Ci sono momenti in cui le parole sembrano non bastare. Una vista naturale particolarmente imponente, un’opera d’arte, oppure un’esperienza collettiva intensa possono generare una sensazione difficile da descrivere con precisione. In psicologia questa emozione viene definita “awe”, traducibile in parte come meraviglia o stupore profondo.
Si tratta di uno stato emotivo che nasce quando ciò che osserviamo o viviamo supera la nostra capacità immediata di comprenderlo. Non è necessariamente positivo. Può essere accompagnato da una sensazione di calma e apertura, ma anche da timore o perdita di controllo. La sua natura è ambivalente e proprio per questo è considerata una delle emozioni più complesse da studiare.
Quando la meraviglia diventa anche paura
Nella sua forma più comune, la “awe” positiva è legata a esperienze percepite come grandiose ma non minacciose, come un paesaggio naturale o un evento artistico. In questi casi prevalgono sensazioni di quiete, connessione e curiosità.
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Esiste però anche una componente negativa. In situazioni estreme, come un disastro naturale o un evento traumatico, la stessa sensazione di immensità può tradursi in paura e senso di impotenza. Il corpo reagisce in modo simile in entrambe le situazioni: aumento del battito cardiaco, pelle d’oca, attivazione fisiologica. Ciò che cambia è l’interpretazione mentale dell’esperienza.
Come il cervello gestisce ciò che non capisce
Dal punto di vista cognitivo, il cervello è abituato a filtrare le informazioni sulla base di ciò che già conosce. Ogni nuova esperienza viene confrontata con schemi mentali preesistenti. Quando qualcosa si inserisce facilmente in questi schemi, viene assimilato senza particolari difficoltà.
La “awe” si verifica quando questo processo si interrompe. L’esperienza è troppo grande o troppo diversa per essere immediatamente integrata. In quel momento, il cervello deve riorganizzare le proprie categorie per riuscire a interpretare ciò che sta accadendo. È questa combinazione di vastità percepita e difficoltà di comprensione a generare l’emozione.
Cosa succede nel cervello durante la “awe”
Le ricerche neuroscientifiche mostrano che durante queste esperienze diminuisce l’attività delle aree cerebrali legate alla rappresentazione di sé, cioè quelle coinvolte nella memoria autobiografica e nella percezione del proprio ruolo nel mondo.
Questo calo di attività sposta l’attenzione dall’interno verso l’esterno. È uno dei motivi per cui, in questi momenti, si può avvertire una sensazione di ridimensionamento personale, come se il proprio punto di vista diventasse meno centrale rispetto a ciò che si sta osservando.
Anche il sistema nervoso reagisce in modo diverso a seconda del tipo di “awe”. Nella versione negativa prevale l’attivazione del sistema simpatico, legato alla risposta “attacco o fuga”. Nella versione positiva, invece, si attiva maggiormente il sistema parasimpatico, che favorisce rilassamento e riduzione della tensione.
l calo di attività cerebrale menzionato riguarda specificamente la Default Mode Network (DMN), la rete neurale associata al pensiero autoreferenziale, alle preoccupazioni per il futuro e ai rimpianti del passato. Quando proviamo stupore, la DMN si disattiva parzialmente: il cervello 'smette di parlare di sè stesso'. Questo silenzio neurale riduce il rimuginio (la tendenza a pensare ripetutamente ai propri problemi), offrendo un sollievo immediato nei disturbi d'ansia e favorendo una percezione di connessione con il resto dell'umanità.
Gli effetti sulla salute mentale
Le evidenze disponibili suggeriscono che le esperienze di “awe” positiva possano avere effetti benefici sul benessere psicologico. Tra gli aspetti osservati ci sono una maggiore capacità di rilassamento, una riduzione dell’attenzione eccessiva su di sé e una maggiore apertura verso gli altri.
Questa emozione sembra anche favorire il senso di connessione sociale e aumentare la percezione di significato nella propria vita.
Un’esperienza accessibile anche nella quotidianità
Non è necessario vivere esperienze estreme per provare questa emozione. La “awe” può emergere in contesti molto diversi: una passeggiata nella natura, un concerto, un momento condiviso con altre persone o anche l’apprendimento di un’idea particolarmente complessa.
Alcuni ricercatori suggeriscono pratiche semplici, come le cosiddette “awe walks” (che potremmo tradurre in italiano come “camminate di stupore”), cioè passeggiate fatte con l’intenzione di osservare con attenzione ciò che ci circonda, cercando elementi di vastità o bellezza. Anche attività legate alla riflessione o alla dimensione spirituale possono stimolare questo tipo di esperienza.
Una direzione ancora in fase di studio
Nonostante i risultati promettenti, la ricerca è ancora in corso. Non è del tutto chiaro quanto questi effetti possano essere duraturi nel tempo o in che misura possano essere utilizzati in ambito clinico.
Resta però un dato interessante: alcune emozioni, anche se difficili da definire, possono influenzare in modo concreto il modo in cui il cervello elabora le informazioni e reagisce allo stress. In questo senso, la “awe” rappresenta un esempio di come esperienze apparentemente semplici possano avere implicazioni più ampie per la salute mentale e il benessere generale.
FONTI:
ScienceAlert - One Complex Emotion May Have a Powerful Effect on Your Mental Health
The Conversation - How a sense of awe can be good for your mental health