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Parkinson

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale
Neurologia
Parkinson

Cos’è il morbo di Parkinson

Il Parkinson, o morbo di Parkinson, è una malattia degenerativa che colpisce la capacità del cervello di coordinare i movimenti del corpo, incluso il camminare, il parlare e lo scrivere, il controllo dei movimenti e dell'equilibrio.

I sintomi iniziano gradualmente, a volte a partire da un tremore appena evidente in una sola mano; i tremori sono comuni, ma il disturbo provoca anche comunemente rigidità o rallentamento dei movimenti.

Il nome del disturbo è legato a James Parkinson, un farmacista e chirurgo della Londra del XIX secolo, il quale descrisse per primo la maggior parte dei sintomi di questa malattia in uno scritto noto come “Trattato sulla paralisi agitante”.

Quando i sintomi del morbo di Parkinson si presentano nelle persone tra i 21 e i 40 anni di età, si parla di morbo di Parkinson giovanile.

Se si diagnostica il morbo prima dei 18 anni di età, si parla di morbo di Parkinson infantile, ma si tratta di una condizione estremamente rara.

Sintomi del Parkinson

I sintomi del morbo di Parkinson tendono a comparire lentamente e a svilupparsi nel tempo, spesso senza seguire un ordine preciso. All’inizio possono essere così lievi da passare inosservati, per poi diventare via via più evidenti.

Ogni persona può manifestare il Parkinson in modo diverso, ma esistono alcuni segnali tipici che ricorrono più frequentemente. Tra i principali sintomi del Parkinson troviamo:
  • lentezza nei movimenti (bradicinesia): i movimenti diventano più lenti e difficoltosi, soprattutto nelle fasi iniziali dell’azione. Anche gesti semplici, come iniziare a camminare o alzarsi da una sedia, possono richiedere più tempo e sforzo. Spesso questo sintomo viene confuso con il normale invecchiamento, ritardando la diagnosi;
  • tremore: è uno dei segnali più riconoscibili e spesso inizia in una sola mano o in un braccio. Compare soprattutto a riposo e tende a ridursi durante il movimento. Può accentuarsi in condizioni di stress o ansia. È importante sapere che il tremore non è sempre sinonimo di Parkinson: può essere presente anche in altre condizioni, come il tremore essenziale;
  • rigidità muscolare: i muscoli possono risultare tesi e meno elastici, rendendo difficili i movimenti quotidiani. Attività semplici come girarsi nel letto, vestirsi o compiere movimenti fini con le mani possono diventare più complicate. Anche l’espressività del viso e il linguaggio del corpo possono risultare ridotti;
  • fenomeno del Freezing: ovvero la sensazione che i piedi siano incollati al pavimento, tipico negli spazi stretti o durante i cambi di direzione.
Accanto a questi sintomi motori, esistono anche diversi sintomi non motori del Parkinson, spesso sottovalutati ma molto importanti:
  • depressione e ansia;
  • perdita dell’olfatto (anosmia);
  • disturbi del sonno, come l’insonnia;
  • difficoltà di memoria (amnesia);
  • disturbo del comportamento del sonno REM, caratterizzato dall'animazione dei sogni (urla, movimenti bruschi), che spesso precede i sintomi motori anche di oltre 10 anni.
Nelle fasi più avanzate della malattia possono comparire anche problemi cognitivi e comportamentali, talvolta simili a quelli della Alzheimer, con possibile sviluppo di demenza.

È importante, infine, non confondere il Parkinson con il parkinsonismo vascolare: mentre il primo è una forma primaria della malattia, il secondo è causato da problemi circolatori a livello cerebrale e rientra tra le forme secondarie.

Cause del morbo di Parkinson

La causa del morbo di Parkinson dipende da una perdita di cellule nervose nella parte del cervello chiamata Substantia Nigra pars compacta (SNc).

Le cellule nervose in questa parte del cervello sono responsabili della produzione di una sostanza chimica, la dopamina, che funge da messaggera tra il cervello e il sistema nervoso e aiuta a controllare e coordinare i movimenti del corpo.

Se queste cellule nervose si danneggiano o muoiono, la quantità di dopamina nel cervello si riduce: ciò provoca un malfunzionamento della parte del cervello che controlla il movimento, il quale, di conseguenza, diventa lento e anomalo.

La perdita di cellule nervose è lenta: il livello di dopamina nel cervello, infatti, diminuisce nel tempo. La letteratura scientifica (studi PET/SPECT) conferma che i sintomi motori compaiono quando la perdita dei neuroni dopaminergici nella SNc è circa del 50-60%, con una conseguente riduzione della dopamina striatale del 70/80%.

Non si conosce il motivo del collegamento tra la perdita delle cellule nervose e il morbo. La ricerca sull’identificazione delle potenziali cause è in corso.

Si ritiene, infatti, che il Parkinson sia una malattia multifattoriale, dovuta all’interazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali.

Tra i principali fattori di rischio riconosciuti rientra anche l’età: la probabilità di sviluppare la malattia aumenta significativamente con l’avanzare degli anni, motivo per cui il Parkinson è più comune dopo i 60 anni, anche se esistono forme giovanili più rare.

Ecco però alcuni fattori determinanti nello sviluppo del morbo di Parkinson:
  • geni: alcune ricerche hanno mostrato che la malattia tende a essere ricorrente in famiglia. L’esatto ruolo che i geni giocano nelle cause della malattia è sconosciuto. Gli studi dimostrano che c’è un collegamento fra il numero di diversi geni e lo sviluppo del morbo di Parkinson, infatti essere possessori di questi geni rende più soggetti e più vulnerabili allo sviluppo della patologia. Tuttavia, possedere tali geni non significa necessariamente che la malattia compaia;
  • fattori ambientali: altre ricerche si sono indirizzate verso il ruolo che particolari fattori ambientali possano giocare nel causare la malattia. In particolare l’esposizione prolungata ad alcuni tipi di pesticidi o ad altre sostanze potenzialmente tossiche sembra avere effetto sulla distruzione di cellule cerebrali. Questo potrebbe portare allo sviluppo del Parkinson in età avanzata. La maggior parte dei ricercatori ritiene però che il rischio sia molto basso;
  • i corpi di Lewy: le ricerche più recenti e più avanzate si stanno focalizzando sulla presenza dei cosiddetti corpi di Lewy. I corpi di Lewy sono degli aggregati proteici anormali, sembrano dei piccoli ciuffi, che si sviluppano all’interno delle cellule nervose. Alla loro presenza è associata una forma di demenza, detta demenza di Lewy, simile al morbo di Alzheimer.
I ricercatori ritengono che sia particolarmente importante, per lo sviluppo del Parkinson, il ruolo dell’alfa-sinucleina, una proteina naturale molto diffusa nei corpi di Lewy. Anche se ancora non ha prodotto risultati apprezzabili, questa ricerca rappresenta oggi la punta più avanzata degli esperimenti sul parkinsonismo.

Soggetti colpiti dal Parkinson

Si stima che circa 1 persona su 500 sia affetta dal morbo di Parkinson. La maggior parte dei pazienti inizia a sviluppare i sintomi dopo i 50 anni, nonostante circa 1 malato su 20 manifesti i sintomi iniziali prima dei 40 anni; in tal caso il Parkinson è definito giovanile.

Sembra che questa condizione affligga maggiormente gli uomini.

Strutture coinvolte nel morbo di Parkinson

Le strutture coinvolte nella malattia di Parkinson si trovano in aree profonde del cervello (i gangli della base) responsabili di diverse azioni, tra cui la partecipazione alla corretta esecuzione dei movimenti.

Il morbo di Parkinson è causato dalla perdita di cellule nervose (neuroni) nella parte del cervello chiamata Substantia Nigra pars compacta (sostanza nera). All'esordio dei sintomi, la perdita cellulare è di oltre il 50-60%.

Questa degenerazione neuronale comporta una consistente diminuzione dei livelli di dopamina nel cervello. Poiché la dopamina svolge un ruolo fondamentale nella regolazione del movimento del corpo, questa diminuzione è responsabile di molti dei sintomi del morbo.

Inoltre, dal midollo al cervello si assiste alla comparsa di accumuli di una proteina nota come alfa-sinucleina. Sembra trattarsi della proteina che diffonde la malattia in tutto il cervello.

La durata della fase preclinica (periodo di tempo che intercorre tra l'inizio della degenerazione neuronale e l'esordio dei sintomi motori) non è nota, ma alcuni studi suggeriscono che sia pari a circa 5 anni.

In questa fase preclinica possono comparire anche alcuni sintomi non motori, come perdita dell’olfatto, disturbi del sonno e cambiamenti dell’umore, che spesso precedono di anni l’insorgenza dei sintomi motori.

Terapia per il Parkinson

Non esiste attualmente alcun tipo di cura per il morbo di Parkinson. Sono però disponibili diversi trattamenti che permettono di ridurre i principali sintomi e di mantenere la qualità della vita il più a lungo possibile e che includono:
  • trattamenti supportivi, come la fisioterapia e la terapia occupazionale;
  • farmaci specifici: tra i principali ci sono la levodopa, gli agonisti dopaminergici e gli inibitori delle MAO-B, che aiutano a migliorare la funzione motoria e a ridurre tremori e rigidità;
  • chirurgia del cervello, ma solamente in alcuni casi;
  • in particolare, la stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation) può essere indicata per pazienti selezionati con sintomi resistenti ai farmaci.
Durante le prime fasi della malattia, potrebbe non risultare necessario alcun trattamento, poiché i sintomi sono solitamente lievi. Si consiglia comunque di monitorare regolarmente la condizione rivolgendosi ad uno specialista, in modo da personalizzare la terapia secondo l’evoluzione dei sintomi e le esigenze del paziente.

Riabilitazione dal morbo di Parkinson

Poiché chi è affetto da morbo di Parkinson tende a una vita più sedentaria, spesso compromettendo le normali attività quotidiane, l’attività riabilitativa ha l’obiettivo di recuperare autonomia e funzionalità motorie. In questa fase, le capacità del paziente non sono completamente compromesse, ma la continuità e la fluidità dei movimenti risultano ridotte.

Anche se mancano dati certi sulla quantità ottimale di fisioterapia, il trattamento riabilitativo si è dimostrato fondamentale per migliorare la qualità della vita e ridurre la necessità di incrementare il dosaggio farmacologico.

Il percorso fisioterapico viene generalmente effettuato in regime di ricovero ospedaliero, con una durata complessiva di circa 50 ore, suddivise in sedute giornaliere di una o due ore.

Gli esercizi seguono livelli di impegno graduali e mirano sia a migliorare le attività quotidiane – come scrivere, muoversi a letto, sedersi e alzarsi da una poltrona, o usare utensili – sia a potenziare le funzionalità motorie, spesso con l’ausilio di strumenti specifici.

Tra i dispositivi più utilizzati c’è il tapis roulant, che favorisce movimenti armonici e di lunghezza costante. Gli esercizi sono guidati dal fisioterapista e supportati da stimoli visivi e vocali, detti cues, che aiutano il paziente a correggere i movimenti.

Oltre alla fisioterapia, percorsi complementari come la logopedia e la terapia occupazionale possono essere integrati, per migliorare linguaggio, deglutizione ed equilibrio, riducendo il rischio di cadute e potenziando l’autonomia.

Questo protocollo riabilitativo si è dimostrato efficace nel rallentare l’evoluzione della malattia e nel ridurre la necessità di aumentare il dosaggio dei farmaci, contribuendo a mantenere una migliore qualità della vita per il paziente.

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