tra una maggiore presenza di due gruppi batterici comuni, Streptomyces e Mycobacterium spp., e alcuni parametri leggermente inferiori della funzione polmonare nei bambini. Le differenze osservate sono modeste a livello individuale, precisano i ricercatori, ma potrebbero assumere un significato maggiore considerando che milioni di bambini trascorrono molte ore ogni settimana all’interno delle classi.

Il lavoro non dimostra che questi batteri provochino direttamente un danno ai polmoni. Potrebbero avere un effetto biologico sulle vie respiratorie oppure rappresentare semplicemente un segnale di altre caratteristiche dell’ambiente scolastico, come umidità, ventilazione insufficiente, modalità di pulizia o ingresso di polvere dall’esterno.

Lo studio ha analizzato quasi 300 aule in 22 Paesi europei

La ricerca è stata presentata dal dottor Soutrik Banerjee, del Department of Environmental and Prevention Sciences dell’Università di Ferrara e della società tecnologica francese Alten S.A.

Per svolgere l’analisi, il gruppo ha utilizzato i dati dello studio europeo SINPHONIE, che ha coinvolto 22 Paesi e quasi 300 aule scolastiche. I ricercatori hanno misurato nella polvere raccolta nelle classi la quantità di Streptomyces e Mycobacterium spp., due gruppi batterici che possono essere normalmente presenti nel suolo, nella polvere e nei sistemi idrici.


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Successivamente hanno confrontato questi dati con la funzione respiratoria dei bambini che frequentavano le diverse aule. Per farlo è stata utilizzata la spirometria, uno degli esami più comuni per valutare il funzionamento dei polmoni. Durante il test il bambino inspira profondamente e poi espira con la massima forza e velocità possibile all’interno di uno strumento in grado di misurare sia il volume di aria espulsa sia la rapidità con cui viene emessa.

Gli studiosi hanno inoltre corretto statisticamente i risultati considerando numerosi possibili fattori che avrebbero potuto influenzare la funzione respiratoria, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, esposizione al fumo passivo, allergeni degli animali domestici, condizioni socioeconomiche, età dell’edificio scolastico, regione geografica e livelli locali di inquinamento atmosferico.

Più Streptomyces nella polvere associato a una FVC inferiore

Uno dei risultati più evidenti riguarda lo Streptomyces. I bambini che frequentavano aule caratterizzate da livelli più elevati di questi batteri presentavano in media una capacità vitale forzata, o FVC, inferiore di 0,08 litri. La FVC misura la quantità massima di aria che una persona riesce a espellere dopo aver effettuato un’inspirazione profonda. È uno dei parametri utilizzati per valutare la capacità respiratoria.

La differenza individuata nello studio è relativamente piccola per il singolo bambino, ma è risultata statisticamente significativa. Un risultato simile è emerso osservando la presenza di Mycobacterium spp.. Nelle classi in cui questi batteri erano più abbondanti, i bambini mostravano valori leggermente più bassi di altri due importanti indicatori respiratori.

In particolare, il FEV₁ era inferiore di 0,06 litri, mentre il PEF risultava inferiore di 0,13 litri al secondo. Il FEV₁ indica la quantità di aria che una persona riesce a espirare durante il primo secondo di un’espirazione forzata. Il PEF, invece, misura il picco massimo di flusso espiratorio, cioè quanto rapidamente l’aria può essere espulsa dai polmoni.

Perché anche piccole differenze potrebbero essere importanti

Secondo Banerjee, le riduzioni osservate sono contenute quando vengono considerate a livello del singolo bambino. Tuttavia, il loro possibile significato cambia quando si guarda alla popolazione nel suo complesso.

I bambini trascorrono infatti diversi giorni alla settimana e molte ore al giorno negli ambienti scolastici, proprio durante una fase della vita in cui i polmoni sono ancora in sviluppo.

Una riduzione lieve o moderata della funzionalità respiratoria non significa necessariamente che un bambino svilupperà una malattia polmonare. I ricercatori sottolineano però che valori inferiori potrebbero, in determinate circostanze, rappresentare un possibile segnale da prendere in considerazione quando si studiano i fattori ambientali collegati alla salute respiratoria nel lungo periodo.

Gli autori ipotizzano diversi meccanismi possibili. I batteri presenti nella polvere potrebbero irritare direttamente le vie respiratorie oppure attivare risposte immunitarie e infiammatorie.

Esiste però anche un’altra possibilità: la presenza di questi microrganismi potrebbe non essere la causa diretta delle differenze osservate, ma semplicemente un indicatore di condizioni ambientali più generali.

Umidità, ventilazione e pulizia potrebbero avere un ruolo

Aule con livelli elevati di determinati batteri potrebbero, per esempio, presentare problemi di umidità, ricambio dell’aria, manutenzione o pulizia, oppure ricevere quantità maggiori di polvere proveniente dall’esterno.

Per questo motivo lo studio non permette di stabilire che eliminare Streptomyces o Mycobacterium dalle aule migliorerebbe automaticamente la funzione respiratoria dei bambini.

Lo stesso Banerjee ha sottolineato che i batteri potrebbero avere un effetto biologico diretto oppure funzionare come marcatori di altri elementi dell’ambiente interno che influenzano la salute dei polmoni.

È una distinzione importante, soprattutto perché non tutti i batteri presenti negli ambienti interni sono dannosi e trasformare le scuole in luoghi completamente sterili non sarebbe né realistico né l’obiettivo suggerito dalla ricerca.

Le scuole non devono diventare ambienti sterili

Sul significato dei risultati è intervenuto anche Alexander Möller, responsabile della Paediatric Assembly della European Respiratory Society e professore di Pneumologia pediatrica all’University Children’s Hospital di Zurigo, che non ha partecipato direttamente allo studio.

Secondo Möller, il messaggio pratico non è quello di eliminare indiscriminatamente i batteri dagli edifici scolastici, ma di prestare maggiore attenzione alla qualità complessiva degli ambienti interni.

Tra gli aspetti indicati rientrano una ventilazione adeguata, il controllo dell’umidità e delle muffe, una pulizia regolare e una buona manutenzione degli edifici.

La presenza di batteri nella polvere diventa quindi una parte di una questione più ampia. Le condizioni delle aule, la qualità dell’aria e la manutenzione degli edifici potrebbero contribuire a creare ambienti più o meno favorevoli alla salute respiratoria degli studenti.

Considerando quanto tempo i bambini trascorrono a scuola, gli autori ritengono che investire nella qualità dell’aria interna e nel monitoraggio delle condizioni ambientali possa avere un valore concreto per la salute pubblica.

I risultati presentati al congresso ERS aggiungono così un nuovo elemento alla ricerca sugli ambienti scolastici. Non dimostrano che la polvere delle classi provochi malattie respiratorie, ma indicano che la composizione microbiologica degli ambienti in cui i bambini trascorrono buona parte della giornata potrebbe meritare maggiore attenzione, insieme a ventilazione, umidità, pulizia e manutenzione.

Fonte:

ERS Congress 2026 - Bacteria in classroom dust associated with reduced lung function in children

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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