L’uso di antibiotici può lasciare un’impronta sul microbioma intestinale molto più a lungo di quanto si pensasse. A suggerirlo è un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine, che ha analizzato i dati di 14.979 adulti in Svezia, collegando le prescrizioni individuali di antibiotici alla composizione del microbioma intestinale.
I risultati indicano che gli effetti più marcati si osservano entro un anno dall’assunzione, ma alcune alterazioni possono restare evidenti anche tra 4 e 8 anni dopo.
Il dato non mette in discussione l’utilità degli antibiotici, farmaci essenziali per trattare molte infezioni batteriche. Ma rafforza un messaggio già noto alla sanità pubblica: usarli solo quando davvero necessari è importante non solo per contrastare l’antibiotico-resistenza, ma anche per proteggere l’equilibrio della flora intestinale.
Cosa ha scoperto lo studio
La ricerca, firmata da Gabriel Baldanzi e colleghi e pubblicata su Nature Medicine nel 2026, ha combinato i dati del registro svedese delle prescrizioni con l’analisi metagenomica delle feci di quasi 15mila adulti provenienti da tre grandi coorti di popolazione.
I ricercatori hanno studiato l’uso di antibiotici nei 8 anni precedenti al prelievo fecale, valutando come questo fosse associato alla composizione del microbioma intestinale. Il microbioma è l’insieme di batteri, virus e altri microrganismi che vivono nell’intestino e che svolgono funzioni importanti nella digestione, nel metabolismo e nella regolazione del sistema immunitario.
Il risultato principale è che gli antibiotici assunti meno di un anno prima del campionamento erano associati alla maggiore riduzione della diversità batterica, cioè della varietà di specie presenti nell’intestino. Ma associazioni significative sono emerse anche per antibiotici usati 1–4 anni e 4–8 anni prima.
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Un altro dato rilevante è che anche un solo ciclo di antibiotici, assunto tra 4 e 8 anni prima, risultava associato a differenze misurabili nel microbioma rispetto a chi non aveva assunto antibiotici nello stesso arco di tempo.
Quali antibiotici sembrano avere l’impatto maggiore
Non tutti gli antibiotici hanno mostrato lo stesso effetto. Nello studio, le associazioni più forti con alterazioni del microbioma hanno riguardato soprattutto clindamicina, fluorochinoloni e flucloxacillina.
Per esempio, ogni ciclo di clindamicina assunto entro un anno dal campionamento è stato associato in media a 47 specie batteriche in meno rilevate nel microbioma intestinale. Anche fluorochinoloni e flucloxacillina hanno mostrato effetti significativi, con una riduzione media di circa 20–21 specie per ciclo recente.
Inoltre, l’uso di queste classi di antibiotici tra 4 e 8 anni prima è risultato associato a un’alterata abbondanza del 10–15% delle specie batteriche studiate. Al contrario, antibiotici come penicillina V, penicilline ad ampio spettro e nitrofurantoina sono stati associati a cambiamenti molto più limitati.
Cosa significa per la salute delle persone
Una minore diversità del microbioma intestinale è stata collegata, in diversi studi, a condizioni come obesità, diabete di tipo 2, malattie infiammatorie intestinali e altri disturbi metabolici o immunitari. Questo non significa che assumere antibiotici causi direttamente queste patologie, ma suggerisce che le alterazioni del microbioma potrebbero essere uno dei meccanismi coinvolti.
Gli autori osservano, per esempio, che alcune delle specie batteriche associate all’uso di clindamicina, fluorochinoloni e flucloxacillina erano già state collegate in altri lavori a indice di massa corporea più alto, trigliceridi elevati e diabete di tipo 2. Si tratta però di associazioni: lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto.
Il messaggio per i pazienti, quindi, non è quello di avere paura degli antibiotici, ma di considerarli per quello che sono: farmaci preziosi, da usare con attenzione e solo quando indicati dal medico.
Rischi, benefici e raccomandazioni degli esperti
Gli antibiotici restano fondamentali contro le infezioni batteriche e, in molti casi, possono salvare la vita. Rinunciare a una terapia necessaria sarebbe un errore. Allo stesso tempo, lo studio aggiunge un elemento importante al tema dell’antimicrobial stewardship, cioè dell’uso appropriato degli antibiotici.
Secondo gli autori, quando possibile, le pratiche di prescrizione dovrebbero tenere conto anche del possibile impatto sul microbioma, privilegiando antibiotici che sembrano avere un effetto minore sulla flora intestinale. Naturalmente la scelta del farmaco dipende sempre dal tipo di infezione, dal quadro clinico e dal giudizio del medico.
Per i lettori, i consigli pratici restano semplici:
non assumere antibiotici senza prescrizione, non interrompere la terapia di propria iniziativa e non usarli per infezioni virali, come raffreddore o influenza. Dopo una terapia antibiotica, può essere utile curare l’alimentazione con cibi ricchi di fibre, come frutta, verdura, legumi e cereali integrali, che aiutano a sostenere l’equilibrio del microbioma.
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Le prospettive future
Lo studio svedese, pubblicato su Nature Medicine, è tra i più ampi finora realizzati su questo tema e rafforza l’idea che gli antibiotici possano avere conseguenze durature sull’ecosistema intestinale. Restano però aperte diverse domande: non è ancora chiaro quanto queste alterazioni siano reversibili in tutti i casi e in che misura si traducano in effetti concreti sulla salute nel lungo periodo.
Per questo serviranno nuovi studi, soprattutto longitudinali, con campioni raccolti prima e dopo le terapie. Nel frattempo, la raccomandazione più equilibrata è chiara: gli antibiotici vanno usati quando servono davvero, ma senza banalizzarne l’impatto. Proteggere il microbioma intestinale può essere un altro buon motivo per farne un uso responsabile.
Fonti
Nature Medicine - Antibiotic use and gut microbiome composition links from individual-level prescription data of 14,979 individuals