Quando si parla degli effetti della cannabis sulla salute, stabilire una soglia precisa oltre la quale il consumo diventa dannoso è molto più complicato di quanto possa sembrare. Le evidenze disponibili non permettono infatti di indicare una quantità valida per tutti e completamente priva di rischi. A incidere sono diversi fattori: quanto spesso viene utilizzata, la dose assunta, la concentrazione di THC, l’età della persona e le eventuali vulnerabilità individuali.
Il problema è diventato ancora più rilevante con la diffusione di prodotti caratterizzati da concentrazioni di THC molto elevate. Secondo i dati citati dalla Drug Enforcement Administration (DEA), alcuni concentrati possono raggiungere livelli fino all’80% di THC. Il National Institute on Drug Abuse segnala invece concentrazioni medie comprese tra il 54 e il 69% per alcuni estratti, con prodotti che possono superare anche l’80%. Questo significa che parlare semplicemente di una piccola o grande quantità di cannabis può essere fuorviante: prodotti apparentemente simili possono contenere quantità molto diverse della principale sostanza psicoattiva.
La conclusione generale che emerge dagli studi è più prudente: minore è il consumo e minore è la frequenza d’uso, più basso tende a essere il rischio. Non si tratta però di una garanzia assoluta. Ridurre l’esposizione può diminuire alcune probabilità, ma non permette di definire una dose completamente sicura per ogni individuo.
Negli Stati Uniti il consumo continua ad aumentare
Negli Stati Uniti l’utilizzo della cannabis riguarda ormai una parte considerevole della popolazione. Secondo i dati della SAMHSA, nel 2025 il 21,2% delle persone dai 12 anni in su ha dichiarato di aver consumato cannabis almeno una volta nell’anno precedente. Si tratta di circa 61,6 milioni di persone. Nel 2021 la percentuale era invece del 19%.
L’aumento non interessa soltanto i più giovani. Uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine ha rilevato una crescita del consumo anche tra gli adulti con 65 anni o più. In questa fascia di età, la percentuale di persone che dichiaravano un utilizzo nell’ultimo mese è passata dal 4,8% nel 2021 al 7% nel 2023.
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Negli anziani entrano però in gioco elementi specifici. Gli effetti della cannabis possono interagire con problemi di equilibrio, tempi di reazione e terapie farmacologiche già in corso, aumentando potenzialmente alcuni rischi, come quello di cadute. Per questo gli effetti di una stessa quantità non possono essere valutati allo stesso modo in una persona giovane e in un individuo più avanti con l’età.
Perché la concentrazione di THC cambia il rischio
Uno degli aspetti sui quali la ricerca sta ponendo maggiore attenzione riguarda proprio la potenza dei prodotti disponibili oggi. L’aumento delle concentrazioni di THC può rendere gli effetti più intensi e meno prevedibili, soprattutto nelle persone che hanno poca esperienza con la sostanza.
Una quantità ridotta di un prodotto ad alta concentrazione può infatti determinare un’esposizione al THC molto maggiore rispetto alla stessa quantità di cannabis meno potente. È uno dei motivi per cui diventa difficile stabilire cosa significhi concretamente “usarene poca” senza conoscere la composizione del prodotto.
Sugli effetti a lungo termine negli adulti restano ancora diversi aspetti da chiarire. Alcune ricerche hanno però individuato segnali che meritano attenzione. Nel 2025, uno studio condotto su oltre 1.000 adulti ha rilevato un’associazione tra un uso pesante di cannabis nel corso della vita e una minore attivazione cerebrale durante compiti legati alla memoria di lavoro. Il risultato non dimostra che un consumo occasionale produca automaticamente gli stessi effetti, ma suggerisce che intensità e durata dell’esposizione possano avere un ruolo importante.
Dipendenza da cannabis: riguarda circa 3 consumatori su 10
Un altro elemento da considerare è il possibile sviluppo di un disturbo da uso di cannabis. Una revisione pubblicata nel 2026 su JAMA Internal Medicine riporta che circa tre consumatori su dieci possono sviluppare questa condizione.
Il rischio non è identico per tutti e può dipendere anche dall’età in cui comincia l’utilizzo, dalla frequenza e dalla potenza dei prodotti assunti. Un’attenzione particolare riguarda adolescenti e giovani adulti che fanno uso regolare di cannabis ad alto contenuto di THC. Le evidenze disponibili indicano in questo gruppo un aumento del rischio di psicosi, soprattutto in presenza di una vulnerabilità psichiatrica già esistente.
Questo non significa che chiunque consumi cannabis svilupperà necessariamente un disturbo psicotico. Allo stesso tempo, l’assenza di conseguenze nella maggioranza degli utilizzatori non permette di escludere il rischio nelle persone maggiormente predisposte.
Il consumo quotidiano ha superato quello frequente di alcol
Anche la frequenza con cui viene utilizzata la cannabis è cambiata negli ultimi anni. Nel 2022, secondo uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Addiction, negli Stati Uniti circa 17,7 milioni di persone utilizzavano cannabis ogni giorno o quasi. Nello stesso periodo, gli americani che dichiaravano di consumare alcol con la stessa frequenza erano 14,7 milioni.
Il dato non permette di stabilire che la cannabis sia più o meno dannosa dell’alcol. Mostra piuttosto quanto il suo consumo sia diventato regolare per una parte significativa della popolazione, passando in molti casi da un utilizzo occasionale a un’abitudine quotidiana.
Ed è proprio la frequenza uno degli elementi che gli esperti considerano quando valutano i possibili effetti sulla salute. Ridurre la dose, aumentare gli intervalli tra un consumo e l’altro ed evitare prodotti con concentrazioni particolarmente elevate di THC può contribuire a diminuire alcuni rischi, senza però eliminarli completamente.
Chi dovrebbe prestare maggiore attenzione
La cautela è particolarmente importante per alcuni gruppi. Le evidenze disponibili indicano maggiori motivi di prudenza per adolescenti, persone in gravidanza, individui con disturbi psichiatrici e persone con una storia familiare di psicosi.
La stessa quantità può inoltre produrre effetti differenti da persona a persona. Età, condizioni di salute, farmaci assunti e caratteristiche del prodotto possono modificare sensibilmente la risposta dell’organismo.
Per questo la ricerca non individua oggi una singola dose di cannabis che possa essere definita universalmente sicura. Il messaggio che emerge dalle evidenze è più semplice ma anche più prudente: ridurre l’esposizione può ridurre il rischio, ma non significa azzerarlo. E con la diffusione di prodotti sempre più concentrati in THC, conoscere potenza e frequenza di utilizzo è diventato un elemento ancora più importante nella valutazione dei possibili effetti sulla salute.
Fonti:
JAMA - Cannabis and Mental Health