Esperienze di pre-morte: il nuovo modello neuroscientifico che sfida la scienza

Arianna Bordi | Autrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello
A cura di Arianna Bordi
Autrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello

Data articolo – 22 Gennaio, 2026

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Lo studio riconsidera e critica il modello NEPTUNE, un ambizioso tentativo di creare un paradigma neurofisiologico per spiegare le esperienze di pre-morte (NDE, Near-Death Experiences).

Approfondiamo di seguito.

Il contesto dello studio: i dati italiani

Il Dott. Francesco Sepioni, medico di medicina d'urgenza e responsabile scientifico dell'evento "Le esperienze di pre-morte (NDE) tra scienza, coscienza e spiritualità", ha indicato che negli ultimi dieci anni circa 40.000 italiani hanno vissuto un'esperienza di pre-morte.

Gli studi scientifici dimostrano infatti che una quota compresa tra il 10% e il 20% di chi sopravvive a un arresto cardiaco riporta testimonianze riconducibili alla NDE.

Davide De Alexandris, presidente dell'associazione Nders ha lanciato un monito sulle NDE pediatriche: in un caso su tre, queste esperienze lasciano nei bambini segni profondi che, se non elaborati correttamente, possono sfociare in ansia e depressione in età adulta.

Critiche principali al modello NEPTUNE

Ecco una sintesi delle critiche mosse dai ricercatori:

Il problema dell'ossigeno

Il modello NEPTUNE suggerisce che le allucinazioni di pre-morte siano causate da cambiamenti nei gas cerebrali, endorfine o attività chimica ed elettrica del cervello.

Molte persone che riportano NDE, però, mostrano livelli di ossigeno normali o persino elevati durante gli eventi, contraddicendo questa spiegazione.

Differenze dalle allucinazioni neurologiche

Le allucinazioni neurologiche tipicamente coinvolgono un solo senso, come l'udito o la vista, mentre le NDE sono esperienze multisensoriali.

Le persone spesso ricordano cosa hanno visto, sentito, annusato e toccato, e questi ricordi rimangono vividi per decenni, a differenza delle allucinazioni che vengono rapidamente dimenticate.

Esperienze extracorporee

Il modello NEPTUNE le attribuisce all'attivazione della giunzione temporoparietale: in realtà, però, durante questa fase c'è una sensazione di disincarnazione, ma la percezione visiva rimane normale; gli sperimentatori non vedono le proprie forme né sentono di poter muoversi indipendentemente dai loro corpi, a differenza di quanto accade nelle vere NDE.

Caratteristiche distintive ignorate

Il modello omette caratteristiche fenomenologiche chiave come osservazioni extracorporee veridiche (spesso corroborate dal personale medico), transizioni a "regni ultraterreni", revisioni panoramiche della vita e incontri con parenti deceduti o "esseri di luce".

Effetti trasformativi a lungo termine

Molti sperimentatori subiscono cambiamenti trasformativi permanenti nei valori personali e una marcata perdita della paura della morte, aspetti che il modello non spiega adeguatamente.

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Confronto con sostanze psichedeliche

Sebbene NEPTUNE paragoni le NDE agli effetti di droghe con effetti allucinogeni come la ketamina, gli stati indotti da droghe spesso sembrano frammentati, sono emotivamente superficiali e svaniscono rapidamente; le NDE, invece, sono tipicamente descritte come profondamente significative, altamente coerenti e permanentemente memorabili.

Limitazioni metodologiche

Il modello NEPTUNE ha ignorato selettivamente prove scientifiche che contraddicono il modello e non è riuscito ad affrontare alcune delle parti più importanti e definenti delle NDE, secondo Greyson.

Conclusioni dello studio

Nonostante le critiche, i ricercatori riconoscono il valore del tentativo, ma concludono che la neurofisiologia non può ancora spiegare completamente le esperienze di pre-morte.

Sottolineano l'importanza di mantenere una mente aperta nella ricerca continua, riconoscendo che le NDE sono tipicamente innescate da eventi fisiologici (arresti cardiaci, forti traumi) e che, quindi, ha senso esplorare quelle connessioni, ma questo sforzo è solo all'inizio.


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Lo studio rappresenta un importante contributo al dibattito scientifico sulla coscienza e le esperienze di pre-morte, evidenziando i limiti degli approcci puramente materialistici e neurobiologici nella spiegazione di questi fenomeni complessi.

“Comprendere le esperienze di pre-morte non significa solo chiarire cosa accade in condizioni estreme”, concludono Greyson e Pehlivanova, autori principali dello studio “ma affrontare domande fondamentali sul rapporto tra mente e cervello e sui limiti dei modelli neuroscientifici attuali.”

Fonti:

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