Nei primi cinque mesi del 2026 in Italia sono stati confermati 472 casi di morbillo, contro i 322 dello stesso periodo del 2025. La nuova analisi del Ministero della Salute segnala una ripresa della circolazione, concentrata soprattutto tra giovani adulti e in alcune Regioni, mentre la copertura con due dosi resta sotto il 95% raccomandato.
Morbillo, i numeri del 2026 raccontano una nuova risalita
Il dato che fotografa meglio la situazione è quello dei primi cinque mesi dell'anno: 472 casi confermati, il 46,6% in più rispetto ai 322 registrati nello stesso periodo del 2025. Considerando anche i casi classificati come possibili e probabili, le segnalazioni arrivano a 609.
Il confronto va però letto con una certa cautela. I 472 casi sono diagnosi confermate in laboratorio; i 609 comprendono invece anche episodi ancora in fase di classificazione. La differenza non è un dettaglio statistico: durante un aumento della circolazione, notifiche, risultati di laboratorio e aggiornamenti delle piattaforme possono arrivare in momenti diversi.
Il quadro arriva dalla circolare del Ministero della Salute sul morbillo, datata 9 luglio 2026 e dedicata all'analisi epidemiologica 2024/2026. Il documento confronta i primi cinque mesi degli ultimi tre anni: nel 2024 le segnalazioni complessive erano state 568, nel 2025 erano scese a 342, mentre nel 2026 sono salite a 609.
Il 2024 resta comunque un anno particolarmente significativo: nell'intero anno furono notificati 1.045 casi, 946 dei quali confermati in laboratorio. Nel 2025 il totale era sceso a 529, con 497 conferme.
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La fotografia, dunque, non è quella di una crescita lineare. Il virus ha mostrato una forte circolazione nel 2024, una contrazione nel 2025 e una nuova accelerazione nei primi mesi del 2026. E proprio questa inversione ha riacceso l'attenzione della sanità pubblica.
Dove circola di più il virus e chi viene colpito
La crescita non è distribuita allo stesso modo sul territorio nazionale. Nei primi cinque mesi del 2026, alcune Regioni hanno registrato aumenti particolarmente marcati: la Calabria è passata da 17 a 265 segnalazioni rispetto allo stesso periodo del 2025, la Campania da 18 a 100, la Toscana da 6 a 49 e il Lazio da 47 a 54.
Numeri così diversi spiegano perché il dato nazionale non debba essere interpretato come una diffusione uniforme del morbillo in tutto il Paese. Alcune aree presentano focolai più consistenti e richiedono quindi interventi di sorveglianza e recupero vaccinale mirati.
C'è poi un elemento meno intuitivo: il morbillo del 2026 non riguarda soltanto i bambini.
La fascia con il maggior numero di segnalazioni è quella tra 15 e 39 anni. Secondo i dati riportati nella circolare, il 94,7% dei casi di questa fascia con stato vaccinale noto riguarda persone non vaccinate. Complessivamente, oltre il 90% dei contagi si è verificato in persone non vaccinate, mentre quasi il 6% ha riguardato persone che avevano ricevuto una sola dose.
Il dato aiuta a capire dove si trova una delle principali sacche di suscettibilità. Una generazione cresciuta con una circolazione del morbillo molto più bassa rispetto al passato può aver avuto meno occasioni di esposizione naturale, mentre una parte delle persone non ha completato la protezione vaccinale.
Non è un caso che il Ministero abbia indicato proprio i giovani adulti non vaccinati tra i gruppi a cui rivolgere le attività di recupero.
Perché la seconda dose fa la differenza
Per il morbillo non basta guardare soltanto alla prima dose. Il parametro utilizzato per valutare la protezione della popolazione è la copertura con due dosi, perché il virus è estremamente contagioso.
L'Istituto Superiore di Sanità spiega che il morbillo ha un numero di riproduzione di base compreso tra 12 e 18: in condizioni favorevoli, una singola persona infetta può quindi trasmettere il virus a un numero molto elevato di persone suscettibili. La scheda epidemiologica dell'ISS sul morbillo ricorda inoltre che circa il 90% delle persone suscettibili esposte a un caso infetto può contrarre la malattia.
Il riferimento alla soglia del 95% nasce da qui. Per interrompere la trasmissione, l'Organizzazione mondiale della sanità indica una copertura molto elevata con due dosi nelle popolazioni target.
