Stipendio al 100% e cinque mesi ai padri: cosa ha fatto saltare la misura

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 25 Febbraio, 2026

papà tiene in braccio neonato

Una proposta di riforma del congedo parentale paritario è stata respinta alla Camera dei deputati per presunte criticità nelle coperture economiche. Il tema, tuttavia, resta centrale nel dibattito su natalità, occupazione femminile e conciliazione tra vita privata e lavoro.

Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione femminile in Italia è pari al 52,5% (2024), tra i più bassi in Europa, e la distribuzione del lavoro di cura continua a pesare in modo prevalente sulle donne. In questo contesto si inseriva la proposta di legge presentata dalle opposizioni.

Come funziona oggi il congedo in Italia

Attualmente esistono tre strumenti dedicati ai genitori lavoratori: congedo di maternità, congedo di paternità e congedo parentale.

Il congedo di maternità è obbligatorio e dura complessivamente 5 mesi, con un’indennità pari all’80% della retribuzione, spesso integrata al 100% dai contratti collettivi.

Il congedo di paternità obbligatorio è invece limitato a 10 giorni, fruibili anche in modalità non continuativa tra i due mesi precedenti e i cinque successivi alla nascita. L’indennità è pari al 100% dello stipendio. Possono beneficiarne anche le madri in coppie omogenitoriali femminili legalmente riconosciute.


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Il congedo parentale, facoltativo, può arrivare fino a 10 mesi complessivi (estendibili a 11 in specifici casi), da utilizzare entro il quattordicesimo anno del figlio. Tre mesi sono riservati esclusivamente alla madre e tre al padre. L’indennità varia tra l’80% e il 30% della retribuzione, in base alla durata e al periodo di utilizzo.

La proposta di riforma: cosa prevedeva

La proposta respinta mirava a riequilibrare il carico di cura tra i genitori, intervenendo soprattutto sul congedo di paternità.

In particolare, prevedeva:

  • estensione del congedo di paternità da 10 giorni a 5 mesi;
  • possibilità di fruizione entro i 18 mesi dalla nascita;
  • equiparazione dell’indennità al 100% della retribuzione per entrambi i genitori;
  • estensione delle tutele anche a lavoratori e lavoratrici autonome.

Oggi, infatti, le madri libere professioniste possono accedere a un congedo non obbligatorio, mentre i padri autonomi sono esclusi dal congedo di paternità, salvo casi molto limitati.

L’obiettivo dichiarato era avvicinare l’Italia ai modelli già attivi in altri Paesi europei. In Spagna, entrambi i genitori dispongono di 16 settimane ciascuno, retribuite al 100%. In Francia, il congedo di maternità dura circa 16 settimane, mentre quello di paternità è di 28 giorni, raddoppiato nel 2021 rispetto ai precedenti 14.

I costi stimati e il nodo delle coperture

Secondo le stime, la misura avrebbe comportato una spesa di circa 3,7 miliardi di euro nel 2026, con un incremento progressivo fino a 4,5 miliardi annui dal 2035. Una cifra significativa se confrontata con una legge di bilancio complessiva pari a circa 20 miliardi di euro.

La Ragioneria dello Stato ha evidenziato l’assenza di coperture finanziarie dettagliate nel testo proposto. In particolare, sarebbero stati indicati tagli o rimodulazioni di misure considerate “indeterminate”, senza una quantificazione precisa delle risorse recuperabili. La Commissione Bilancio ha quindi espresso parere negativo, portando alla soppressione della proposta.

Le opposizioni avevano chiesto un rinvio del voto per individuare coperture alternative, ma la richiesta non è stata accolta.

Impatto su occupazione femminile e disparità di genere

La distribuzione asimmetrica dei congedi è considerata uno dei fattori che contribuiscono al divario occupazionale e salariale di genere. Con soli 10 giorni obbligatori per i padri, il carico di cura iniziale ricade prevalentemente sulle madri, con possibili ripercussioni sulla continuità lavorativa e sulle prospettive di carriera.

Diversi studi europei hanno evidenziato che congedi paritari e ben retribuiti favoriscono una maggiore partecipazione maschile alla cura dei figli e una riduzione del gender gap nel medio periodo. In Italia, dove la natalità è ai minimi storici (con un tasso di fecondità intorno a 1,2 figli per donna), il tema si intreccia anche con le politiche di sostegno alla famiglia.


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Una questione ancora aperta

La proposta di congedo parentale paritario non ha superato l’esame parlamentare per ragioni economiche, ma il confronto resta aperto. Il riequilibrio dei tempi di cura rappresenta un nodo strutturale per la salute sociale ed economica del paese, con implicazioni che riguardano benessere familiare, occupazione femminile e sostenibilità demografica.

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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