Longevità in Italia, perché l’aspettativa di vita rallenta

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 29 Ottobre, 2026

donna di mezza età fa yoga

Per decenni vivere più a lungo è sembrato un andamento quasi automatico nei Paesi europei: miglioramenti nell’assistenza sanitaria, prevenzione, condizioni di vita e controllo di numerose malattie hanno progressivamente spostato in avanti l’aspettativa di vita. Negli ultimi anni, però, quella crescita ha iniziato a perdere velocità. 
 

A mostrarlo è un’ampia analisi dei dati del Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study 2021, condotta da ricercatori della University of East Anglia insieme a numerosi collaboratori internazionali. Il lavoro ha confrontato l’andamento della longevità in 16 Paesi dello Spazio Economico Europeo e nelle quattro nazioni del Regno Unito, dividendo l’osservazione in tre periodi: 1990-2011, 2011-2019 e 2019-2021. L’Italia emerge come uno dei Paesi con i valori assoluti migliori, ma anche qui il progresso non è rimasto costante.

Dopo il 2011 l’Europa ha iniziato a guadagnare meno anni di vita

Tra il 1990 e il 2011, considerando insieme tutti i Paesi analizzati, l’aspettativa di vita aumentava in media di 0,23 anni ogni anno, poco meno di tre mesi. Tra il 2011 e il 2019 il miglioramento medio è sceso a 0,15 anni l’anno. In altre parole, la longevità continuava ad aumentare, ma più lentamente. La Norvegia è stata l’unica eccezione sostanziale, con un ritmo di crescita che non si è ridotto, mentre negli altri Paesi il rallentamento è stato più o meno pronunciato.

Questo dettaglio è importante perché evita di attribuire tutto ciò che è accaduto alla pandemia. Il Covid-19 ha avuto un impatto evidente sulla mortalità e sull’aspettativa di vita, ma la perdita di velocità era iniziata quasi un decennio prima. Gli autori hanno quindi cercato di capire quali cause di morte e quali fattori di rischio potessero aver contribuito alla tendenza.

In Italia nel 2019 l’aspettativa di vita superava gli 83 anni

L’Italia partiva comunque da una posizione particolarmente favorevole. Nel 2019 lo studio stima un’aspettativa di vita alla nascita di 83,37 anni, uno dei valori più elevati tra i territori considerati. Tra il 1990 e il 2011 l’incremento medio annuale era stato di circa 0,24 anni, mentre tra il 2011 e il 2019 era sceso a 0,16 anni.

Non significa quindi che prima della pandemia gli italiani avessero già iniziato a vivere meno. L’aspettativa di vita continuava a crescere, ma ogni anno aggiungeva meno rispetto al passato. È una differenza sostanziale: un rallentamento della crescita non equivale a una diminuzione assoluta.

Il vero arretramento arriva invece nel periodo successivo. Tra il 2019 e il 2021, attraversato dalla fase più grave della pandemia, l’Italia registra nello studio una variazione media annuale di circa -0,36 anni, con una brusca inversione rispetto agli anni precedenti.

Cuore e tumori hanno avuto un ruolo decisivo nei progressi passati

Uno dei risultati più interessanti riguarda le ragioni per cui, nei decenni precedenti, gli europei avevano guadagnato così tanti anni di vita. Tra il 1990 e il 2011, una parte consistente del miglioramento è derivata dalla riduzione dei decessi per malattie cardiovascolari e tumori. Prevenzione, diagnosi e trattamenti migliori hanno contribuito a spostare progressivamente in avanti la mortalità.

Dopo il 2011, però, soprattutto i progressi legati alle malattie cardiovascolari hanno iniziato a rallentare in numerosi Paesi. Gli autori osservano inoltre che nelle nazioni che hanno continuato a ridurre più efficacemente la mortalità cardiovascolare e oncologica, come Norvegia, Islanda, Belgio, Danimarca e Svezia, il miglioramento complessivo dell’aspettativa di vita ha retto meglio.

Per l’Italia, lo studio segnala un rallentamento dei guadagni collegati sia alle patologie cardiovascolari sia ai tumori, diventato particolarmente evidente nel passaggio alla fase pandemica. Le ragioni precise non possono però essere stabilite con certezza dal tipo di analisi utilizzato.