In Italia, però, nel 2024 nessuna Regione o Provincia autonoma raggiungeva il 95% per la seconda dose. Le coperture più basse erano quelle della Sicilia, con il 67,88%, della Campania, con il 71,89%, e della Provincia autonoma di Bolzano, con il 73,69%.
Il punto è che una copertura insufficiente non produce necessariamente un'ondata immediata. Crea piuttosto un terreno nel quale, quando il virus arriva o ricomincia a circolare, può trovare un numero sufficiente di persone suscettibili per alimentare nuovi focolai.
Il problema riguarda anche ospedali e operatori sanitari
C'è un altro numero che merita attenzione. Tra i 417 casi del 2026 per i quali era disponibile l'informazione sulla professione, 55 riguardavano operatori sanitari, pari al 13,2%.
Considerando soltanto i casi adulti con professione nota, la quota arriva al 19,2%. Per 45 di questi 55 operatori era disponibile anche lo stato vaccinale: 40 risultavano non vaccinati, cioè l'88,9%.
Il dato non dimostra automaticamente che il contagio sia avvenuto sul luogo di lavoro. Per stabilirlo servirebbe ricostruire, caso per caso, la catena epidemiologica. Tuttavia, la presenza del virus negli ambienti sanitari ha un significato particolare: un operatore infetto può entrare in contatto con pazienti, colleghi e familiari proprio mentre la malattia è trasmissibile.
Il Ministero raccomanda, quindi, di verificare lo stato immunitario degli operatori sanitari, offrire attivamente la vaccinazione e valutare, quando indicato, anche lo screening sierologico. Sono misure che puntano non soltanto a proteggere chi lavora nelle strutture, ma anche a ridurre la possibilità di trasmissione ai pazienti.
Cosa non raccontano questi numeri
Va detto che il quadro epidemiologico non autorizza a leggere ogni aumento come un peggioramento della gravità clinica del morbillo.
La percentuale di ricoveri riportata nella circolare è salita dal 49,5% nel 2024 al 56,3% nel 2025 e al 57,8% nel 2026. È un indicatore da seguire, ma da solo non dimostra che il virus stia provocando forme più severe rispetto agli anni precedenti.
Per arrivare a questa conclusione servirebbero informazioni più dettagliate: età dei pazienti, presenza di patologie concomitanti, tipo di complicanze, criteri utilizzati per il ricovero e caratteristiche dei singoli focolai.
Anche il 78,1% di aumento delle segnalazioni nei primi cinque mesi del 2026 rispetto al 2025 va interpretato correttamente: riguarda i 609 casi complessivi, quindi include possibili e probabili, non soltanto le diagnosi confermate. Sui casi confermati, il confronto è 472 contro 322.
Questa distinzione serve a evitare che una percentuale epidemiologica venga trasformata, nel passaggio dai dati alla comunicazione, in un'indicazione più forte di quella realmente sostenuta dalle evidenze.
Cosa cambia adesso per la prevenzione
La nuova fase richiede soprattutto di recuperare le persone rimaste senza una protezione completa. La circolare ministeriale indica diverse direttrici: sorveglianza più tempestiva, conferma di laboratorio dei casi sospetti, recupero vaccinale e interventi mirati sui gruppi maggiormente esposti.
Tra le indicazioni operative figurano:
- la segnalazione del caso sospetto attraverso il sistema PREMAL entro 24 ore;
- la raccolta precoce dei campioni biologici per confermare l'infezione e caratterizzare il virus;
- campagne di recupero rivolte in particolare ai giovani adulti non vaccinati o con ciclo incompleto;
- verifica dello stato immunitario e offerta vaccinale per gli operatori sanitari;
- attività di comunicazione e formazione rivolte sia alla popolazione sia ai professionisti sanitari.
La strategia, quindi, non consiste soltanto nel vaccinare di più. Significa anche individuare rapidamente i casi, ricostruire i contatti, riconoscere le aree nelle quali si concentrano le infezioni e chiudere le lacune immunitarie prima che un focolaio possa estendersi.
A conti fatti, il dato più significativo del 2026 non è soltanto il numero di casi. È il ritorno del morbillo in fasce d'età e territori nei quali esistono sacche di suscettibilità. Nei prossimi mesi saranno soprattutto l'andamento delle notifiche, la capacità di recuperare le seconde dosi e l'evoluzione dei focolai regionali a indicare se la risalita resterà circoscritta o proseguirà.
Fonti: