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L’appello di un medico: non chiedetemi di essere vostra amica su Facebook

Alessandra Lucivero | Editorial Manager a Pazienti.it

Ultimo aggiornamento – 15 Agosto, 2010

“Sono su Facebook e ho paura”.  A parlare così è Katherine Chretien, assistente di medicina alla George Washington University che dalle colonne di USA TODAY lancia un appello ai suoi pazienti: “non chiedetemi di essere vostra amica su Facebook”.

Posizione all’apparenza in controtendenza rispetto a quello che leggiamo. E anche rispetto a quello che pubblichiamo su pazienti.org come quando a maggio, riprendendo un pezzo di Bloomberg Business Week, avevamo raccontato il fenomeno dei medici che, tramite Twitter e Facebook, sono sempre a disposizione dei loro pazienti.

Ebbene Chretien dice di no. E con diverse argomentazioni. “Dal momento che i social media hanno ridefinito (leggi: quasi cancellato) la distinzione tra l’identità personale e quella professionale i medici sono alle prese con la definizione della loro professionalità nell’era digitale”.

Aggiungere i propri pazienti tra gli amici di Facebook significa dare loro accesso a foto private, commenti e informazioni su relazioni sentimentali e stili di vita. “Quando va bene si crea solo imbarazzo. Ma, quando va male, si può mettere a repentaglio il rapporto di fiducia e rispetto tra medico e pazienti che si è guadagnato con fatica”. In più, ricorda, Katherine c’è anche un problema di riservatezza. Facebook è una piattaforma pubblica e si rischia di violare la legge sulla segretezza dei dati sulla salute.

“Per questo – conclude – se mi aggiungete su Facebook, gentilmente rifiuto. Perché amo essere il vostro medico e perché alcuni confini non vanno oltrepassati”.

E la dottoressa non è sola, anzi è solo una delle rappresentanti di un movimento internazionale. Tra le esperienze più organizzate possiamo citare la posizione del Medical Defence Union (MDU), associazione britannica no profit di medici che fornisce assistenza legale ai suoi membri.

“Non rispondete ai pazienti che vi cercano sui social media”, avverte l’organizzazione che ha perfino dovuto dare assistenza a medici molestati da pazienti su Facebook.

Un uomo, scrive il Telegraph, dopo aver trovato il profilo di una dottoressa che lo aveva avuto in cura in ospedale su Facebook, l’ha invitata a uscire. Al suo rifiuto ha cominciato a mandarle regali e poi a tempestarla di messaggi, la donna ha dovuto chiedere aiuto.

“Con i pazienti – avverte l’organizzazione – bisogna mantenere la relazione su un piano esclusivamente professionale. I medici accusati si superare questo confine potrebbero essere chiamati a risponderne agli organismi di categoria”.

Al di là di questi eccessi il problema della privacy dei medici e della segretezza dei dati sensibili esiste. Ma la soluzione suggerita dal MDU non farà piacere ai pazienti. Secondo i dati della CNN, il 55% dei consumatori vorrebbe poter contattare il suo medico via mail.

E molti già lo fanno e scrivono al loro medico anche su Twitter e Facebook, per le emergenze ma anche per avere informazioni e rassicurazioni.

Due interessi, quindi, contrastanti e a volte difficili da bilanciare. Per il momento mancano direttive precise e ognuno fa da sé ma negli Stati Uniti sta intervenendo un elemento che potrebbe convincere qualche indeciso: alcune compagnie assicurative stanno iniziando a rimborsare i medici per il tempo che passano a rispondere ai pazienti sui social network.

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