Lupus, un batterio intestinale riduce i segnali della malattia nei topi: cosa dice il nuovo studio

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
Seguici su Google Discover Aggiungici alle Fonti Preferite di Google

Data articolo – 03 Luglio, 2026

Una signora con uno sfogo sul braccio

Il lupus è una malattia autoimmune cronica complessa, capace di colpire tessuti e organi diversi e di causare sintomi come dolore, gonfiore, forte stanchezza, eruzioni cutanee e mal di testa. Le terapie oggi disponibili non rappresentano una cura definitiva, ma servono soprattutto a controllare la malattia e limitarne le conseguenze. Proprio per questo la ricerca continua a cercare nuove strade, soprattutto per il lupus eritematoso sistemico, la forma più comune, che negli Stati Uniti interessa circa 1,5 milioni di persone.

Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications ha individuato un possibile elemento chiave nel microbiota intestinale. I ricercatori dell’University of Texas Health Science Center at San Antonio hanno studiato il batterio Faecalibacterium prausnitzii, già noto come uno dei microrganismi “buoni” più abbondanti nell’intestino umano. In passato era stato osservato che le persone con lupus non trattato tendono ad averne quantità inferiori. Ora il gruppo ha mostrato che reinserire questo batterio in modelli murini di lupus può ridurre diversi biomarcatori legati alla malattia.

Il ruolo del batterio nell’intestino

Secondo la microbiologa Laurence Morel, è la prima volta che nella ricerca sul lupus viene identificato un batterio che risulta carente e che, una volta reintegrato, sembra produrre effetti positivi. Il punto centrale riguarda la funzione intestinale: F. prausnitzii aiuta a digerire le fibre e contribuisce a mantenere in salute la barriera tra colon e resto dell’organismo.

Nel nuovo lavoro, i ricercatori hanno analizzato quali geni fossero attivi nel batterio e quali sostanze venissero prodotte. La riduzione di F. prausnitzii è risultata collegata anche a una minore produzione di butirrato, un acido grasso a catena corta importante per l’equilibrio dell’intestino. Questa carenza, nei modelli studiati, era associata a danni alle cellule mucinose che rivestono il tratto intestinale.


Potrebbe interessarti anche:


Quando il batterio è stato somministrato ai topi, alcuni processi si sono riequilibrati: la digestione delle fibre è migliorata, le cellule con funzione antinfiammatoria sono aumentate e sono stati osservati cambiamenti positivi anche in reni e milza. Il dato sui reni è rilevante perché, nelle persone, un lupus non controllato può provocare danni renali gravi, fino alla necessità di un trapianto.

Risultati promettenti, ma ancora preliminari

Gli autori precisano che siamo in una fase iniziale. Il trattamento è stato testato solo su topi e, in particolare, su animali più giovani dell’età in cui normalmente compaiono i sintomi del lupus. Non si tratta quindi di una terapia pronta per l’uso clinico, ma di un’indicazione utile per capire meglio come microbiota, sistema immunitario e malattia possano interagire.

C’è anche un limite pratico: F. prausnitzii non è presente nella maggior parte dei comuni probiotici. È un batterio difficile da gestire, perché non resta a lungo nell’organismo ed è inattivato dall’ossigeno. Per questo i ricercatori vogliono studiare più nel dettaglio le sostanze prodotte da questo microrganismo e capire se i suoi effetti possano essere replicati con un farmaco.

Il prossimo obiettivo: capire il legame con la dieta

Il gruppo intende ora approfondire anche il ruolo dell’alimentazione. La dieta può modificare rapidamente il microbiota intestinale e potrebbe influenzare i livelli di F. prausnitzii e i biomarcatori del lupus. L’obiettivo è costruire uno studio più rigoroso che colleghi diversi tipi di carboidrati assunti con l’alimentazione agli effetti osservati sulla salute.

Per ora, la ricerca non cambia le terapie disponibili per i pazienti, ma aggiunge un tassello importante: il lupus potrebbe essere influenzato anche da squilibri intestinali specifici. E intervenire su questi meccanismi, in futuro, potrebbe aprire una strada complementare alle cure già esistenti.

Fonti:

  • ScienceAlert - First-of-Its-Kind Lupus Treatment Significantly Reduces Symptoms in Mice
  • Nature Communications - Multiomics-guided discovery of protective microbiome signatures in lupus-prone mice treated with Faecalibacterium prausnitzii
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati