Un team di ricercatori dell'Università di Birmingham ha gettato una nuova luce sulla comunicazione non verbale, suggerendo che tra persone autistiche e non autistiche non esista un "deficit" espressivo, quanto piuttosto una differenza linguistica nel codice dei movimenti facciali.
La mappatura: 265 milioni di dati
Il team ha analizzato circa 5000 espressioni facciali prodotte da 51 adulti (25 autistici e 26 non autistici).
Attraverso sofisticati sistemi di tracciamento, sono stati registrati oltre 265 milioni di punti dati, monitorando la fluidità e la configurazione dei muscoli del viso durante la produzione di rabbia, felicità e tristezza.
Dalla ricerca sono emersi modelli distintivi che differenziano il modo in cui le persone autistiche comunicano i propri sentimenti:
- rabbia: a differenza dei non autistici, che utilizzano molto le sopracciglia, le persone autistiche tendono a concentrare i segnali di rabbia nella zona della bocca;
- felicità: il sorriso autistico è risultato spesso più "sottile" e meno dipendente dal coinvolgimento della regione oculare, perché viene attivato di meno il muscolo orbicolare dell'occhio (la conseguenza è il classico sorriso che non "arriva agli occhi"). Secondo i criteri neurotipici, quindi, la mancanza di attivazione oculare rende un sorriso "finto", per una persona autistica, però, quel sorriso è autentico, segue solo una mappatura muscolare diversa;
- tristezza: per trasmettere un volto triste i partecipanti autistici hanno mostrato una tendenza a sollevare maggiormente il labbro superiore per creare l'effetto della bocca rivolta verso il basso, ma è l'emozione che ha mostrato meno differenze tra i gruppi;
- idiosincrasia: il gruppo autistico ha mostrato una varietà di espressioni molto più ampia e unica rispetto alla maggiore uniformità del gruppo di controllo.
Il fattore alessitimia
Lo studio ha isolato l'impatto dell'alessitimia, ossia la difficoltà nel descrivere ed elaborare le proprie emozioni, condizione frequente ma non esclusiva dell'autismo, che, però, ha un impatto maggiore dell'autismo sulla chiarezza delle espressioni.
Ecco in che modo agisce:
- chi ha alti livelli di alessitimia produce espressioni di rabbia e felicità molto simili tra loro (sovrapposizione), rendendo difficile per gli altri distinguere l'emozione provata;
- molti tratti precedentemente attribuiti all'autismo sembrano in realtà dipendere da questa condizione spesso co-presente.
La ricerca, dunque, evidenzia una chiara distinzione nei meccanismi di elaborazione emotiva tra i due gruppi:
- gli individui non autistici si affidano prevalentemente alla propria rappresentazione visiva. Confrontano l’espressione che vedono sul volto altrui con un’immagine mentale interna, rendendo la loro capacità di riconoscere le emozioni strettamente legata alla propria precisione motoria;
- al contrario, per le persone autistiche il riconoscimento non è un processo speculare o automatico, ma si configura come una vera e propria strategia basata su regole.
Si tratta di un approccio analitico che scompone il volto in singoli tratti (come la posizione delle labbra o delle sopracciglia) per decodificarne il significato attraverso la logica.
Di conseguenza, il fattore determinante per il successo in questo compito non è la competenza motoria, ma il QI (capacità cognitiva), che funge da motore principale per tradurre un codice espressivo che viene percepito come "straniero".
Per le persone autistiche il riconoscimento non è un processo automatico basato sulla propria produzione motoria, ma uno sforzo cognitivo che richiede l'uso dell'intelligenza verbale e logica per "decodificare" il codice altrui.
Oltre l'idea di "deficit": una sfida reciproca
I ricercatori sottolineano un cambio di paradigma fondamentale: la difficoltà di riconoscimento emotivo non è un problema a senso unico.
La ricerca ha dimostrato che le differenze tra individui autistici e non autistici non riguardano solo l'intensità delle emozioni, ma la loro configurazione (attivazione) e cinematica (fluidità). Invece di un pattern costante (più o meno espressività), i partecipanti autistici hanno mostrato variazioni specifiche a seconda dell'emozione e della zona del viso.
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Se la fluidità e la forma dei movimenti facciali differiscono, è naturale che un neurotipo fatichi a interpretare l'altro: dunque, quella che per decenni è stata definita come una "mancanza" degli individui autistici è ora vista come una mancata corrispondenza tra codici espressivi differenti.
Il team sta ora proseguendo le indagini per verificare come questa "lingua diversa" influenzi concretamente le interazioni sociali quotidiane tra i due gruppi.
Punti di forza e limiti dello studio
L'uso di tecnologie avanzate per mappare i singoli "punti di riferimento" facciali ha permesso di superare i vecchi software che cercavano solo le "emozioni standard", ma si è concentrato su espressioni volontarie (in posa).
La ricerca futura dovrà stabilire se queste differenze rimangono tali anche nelle espressioni spontanee, dove le emozioni fluiscono senza il controllo cosciente, e ampliare il campione per includere la vasta eterogeneità dello spettro autistico.
Fonti:
Autism Research - Mismatching Expressions: Spatiotemporal and Kinematic Differences in Autistic and Non-Autistic Facial Expressions