Peso, pressione e colesterolo tra i fattori da osservare

I ricercatori hanno valutato anche l’esposizione della popolazione a diversi fattori di rischio associati alle principali cause di morte. Tra quelli considerati figurano pressione arteriosa elevata, alimentazione non salutare, fumo, colesterolo LDL alto, indice di massa corporea elevato, consumo eccessivo di alcol e scarsa attività fisica.

Il quadro non è uniforme. L’esposizione al fumo, per esempio, è diminuita in tutti i Paesi nel periodo analizzato, un cambiamento favorevole che ha contribuito a ridurre parte della mortalità. Al contrario, l’esposizione a un BMI elevato è aumentata sistematicamente, mentre altri fattori, come alimentazione sfavorevole e scarsa attività fisica, sono rimasti importanti in molte popolazioni.

Secondo gli autori, migliorare soltanto il trattamento della pressione alta o del colesterolo può non essere sufficiente se contemporaneamente aumenta il peso medio della popolazione o rimangono diffuse abitudini che favoriscono malattie cardiovascolari e metaboliche.

Poi è arrivato il Covid-19

Il periodo 2019-2021 rappresenta una fase diversa rispetto al rallentamento precedente. In questi anni la maggior parte dei Paesi studiati ha registrato una diminuzione assoluta dell’aspettativa di vita, legata soprattutto alle infezioni respiratorie e agli effetti direttamente o indirettamente associati alla pandemia.

Considerando l’intero gruppo di Paesi, la variazione media annuale dell’aspettativa di vita in questo periodo è stata di -0,18 anni. Italia, Grecia, Inghilterra e diversi altri territori hanno registrato cali netti. Irlanda, Islanda, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno invece mantenuto piccoli miglioramenti, mentre in Belgio il valore è rimasto sostanzialmente stabile.

Secondo i ricercatori, questa differenza potrebbe indicare che le popolazioni che erano riuscite a mantenere migliori progressi sanitari nel decennio precedente fossero anche più resilienti di fronte a uno shock improvviso come la pandemia. È un’interpretazione, non una dimostrazione di causa ed effetto.

Per l’Italia non significa che vivremo sempre meno

Parlare di una “retromarcia” della longevità italiana può quindi essere utile per descrivere la brusca caduta registrata negli anni della pandemia, ma rischia di essere fuorviante se interpretato come l’inizio inevitabile di una riduzione permanente della durata della vita. Lo studio analizza infatti dati che arrivano fino al 2021 e non consente di prevedere da solo quale sarà l’andamento nei decenni successivi.

Il segnale più strutturale è un altro: già prima del Covid i miglioramenti stavano diventando più lenti. Per gli autori è quindi necessario intervenire non soltanto attraverso le cure, ma anche sui fattori che determinano la salute della popolazione nel lungo periodo, dall’alimentazione all’attività fisica, dalla prevenzione cardiovascolare alle politiche contro il fumo, fino all’accessibilità dei servizi sanitari.

Vivere a lungo non basta, bisogna mantenere i progressi

L’Italia conserva dunque una posizione privilegiata in Europa, con una delle aspettative di vita più elevate tra i Paesi analizzati. Proprio per questo, però, mantenere ulteriori progressi può diventare più difficile. Quando molte delle grandi cause di mortalità sono già state ridotte rispetto al passato, guadagnare nuovi anni richiede interventi sempre più efficaci sulla prevenzione delle malattie croniche e sui fattori di rischio diffusi nella popolazione.

La ricerca suggerisce quindi di non leggere la longevità come un risultato acquisito una volta per tutte. Tra il 1990 e il 2011 l’Europa ha fatto passi molto più rapidi rispetto al decennio successivo, e la pandemia ha poi provocato una brusca interruzione in numerosi Paesi. Per l’Italia la questione non è tanto stabilire se si sia smesso di vivere più a lungo, quanto capire come evitare che il rallentamento osservato prima del Covid diventi una caratteristica stabile dei prossimi decenni.

Fonte

The Lancet Public Health - Changing life expectancy in European countries 1990–2021: a subanalysis of causes and risk factors from the Global Burden of Disease Study 2021

Ultimo aggiornamento – 27 Ottobre, 2026

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