Il post-operatorio nasconde un rischio spesso invisibile: lo segnala uno studio

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 03 Febbraio, 2026

dottoressa ausculta cuore a paziente

Un’operazione chirurgica viene spesso considerata un traguardo: l’intervento riesce, il decorso procede e si torna gradualmente alla normalità. Eppure, anche quando la chirurgia non riguarda direttamente il cuore, l’organismo attraversa una fase di forte stress fisiologico che può mettere alla prova il sistema cardiovascolare

A richiamare l’attenzione su questo aspetto è una ricerca condotta dall’Università di Basilea e pubblicata su European Heart Journal, che collega il monitoraggio cardiologico post-operatorio a un miglioramento significativo degli esiti clinici.

Il cuore sotto pressione anche se l’intervento è “altrove”

Durante e dopo un intervento, il corpo affronta una serie di sollecitazioni: anestesia, perdita di sangue, risposta infiammatoria, variazioni della pressione arteriosa e cambiamenti nel bilancio dei fluidi. Tutti elementi che, nel loro insieme, possono aumentare il carico di lavoro del cuore e favorire eventi ischemici o danni cardiaci anche in assenza di sintomi evidenti.

Secondo gli autori dello studio, questo tipo di complicanze può passare inosservato, soprattutto perché il paziente nel post-operatorio può attribuire stanchezza, affanno o dolore a una normale fase di recupero. In realtà, alcune alterazioni cardiache possono rappresentare un segnale precoce di un rischio più alto nei mesi successivi.

Un dato globale che fa riflettere: 4,2 milioni di decessi in 30 giorni

Le stime globali indicano circa 4,2 milioni di decessi entro 30 giorni da un intervento chirurgico, per cause diverse, soprattutto nei pazienti più fragili.

Un numero che evidenzia quanto il periodo immediatamente successivo all’operazione sia delicato e meriti attenzione clinica mirata, soprattutto nei soggetti più fragili.

Il messaggio non è allarmistico: la chirurgia salva vite e migliora la qualità della vita. Tuttavia, la fase post-operatoria può diventare un’occasione decisiva per individuare tempestivamente segnali di sofferenza cardiaca e intervenire prima che si trasformino in eventi gravi.


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Lo studio: oltre 14.000 pazienti osservati dopo chirurgia non cardiaca

Il gruppo di ricerca dell’Università di Basilea ha analizzato 14.294 pazienti sottoposti a interventi di chirurgia non cardiaca. Nel periodo successivo all’operazione sono stati registrati 1.048 casi tra infarto e danno cardiaco.

A quel punto, la popolazione è stata suddivisa in due gruppi:

  • 614 persone (pari al 58,6%) hanno ricevuto una valutazione specialistica cardiologica;
  • per gli altri pazienti non è stato possibile effettuare una consulenza con il cardiologo.

Il confronto tra i due gruppi ha evidenziato un’associazione rilevante: chi era stato valutato da un cardiologo presentava una probabilità inferiore di andare incontro a esiti negativi nel corso dell’anno successivo.

In particolare, la consulenza cardiologica è risultata collegata a:

  • 35% di rischio in meno di morire entro 12 mesi dall’intervento;
  • 46% di probabilità in meno di sviluppare gravi complicanze cardiovascolari, come infarto, insufficienza cardiaca acuta, aritmie potenzialmente pericolose o morte per cause cardiache.

Si tratta di un risultato che rafforza l’idea di un follow-up più strutturato dopo interventi non cardiaci, soprattutto quando emergono segnali di danno miocardico o quando il paziente presenta fattori di rischio preesistenti.


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Chi è più esposto: età e patologie pregresse contano

Con l’aumento dell’età media, gli interventi chirurgici diventano più frequenti e riguardano una quota crescente di persone con condizioni cardiovascolari già presenti. Nei pazienti considerati ad alto rischio, ad esempio chi ha malattie cardiache o vascolari, oppure chi ha più di 65 anni, il danno cardiaco post-operatorio può verificarsi fino nel 15% dei casi.

Uno degli aspetti critici è che queste alterazioni non sempre provocano sintomi chiari. Proprio per questo, un controllo specialistico può fare la differenza nell’impostare terapia, monitoraggio e prevenzione secondaria.

Lo studio suggerisce che integrare la valutazione cardiologica nel percorso post-operatorio, quando indicato, potrebbe ridurre complicanze e mortalità a distanza di un anno. 

In un contesto in cui la chirurgia è sempre più comune, riconoscere precocemente i segnali di stress cardiaco e non sottovalutarli può diventare una strategia concreta per migliorare la sicurezza e la prognosi dei pazienti.

Fonti

  • European Heart Journal - Long-term outcomes of perioperative myocardial infarction/injury after non-cardiac surgery
  • The Lancet - Global burden of postoperative death
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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