Quando si parla di prediabete e diabete, l'attenzione si concentra inevitabilmente sui valori della glicemia, sull'alimentazione, sull'attività fisica e sugli altri fattori che possono influenzare il metabolismo.
Una nuova ricerca suggerisce però che, nel quadro complessivo, potrebbe avere un peso anche un elemento molto diverso: il supporto sociale percepito, cioè quanto una persona ritiene di poter contare sulla famiglia, sugli amici o su qualcuno particolarmente importante nella propria vita.
È quanto emerge da uno studio longitudinale della durata di tre anni, condotto su 1.458 adulti iraniani e pubblicato su Scientific Reports. I ricercatori hanno osservato nel tempo le variazioni dello stato glicemico dei partecipanti, confrontandole con i cambiamenti nella quantità di sostegno sociale da loro percepito.
L'obiettivo era capire se determinate forme di supporto potessero essere associate a una maggiore o minore probabilità di passare da una condizione glicemica a un'altra.
I risultati non dimostrano che avere buone relazioni sociali possa prevenire direttamente il diabete, né tantomeno che il sostegno di familiari e persone care possa sostituire controlli medici o interventi sullo stile di vita. Mostrano però un'associazione interessante, soprattutto tra chi si trovava già in una condizione di prediabete.
Come è stato misurato il supporto sociale
Per valutare il sostegno percepito, gli autori hanno utilizzato la versione iraniana della Multidimensional Scale of Perceived Social Support, o MSPSS, un questionario composto da 12 domande. Lo strumento permette di distinguere il supporto proveniente da tre diverse aree: famiglia, amici e una “persona significativa”, cioè qualcuno considerato particolarmente vicino o importante dal partecipante.
Parallelamente, lo stato glicemico delle persone coinvolte è stato classificato in tre categorie: normale, prediabete oppure diabete. Gli studiosi hanno quindi utilizzato modelli statistici per verificare se le variazioni nei punteggi di sostegno sociale fossero associate al passaggio da una condizione glicemica all'altra durante il periodo di osservazione.
Nel complesso, il quadro emerso nei tre anni mostra anche un progressivo peggioramento dello stato glicemico in una parte del campione. La percentuale di persone con valori considerati normali è infatti diminuita dell'8,72% tra gli uomini e del 5,72% tra le donne.
Si tratta di un dato importante per interpretare i risultati: i ricercatori non hanno osservato una popolazione stabile, ma un gruppo nel quale nel tempo alcune persone sono passate verso condizioni glicemiche meno favorevoli.
Prediabete: il dato sul sostegno di una persona significativa
Uno dei risultati principali riguarda proprio i partecipanti che partivano da una condizione di prediabete. Nelle analisi completamente aggiustate, ogni aumento di una unità nel punteggio relativo al supporto ricevuto da una persona significativa è risultato associato a un rischio inferiore di progressione dal prediabete al diabete.
L'odds ratio osservato è stato pari a 0,93, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,88 e 1,00.
Questo valore non significa che il sostegno sociale riduca automaticamente del 7% il rischio individuale di sviluppare il diabete. L'odds ratio descrive infatti un'associazione statistica all'interno della popolazione studiata e deve essere interpretato nel contesto del modello utilizzato dagli autori.
Il dato suggerisce comunque che il contesto relazionale potrebbe meritare maggiore attenzione quando si studia l'evoluzione della salute metabolica, in particolare nelle persone che hanno già valori glicemici alterati ma non hanno ancora sviluppato diabete.
Negli uomini emerge anche il ruolo della famiglia
L'analisi ha mostrato inoltre un risultato specifico per gli uomini. In questo gruppo, un aumento del supporto familiare percepito è stato associato a una minore probabilità di passare da una condizione glicemica normale a uno stato considerato anomalo.
Anche in questo caso l'odds ratio è risultato pari a 0,93, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,87 e 0,99.
La famiglia, del resto, è risultata essere la fonte di supporto percepita come più importante durante il periodo di osservazione sia dagli uomini sia dalle donne. Gli amici, al contrario, hanno ottenuto mediamente i punteggi più bassi tra le diverse fonti di sostegno considerate.
Nel corso dei tre anni, tuttavia, i punteggi complessivi relativi al supporto sociale sono aumentati in entrambi i sessi. Questo ha permesso ai ricercatori di confrontare non soltanto il livello di sostegno iniziale, ma anche la sua evoluzione parallelamente ai cambiamenti dello stato glicemico.
Potrebbe interessarti anche:
- Diabete e caldo estivo: come gestire la glicemia e i rischi
- Frutta e gelato in estate: l'errore che può favorire picchi glicemici (e non è quello che si pensa)
- 1 neonato su 100 a rischio diabete: in arrivo il test per lo screening
Cosa può significare il risultato per la prevenzione
Secondo gli autori, questi dati potrebbero avere implicazioni nella progettazione di strategie di prevenzione più attente non soltanto alla condizione clinica di partenza, ma anche alla rete sociale della persona.
L'ipotesi avanzata è che interventi adattati allo stato glicemico individuale e capaci di rafforzare le fonti di sostegno considerate più influenti possano contribuire a mantenere una quota maggiore di persone in condizioni di normoglicemia.
Il concetto non è quello di considerare le relazioni sociali come una terapia, quanto piuttosto di valutarle come una possibile componente del contesto in cui vengono gestite le abitudini quotidiane e la salute. Una persona sostenuta dalla propria famiglia o da qualcuno di fiducia potrebbe trovarsi in condizioni diverse rispetto a chi affronta da solo cambiamenti nello stile di vita, controlli periodici o altre necessità legate alla propria situazione metabolica.
Lo studio, tuttavia, non permette di stabilire quale sia il meccanismo alla base dell'associazione osservata. Non dimostra quindi che sia il sostegno sociale, da solo, a determinare il mantenimento di valori glicemici migliori.
Non significa che il supporto sociale “curi” il diabete
È proprio questo il punto più importante da tenere presente. La ricerca ha individuato una relazione statistica, non una prova di causalità. Di conseguenza, non è corretto concludere che avere più amici, un partner presente o una famiglia particolarmente vicina sia sufficiente per evitare il diabete. Allo stesso modo, i dati non suggeriscono di modificare eventuali terapie o indicazioni mediche sulla base del solo contesto sociale.
Lo studio riguarda inoltre una specifica coorte di adulti iraniani, elemento che deve essere considerato prima di estendere automaticamente i risultati ad altre popolazioni con caratteristiche sociali, culturali o sanitarie differenti.
Il lavoro aggiunge però un elemento utile alla discussione sul diabete e sulla prevenzione: la salute metabolica potrebbe essere influenzata da un insieme di fattori più ampio di quelli strettamente biologici, e comprendere meglio il ruolo dell'ambiente sociale potrebbe aiutare a costruire interventi più completi.
Per gli autori, rafforzare le fonti di sostegno maggiormente associate agli esiti favorevoli, tenendo conto della situazione glicemica iniziale di ciascuna persona, potrebbe essere una direzione da approfondire. Serviranno però ulteriori studi per comprendere meglio quanto questo rapporto sia riproducibile in altre popolazioni e attraverso quali meccanismi il contesto sociale possa eventualmente interagire con l'evoluzione della glicemia.
Fonti
Nature - The association between perceived social support and glycemic status transitions: a 3-year longitudinal study of Iranian adults