Il panorama clinico dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) sta attraversando una profonda trasformazione conoscitiva.
Se storicamente queste patologie sono state etichettate come fenomeni quasi esclusivamente femminili, le evidenze epidemiologiche più recenti delineano uno scenario molto più sfaccettato, dove la componente maschile emerge con forza e con caratteristiche peculiari.
Un’epidemia silenziosa oltre il genere
In Italia circa il 6% della popolazione convive con un DCA: sebbene il sesso femminile resti il più colpito in termini assoluti, la crescita dei casi tra i maschi registra ritmi più serrati, con una concentrazione preoccupante nella fascia 12-17 anni.
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Un'emersione del maschile che non è necessariamente un fenomeno nuovo, quanto piuttosto il risultato di una maggiore capacità diagnostica; in passato gli stereotipi di genere e criteri clinici "femminocentrici" hanno favorito una sistematica sotto diagnosi.
Mentre nell’anoressia nervosa il rapporto maschi-femmine varia tra 1:3 e 1:12, la forbice si stringe sensibilmente nel caso della bulimia e del disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating).
Differenze fenotipiche e motivazionali
Sebbene l'origine profonda dei DCA sia comune, le modalità con cui il disturbo si manifesta variano significativamente in base al genere, influenzando sia l'obiettivo estetico sia le strategie messe in atto per raggiungerlo.
La differenza principale risiede nel modello fisico di riferimento: mentre nel genere femminile prevale la spinta verso la riduzione del peso e una magrezza estrema, nei maschi il disturbo si orienta spesso verso la definizione muscolare e l'incremento della massa (vigoressia).
Una distinzione che trasforma radicalmente anche le abitudini quotidiane: le pazienti tendono a utilizzare una restrizione calorica classica associata a condotte di eliminazione, mentre i pazienti maschi ricorrono più frequentemente a un esercizio fisico estremo e all'uso di integratori specifici.
Diagnosi e decorso clinico
Un altro divario netto riguarda la tempistica e la gravità della patologia al momento del primo intervento:
- popolazione maschile: la diagnosi è spesso tardiva, il che porta i pazienti a presentarsi ai servizi sanitari in condizioni cliniche più compromesse. Tuttavia, mostrano una frequenza maggiore di disturbi psichiatrici associati (comorbilità);
- popolazione femminile: il riconoscimento del disturbo è generalmente più tempestivo, facilitato da una maggiore consapevolezza sociale del fenomeno nelle donne, sebbene queste presentino una tendenza più marcata alla cronicizzazione e alle ricadute nel lungo periodo.
Il focus sulla popolazione pediatrica
Uno studio condotto su un campione di 501 pazienti pediatrici (dai 5 ai 18 anni) affetti da anoressia nervosa ha evidenziato dati sorprendenti sulla precocità del disturbo nei maschi.
Ecco i dettagli:
- età d'esordio: i maschi presentano la malattia significativamente prima rispetto alle femmine (media di 12,6 anni contro 14,6). Il caso più precoce registrato ha riguardato un bambino di soli 5 anni;
- severità clinica: al momento del ricovero i maschi mostrano parametri biochimici e nutrizionali peggiori (livelli di ferritina e transaminasi più alterati, BMI inferiore), segno di una diagnosi che arriva quando il corpo è già in forte sofferenza;
- risposta alle cure: paradossalmente, a fronte di una gravità iniziale maggiore, i maschi tendono a rispondere più rapidamente ai trattamenti, con degenze più brevi e un minor ricorso alla terapia farmacologica;
- sfera psicologica: il disturbo d'ansia generalizzato è risultato molto più frequente nei maschi con DCA (75%) rispetto alle femmine (47%), suggerendo una diversa vulnerabilità biologica o genetica;
- il nodo del trattamento: i dati preliminari indicano una diversità nelle strategie terapeutiche adottate a seconda del genere del paziente. Resta, però, aperto un interrogativo fondamentale: queste differenze riflettono reali necessità biologiche e cliniche o sono il frutto di un "pregiudizio inconscio" del medico in fase di prescrizione?
Verso una medicina personalizzata
La gestione dei DCA non può più prescindere da una visione personalizzata: la prognosi, infatti, è strettamente legata alla tempestività dell'intervento: un riconoscimento tardivo, più comune nei maschi a causa del "pregiudizio di genere", aggrava inevitabilmente l'evoluzione della patologia.
Il rischio clinico resta elevatissimo per entrambi i sessi: se nelle femmine si osserva una maggiore tendenza alla cronicizzazione, nei maschi si registra un rischio superiore di tentativi di suicidio legati al controllo estremo del peso.
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Risulta, quindi, fondamentale sviluppare protocolli diagnostici e terapeutici specifici che tengano conto di queste differenze, abbandonando l'idea che il disturbo alimentare abbia un solo volto.
Fonti:
Children - Gender Differences in a Cohort of Children with Eating Disorders: A Retrospective Study