Seguire una dieta vegetariana riduce davvero il rischio di tumore? La risposta, secondo un nuovo studio internazionale pubblicato sul British Journal of Cancer, non è univoca.
I risultati, basati su un’analisi di quasi 2 milioni di persone seguite per circa 16 anni, mostrano infatti un quadro articolato: alcune neoplasie risultano meno frequenti tra vegetariani e vegani, mentre per altre il rischio appare più elevato.
Insomma alcuni tumori si riducono, altri, invece aumentano.
Vediamo i dettagli.
Lo studio su dieta vegetariana e aumento di tumori
La ricerca ha combinato dati provenienti da diversi studi prospettici internazionali, includendo:
- 1,64 milioni di consumatori di carne;
- 57.016 consumatori di solo pollame;
- 42.910 pescetariani;
- 63.147 vegetariani;
- 8.849 vegani.
I partecipanti sono stati monitorati per una media di 16 anni. I ricercatori hanno valutato l’incidenza di 17 diversi tipi di tumore, tenendo conto di variabili rilevanti come indice di massa corporea e abitudine al fumo.
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Si tratta di uno studio osservazionale: questo significa che individua associazioni statistiche, ma non può dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto tra dieta e malattia.
Dove la dieta vegetariana sembra protettiva
Rispetto ai consumatori di carne, i vegetariani hanno mostrato un rischio inferiore per diverse neoplasie:
- cancro al pancreas: -21%;
- tumore della prostata: -12%;
- tumore al seno: -9%;
- cancro del rene: -28%;
- mieloma multiplo: -31%.
Questi dati suggeriscono un possibile beneficio associato all’assenza di carne, soprattutto per tumori legati a meccanismi metabolici e ormonali.
È noto, ad esempio, che il consumo elevato di carne rossa e lavorata sia associato a un aumento del rischio di tumore del colon-retto. Ridurne l’assunzione potrebbe contribuire a migliorare il profilo infiammatorio e metabolico complessivo.
Le criticità emerse: rischio aumentato per alcune neoplasie
Lo studio, tuttavia, evidenzia anche aspetti meno intuitivi.
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I vegetariani presentano quasi il doppio del rischio di carcinoma squamoso dell’esofago rispetto ai consumatori di carne. Nei vegani, invece, è stato osservato un aumento del 40% del rischio di tumore del colon-retto.
Una possibile spiegazione ipotizzata dagli autori riguarda le carenze nutrizionali, in particolare:
- vitamine del gruppo B, soprattutto B12;
- calcio, con un apporto medio inferiore alle raccomandazioni nel gruppo vegano;
- altri micronutrienti potenzialmente protettivi.
Va sottolineato che si tratta di ipotesi biologicamente plausibili, ma non ancora confermate da studi sperimentali.
Il contesto alimentare è cambiato
Un elemento importante riguarda l’epoca in cui sono stati raccolti molti dei dati: anni ’90 e primi 2000. In quel periodo erano meno diffusi:
- alimenti vegetali fortificati con calcio e vitamina B12;
- prodotti plant-based arricchiti;
- maggiore consapevolezza nutrizionale nelle diete vegane.
Questo significa che i risultati potrebbero non riflettere pienamente le abitudini attuali.
Cosa significa per la prevenzione
Il messaggio centrale dello studio non è “carne sì” o “carne no”, ma piuttosto l’importanza dell’equilibrio nutrizionale. Una dieta vegetariana o vegana ben pianificata può essere adeguata dal punto di vista nutrizionale. Allo stesso modo, una dieta onnivora ricca di carni lavorate e povera di fibre può aumentare il rischio oncologico.
La prevenzione dei tumori resta multifattoriale e coinvolge:
- qualità complessiva dell’alimentazione;
- peso corporeo;
- attività fisica;
- consumo di alcol;
- fumo;
- predisposizione genetica.
Dunque, questo studio amplia la prospettiva: l’eliminazione della carne può essere associata a benefici per alcuni tumori, ma richiede attenzione per evitare carenze potenzialmente rilevanti. La chiave resta una dieta varia, bilanciata e nutrizionalmente completa, qualunque sia il modello alimentare scelto.
Fonti: