Per molti non riuscire più a sentire il profumo del caffè o la fragranza dei fiori in giardino è un segno dell'età o il rimasuglio di un'influenza.
Ma per chi si occupa di neurologia il declino dell'olfatto è un campanello d'allarme silenzioso che può precedere di decenni i tremori tipici della malattia di Parkinson.
Lo studio: tre gruppi a confronto
Il problema? Finora i test clinici non sono stati in grado di distinguere se quel "naso pigro" fosse dovuto al Parkinson o ad altre cause, come il post-COVID o il normale invecchiamento.
Una nuova ricerca sembra però aver trovato il punto focale non nella quantità di odori che sentiamo, ma nel modo unico in cui il cervello dei pazienti li interpreta.
Per testare questa ipotesi i ricercatori hanno coinvolto tre squadre di partecipanti:
- 33 persone con Parkinson (prevalentemente allo stadio II);
- 33 controlli sani della stessa età;
- 28 individui con disfunzione olfattiva causata da altri fattori (non legati al Parkinson).
I risultati dei test tradizionali hanno confermato il limite noto: sia i pazienti con Parkinson che quelli con altre patologie olfattive fallivano allo stesso modo nell'identificare gli odori.
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Ma quando gli scienziati hanno analizzato l'impronta percettiva, ossia come un individuo descrive la relazione tra diversi odori e come reagisce fisicamente ad essi, la musica è cambiata.
Il paradosso dell'annusare
Il dato più sorprendente è emerso osservando il la modalità con la quale si annusa.
Di norma, il nostro corpo è programmato per proteggersi: se sentiamo un odore sgradevole, la durate dell’annusamento si accorcia istintivamente per inalarne il meno possibile.
Ecco una sintesi:
- i soggetti sani riducono l'annusata del 12,5%;
- chi ha una perdita olfattiva non legata al Parkinson la riduce dell'11,36%;
- i pazienti con Parkinson, paradossalmente, la aumentano dell'1,69%.
Un "cortocircuito" tra percezione e azione che suggerisce che nel Parkinson non si perde solo l'olfatto, ma cambia radicalmente il modo in cui il cervello elabora le informazioni sensoriali.
Utilizzando algoritmi di apprendimento automatico (support vector machine, SVM), i ricercatori hanno dimostrato che queste impronte percettive possono identificare il Parkinson con un'accuratezza dell'88%, che sale a un incredibile 94% se si bilanciano perfettamente i gruppi per età e sesso.
Una nuova ipotesi: la causa nel naso?
La ricerca apre una porta su una teoria affascinante e speculativa: sebbene si sia sempre pensato che il Parkinson danneggi i centri dell'olfatto, potrebbe essere vero il contrario?
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I ricercatori ipotizzano che un'alterazione della respirazione nasale e dell'annusata possa creare una sorta di "auto-privazione olfattiva".
Poiché il bulbo olfattivo è strettamente collegato alle aree del cervello che producono dopamina (come la substantia nigra), la mancanza di stimoli potrebbe contribuire alla degenerazione neurale.
Conclusioni e prospettive
Nonostante alcune limitazioni, come la necessità di testare il modello su altre malattie neurodegenerative e una prevalenza maschile nel campione, lo studio segna una svolta.
Non siamo di fronte a una semplice perdita di performance, ma a un cambiamento sistematico della percezione; una scoperta che potrebbe trasformare un test olfattivo in uno strumento diagnostico precoce e specifico, fondamentale in un'epoca in cui la scienza corre verso terapie in grado di rallentare la progressione della malattia.
Fonti:
medRxiv - The World Smells Different in Parkinson’s Disease