Meno Alzheimer tra tassisti e autisti di ambulanza: cosa dice davvero lo studio

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 31 Marzo, 2026

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Un ampio studio pubblicato sul British Medical Journal (BMJ) ha osservato che, negli Stati Uniti, tassisti e autisti di ambulanza presentano la più bassa percentuale di decessi con Alzheimer indicato come causa di morte tra 443 professioni analizzate. 

Il dato ha attirato l’attenzione perché questi lavori richiedono un uso costante dell’orientamento spaziale e della navigazione in tempo reale. Gli autori, tuttavia, invitano alla cautela: si tratta di uno studio osservazionale, utile a generare ipotesi ma non a dimostrare un effetto protettivo diretto.

Cosa emerge dallo studio

La ricerca, condotta da studiosi della Harvard Medical School e del Mass General Brigham, è stata pubblicata il 17 dicembre 2024 sul BMJ. I ricercatori hanno analizzato 8,9 milioni di certificati di morte negli Stati Uniti relativi al periodo 2020-2022, mettendo in relazione la causa di morte con la professione svolta nel corso della vita.

Nel campione complessivo, il 3,88% dei decessi riportava l’Alzheimer come causa di morte. Tra i tassisti questa percentuale scendeva all’1,03% (171 decessi su 16.658), mentre tra gli autisti di ambulanza era dello 0,74% (10 su 1.348). Anche dopo l’aggiustamento per fattori come età alla morte, sesso, etnia e livello di istruzione, queste due categorie risultavano quelle con la quota più bassa.

Il possibile ruolo dell’ippocampo

Per spiegare il risultato, i ricercatori richiamano il ruolo dell’ippocampo, una struttura del cervello coinvolta nella memoria e nell’orientamento nello spazio. È proprio una delle prime aree a essere colpite nella malattia di Alzheimer.

Studi precedenti, tra cui ricerche sui tassisti londinesi, hanno mostrato che attività che richiedono una navigazione complessa possono essere associate a modifiche strutturali dell’ippocampo. Questo ha portato a ipotizzare che l’uso frequente di queste capacità cognitive possa avere un ruolo nel mantenimento della funzione cerebrale.

Nel nuovo studio, il risultato non è stato osservato allo stesso modo in altre professioni legate al trasporto ma con percorsi più standardizzati. Ad esempio, la quota di decessi per Alzheimer era del 3,11% tra gli autisti di autobus, del 4,57% tra i piloti e del 2,79% tra i comandanti di nave. Questo rafforza l’ipotesi che non sia il “guidare” in sé, ma il tipo di impegno cognitivo richiesto, a fare la differenza.

Cosa significa per la salute delle persone

L’Alzheimer è la forma più comune di demenza e rappresenta una sfida sanitaria in crescita. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nel 2021 circa 57 milioni di persone nel mondo vivevano con una demenza, e la malattia di Alzheimer è responsabile del 60-70% dei casi. In Italia si stima che le persone con demenza siano circa 1,2 milioni, di cui oltre la metà con Alzheimer.

Nonostante i risultati dello studio, il messaggio per la popolazione non è che “fare il tassista protegge dall’Alzheimer”. Piuttosto, la ricerca suggerisce che alcune attività cognitive, in particolare quelle legate all’orientamento e alla memoria dei luoghi, potrebbero essere rilevanti per la salute del cervello e meritano ulteriori approfondimenti.

Questo non sostituisce le strategie già consolidate per ridurre il rischio di declino cognitivo: mantenere uno stile di vita attivo, controllare i fattori di rischio cardiovascolare (come pressione alta e diabete), evitare il fumo, limitare l’alcol e favorire le relazioni sociali.

Limiti dello studio e raccomandazioni

Gli stessi autori sottolineano alcuni limiti importanti. Innanzitutto, è possibile un “bias di selezione”: persone con migliori capacità cognitive potrebbero essere più propense a scegliere lavori che richiedono orientamento spaziale. Inoltre, i dati si basano sui certificati di morte, che non sempre riportano in modo completo tutte le condizioni cliniche.

L'analisi della mortalità basata sui certificati di morte riflette il PMR (Proportional Mortality Ratio). Un limite intrinseco di questo indicatore è che una bassa percentuale di decessi per Alzheimer potrebbe derivare non da una protezione reale, ma da un rischio elevato di decessi per altre cause (competitività tra cause di morte), come patologie cardiovascolari o incidenti stradali, frequenti nelle professioni di trasporto

Un altro aspetto rilevante è che lo studio misura la mortalità attribuita all’Alzheimer, non la frequenza reale della malattia nella popolazione. Per questo i risultati sono definiti “generatori di ipotesi” e non permettono di stabilire un rapporto di causa-effetto.


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Prospettive future

La ricerca apre una domanda interessante: esercitare regolarmente alcune funzioni cognitive, come la navigazione spaziale, può contribuire a proteggere il cervello nel tempo? Per rispondere saranno necessari studi più approfonditi, che includano valutazioni cliniche e dati biologici.

Nel frattempo, il messaggio più utile resta quello di prendersi cura della salute cerebrale nel suo insieme. Non esistono soluzioni semplici o scorciatoie, ma una combinazione di abitudini sane e stimoli cognitivi può contribuire a mantenere il benessere mentale nel lungo periodo.

Fonti

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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