Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione: l'importanza di sapersi ascoltare anche dopo la cura

Arianna Bordi | Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello
A cura di Arianna Bordi
Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello

Data articolo – 11 Marzo, 2026

Una giovane adolescente si guarda allo specchio nella sua stanza

Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare, l'attenzione si concentra spesso sulla diagnosi e sul percorso terapeutico. 

Ma cosa succede dopo? Come si vive quando il percorso di cura si conclude, quando bisogna imparare a gestire da soli il rapporto con il cibo e con il proprio corpo?

Ne abbiamo parlato con Martina Lattanzi, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-costruttivista, grazie all'intermediazione di Progetto Peso Positivo dell'Associazione Famiglia Peppino Fumagalli, per capire cosa aspettarsi nel post-cura e quali strumenti possono aiutare a mantenere l'equilibrio conquistato, senza dimenticare che il percorso di guarigione è fatto anche di fragilità e momenti difficili.

Cosa cambia concretamente nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo quando il percorso funziona?

Il cambiamento più importante riguarda il modo in cui la persona pensa al cibo e al proprio corpo: il cibo smette di essere un nemico, una valvola di sfogo emotiva o uno strumento di controllo, e torna a essere ciò che è, ossia una fonte di nutrimento ed energia; progressivamente non è più l’unico mezzo per regolare le emozioni. 

Anche il rapporto con il corpo cambia profondamente perché il corpo non è più qualcosa da giudicare continuamente allo specchio, ma diventa un alleato da ascoltare: migliora la capacità di riconoscere i segnali interni di fame, sazietà e bisogno, e si sviluppa un rapporto più rispettoso e meno conflittuale con le sensazioni corporee. 

In sintesi, il benessere non nasce dal controllo, ma dalla possibilità di tornare a fidarsi di sé e del proprio corpo.

Come si capisce che si è pronti per concludere il percorso terapeutico?

La conclusione di un percorso terapeutico non coincide solo con la scomparsa dei sintomi, ma con una consapevolezza che si è costruita nel tempo all’interno della relazione terapeutica. 

Si è pronti quando il sintomo non è più l’unico modo per comunicare un disagio e quando la persona ha sviluppato, insieme al terapeuta, strumenti interni per regolare le emozioni senza ricorrere automaticamente al cibo o al controllo del corpo. 

Il sintomo smette di essere solo un nemico da eliminare e viene riconosciuto anche nel suo significato; clinicamente emergono maggiore flessibilità e capacità di riflessione emotiva


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La conclusione del percorso è, quindi, una decisione condivisa e co-costruita, graduale e monitorata, che segna il passaggio dalla cura “con” il terapeuta alla fiducia nelle proprie risorse, sapendo che il chiedere aiuto resta sempre un’opzione possibile.

Come si costruisce un’alimentazione “cucita su di sé” dopo anni di regole rigide o caos alimentare?

Un’alimentazione personalizzata si costruisce attraverso un percorso graduale e accompagnato, non si tratta di sostituire vecchie regole con nuove prescrizioni, ma di imparare ad ascoltare il proprio corpo, sviluppare flessibilità e riconoscere i propri bisogni

In questo processo il lavoro con il nutrizionista è un elemento fondamentale della cura: una guida competente che aiuta a ricostruire un rapporto sicuro e collaborativo con il cibo

Spesso il percorso è integrato con la psicoterapia, per distinguere tra segnali corporei, emozioni e convinzioni apprese.

L’obiettivo è arrivare a scelte alimentari sostenibili, che tengano conto della storia individuale, del contesto e del benessere complessivo, senza rigidità né perdita di controllo.

Cosa significa davvero “guarire” da un DNA? È un processo mai completamente concluso?

Dai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione si può guarire e non solo per l’assenza di sintomi, ma grazie a una trasformazione profonda del rapporto con il cibo, le emozioni e il corpo. Imparare a riconoscere i propri bisogni, ascoltarsi e fare scelte consapevoli, liberandosi dai vincoli che il disturbo imponeva. 


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Questo non esclude la presenza di tratti di sensibilità o vulnerabilità individuali, che fanno parte della storia di ognuno. 

La differenza è che questi tratti non si traducono più in sintomi: da un punto di vista clinico, si parla spesso di recovery piuttosto che di guarigione totale, proprio per sottolineare il carattere processuale e non lineare. 

Questo non implica una condizione di perenne fragilità, ma una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie aree di sensibilità.

È normale avere momenti di difficoltà anche dopo la fine del percorso?

Sì, è del tutto normale attraversare momenti di difficoltà anche dopo aver concluso il percorso terapeutico: infatti, eventi stressanti o cambiamenti importanti possono far riaffiorare vecchi schemi, ma questo non significa tornare indietro. 

L’importante è riconoscere questi momenti come parte del cammino e affrontarli con gli strumenti e le consapevolezze acquisite durante la cura. 

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Essere “in cammino”, dunque, significa saper ascoltare le proprie emozioni, fare scelte consapevoli e continuare a costruire un rapporto sano con il cibo, il corpo e sé stessi. 

Ogni difficoltà può diventare così un’occasione per rafforzare ciò che è stato imparato e crescere ulteriormente; e qualora servisse chiedere aiuto di nuovo, non è un segno di debolezza, ma di coraggio e responsabilità.

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.