Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm del 25 marzo 2026, il Governo ha completato il percorso di regolamentazione dell’osteopatia in Italia, definendo criteri per il riconoscimento dei titoli pregressi e l’accesso agli elenchi speciali professionali.
Una decisione attesa da migliaia di operatori sanitari e scuole di formazione.
Il decreto chiude un percorso iniziato nel 2018
Per chi lavora nel settore era il tassello mancante: la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale n.117 del 22 maggio 2026 viene considerata, dentro la categoria, quasi un punto di arrivo simbolico.
Il provvedimento recepisce l’Accordo Stato-Regioni del 18 dicembre 2025 e stabilisce come valutare l’esperienza professionale degli osteopati già attivi prima dell’avvio del percorso universitario abilitante. In pratica: chi esercita da anni potrà ottenere il riconoscimento del proprio titolo e accedere agli elenchi speciali a esaurimento, passaggio necessario verso il futuro albo professionale.
L’iter normativo era iniziato con la legge Lorenzin, la Legge 3/2018, che all’articolo 7 ha riconosciuto ufficialmente la figura dell’osteopata come professione sanitaria autonoma. Poi il Dpr 131 del 2021 ha definito profilo professionale e competenze. Nel 2023 è arrivato l’ordinamento didattico universitario del corso di laurea in Osteopatia, classe L/SNT/4.
Ora il quadro è completo, o quasi.
Cosa cambia per gli osteopati già in attività
Il decreto distingue due percorsi differenti:
- il primo riguarda chi possiede un diploma in osteopatia ottenuto dopo un corso di almeno tre anni;
- il secondo interessa professionisti sanitari già laureati – fisioterapisti, infermieri, tecnici della riabilitazione – che hanno successivamente conseguito una formazione osteopatica.
Per il riconoscimento vengono richieste almeno 2.400 ore di formazione teorica e 1.000 ore di tirocinio pratico nel settore muscolo-scheletrico. Per i professionisti sanitari già abilitati, il monte ore teorico scende a 1.500.
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Il punto è che non tutti gli osteopati italiani provengono dagli stessi percorsi formativi. Negli ultimi vent’anni il settore è cresciuto in modo frammentato: scuole private, corsi esteri, modelli francesi, formazione britannica.
Va detto che il decreto prova a tenere insieme queste differenze senza cancellarle.
Per chi non raggiunge il minimo di tirocinio previsto, sarà possibile valorizzare l’esperienza lavorativa maturata sul campo. Serviranno però prove documentali precise: partita Iva, contratti, documentazione fiscale e attestazioni professionali.
Sei anni per ottenere l’abilitazione definitiva
L’iscrizione agli elenchi speciali non equivale automaticamente all’ingresso nell’albo degli osteopati. È una fase transitoria – e anche piuttosto rigorosa.
Gli iscritti avranno sei anni di tempo per sostenere un esame universitario di abilitazione presso gli atenei che attiveranno il corso di laurea in Osteopatia. Chi non completerà il percorso entro il termine previsto verrà cancellato dagli elenchi speciali.
Il decreto introduce, anche, misure compensative formative. Alcuni professionisti dovranno acquisire crediti in discipline come:
- medicina legale;
- etica sanitaria;
- radioprotezione;
- organizzazione del Servizio sanitario nazionale;
- primo soccorso.
Una scelta che riflette la trasformazione dell’osteopatia da professione “di fatto” a professione sanitaria pienamente regolamentata. Un passaggio che, per molti, ricorda quello vissuto anni fa dai fisioterapisti dopo la progressiva integrazione universitaria.
Dal 1° settembre 2026, inoltre, i corsi abilitanti potranno essere attivati soltanto dalle Università accreditate dal Mur. Le storiche scuole private non scompariranno dall’oggi al domani, però il loro ruolo cambierà radicalmente.
Le reazioni delle associazioni professionali
La pubblicazione del decreto è stata accolta con entusiasmo dal Registro Osteopati d’Italia.
“Oggi celebriamo un momento che resterà inciso nella storia della nostra professione – ha dichiarato Mauro Longobardi, presidente del Roi – la pubblicazione in Gazzetta rappresenta molto più di un passaggio legislativo”.
Longobardi ha ricordato anche una data precisa: il 12 giugno 2014. Quel giorno il Roi venne ricevuto in audizione presso la Commissione Sanità del Senato dalla senatrice Emilia De Biasi per discutere la necessità di regolamentare l’osteopatia come professione sanitaria autonoma.
A conti fatti, il percorso è durato oltre dodici anni.
Anche la Federazione nazionale degli Ordini Tsrm-Pstrp ha espresso soddisfazione. “Siamo pronti ad accogliere gli osteopati nei nostri Ordini”, ha commentato Diego Catania, presidente della Federazione.
Dietro queste dichiarazioni c’è anche un tema meno visibile ma molto concreto: l’integrazione dell’osteopatia nei percorsi multidisciplinari di prevenzione e riabilitazione. In molte strutture private italiane, soprattutto nel Nord Italia, osteopati e fisiatri collaborano già da anni nella gestione del dolore muscolo-scheletrico cronico e dei disturbi posturali.
Il dibattito scientifico resta aperto
La regolamentazione professionale non coincide automaticamente con una validazione scientifica assoluta di tutte le pratiche osteopatiche. Ed è qui che il dibattito rimane acceso.
Negli ultimi anni diverse revisioni sistematiche hanno analizzato l’efficacia dell’osteopatia in alcune condizioni cliniche, soprattutto lombalgia cronica e dolore muscolo-scheletrico. Una review pubblicata su BMJ Open ha evidenziato benefici moderati nel trattamento del mal di schiena cronico, pur sottolineando la necessità di studi metodologicamente più robusti.
Anche una meta-analisi pubblicata su PLOS ONE ha osservato risultati favorevoli in alcuni disturbi muscolo-scheletrici, ma con eterogeneità significativa tra gli studi disponibili.
Ciò non toglie che la domanda dei pazienti continui a crescere. Secondo dati europei citati dall’European Federation of Osteopaths, milioni di persone ricorrono ogni anno a trattamenti manuali osteopatici per dolore cervicale, lombalgia e problematiche funzionali.
La prossima sfida sarà l’integrazione nel Ssn
Il decreto sulle equipollenze chiude la fase legislativa, ma apre quella organizzativa. Ed è probabilmente la più complessa.
Bisognerà definire modalità di accesso agli Ordini, standard universitari omogenei, criteri di aggiornamento professionale e rapporti operativi con le altre professioni sanitarie. Sullo sfondo resta anche la questione dell’integrazione nel Servizio sanitario nazionale, oggi ancora limitata e molto variabile tra le Regioni.
In Lombardia alcune strutture territoriali hanno già sperimentato collaborazioni con osteopati in ambito riabilitativo. In Emilia-Romagna, invece, il confronto istituzionale procede con maggiore cautela. Piccoli segnali, ancora sparsi.
Per migliaia di professionisti italiani, però, qualcosa è cambiato davvero. Dopo anni di formazione parallela, norme transitorie e riconoscimenti incompleti, l’osteopatia entra ufficialmente nel perimetro delle professioni sanitarie italiane. Non senza discussioni, non senza resistenze, ma ormai dentro il sistema.
Fonti:
- Gazzetta Ufficiale –
- Bmj Journal – Efficacy and safety of osteopathic manipulative treatment: an overview of systematic reviews
- Plos One – Detection of Low-Level Mixed-Population Drug Resistance in Mycobacterium tuberculosis Using High Fidelity Amplicon Sequencing
- Osteopathy Europe – About Osteopathy