Collo rigido al risveglio, schiena che tira, ginocchia che protestano alle prime scale. Con l’arrivo della stagione fredda molte persone riconoscono questi segnali e li attribuiscono al calo delle temperature.
Uno dei più ampi studi condotti su persone con dolore cronico, però, ha trovato un altro indiziato: non il termometro, ma l’umidità dell’aria. Gli effetti sono modesti e il quadro è ancora dibattuto, ma vale la pena capire perché.
Un sospetto vecchio di oltre duemila anni
Il legame tra meteo e sintomi nelle malattie croniche viene ipotizzato fin dai tempi di Ippocrate, e circa tre persone su quattro con artrite ritengono che il proprio dolore ne sia influenzato.
Si tratta, però, di una convinzione, non di una misura. Per verificarla servivano dati raccolti ogni giorno, su moltissime persone e per molti mesi.
Cosa ha misurato lo studio di Manchester
Li ha raccolti il progetto “Cloudy with a Chance of Pain”, dell’Università di Manchester, pubblicato nel 2019 su npj Digital Medicine. I partecipanti registravano ogni giorno il dolore tramite un’app, mentre il GPS dello smartphone permetteva di associare i sintomi al meteo del luogo in cui si trovavano. L’analisi finale ha riguardato i dati di 2.658 persone, raccolti nell’arco di 15 mesi.
Il risultato è meno intuitivo di quanto si creda. Un’umidità più alta, una pressione atmosferica più bassa e un vento più forte risultavano associati a una maggiore probabilità di episodi di forte aumento del dolore. La temperatura, invece, non mostrava un’associazione significativa, e lo stesso valeva per la pioggia.
L’umidità era il fattore più rilevante: ogni aumento di 10 punti percentuali si accompagnava a possibilità di un episodio di forte aumento del dolore più alte di circa il 14%. Gli effetti restano però contenuti: anche la peggiore combinazione di condizioni aumentava le possibilità di poco più del 20% rispetto a una giornata media.
Umidità e pressione restavano associate al dolore anche tenendo conto di umore e attività fisica; per il vento, invece, l’associazione non risultava più significativa.
I limiti vanno detti: il campione era composto per l’83% da donne, in prevalenza con artrite, e residenti nel Regno Unito. I sintomi erano inoltre autoriferiti, quindi i risultati non si estendono automaticamente a tutti.
Ma non tutti gli studi concordano
Il quadro resta infatti dibattuto. Un’analisi pubblicata sul BMJ da ricercatori di Harvard ha incrociato i dati sulle piogge con oltre 11,6 milioni di visite ambulatoriali di beneficiari Medicare negli Stati Uniti, senza trovare alcuna relazione significativa tra giorni di pioggia e visite per dolore articolare o alla schiena.
Anche questo studio ha limiti: si basa su dati amministrativi e non misura l’intensità del dolore. Il risultato non esclude un effetto, ma ridimensiona l’idea di un legame semplice e universale.
Umore, abitudini e posture: cosa si sa
Nei dati di Manchester un umore basso era fortemente associato agli episodi di dolore, indipendentemente dal meteo. Si tratta di un’associazione, non di un rapporto di causa ed effetto: il dolore può peggiorare l’umore tanto quanto il contrario.
Altri meccanismi spesso citati per l’inverno, come muscoli più rigidi e posture di difesa dal freddo, sono ipotesi plausibili, ma lo studio non li ha misurati. L’attività fisica sì, ma non mostrava un’associazione significativa con gli episodi di dolore.
Cosa può aiutare, secondo le revisioni
Il movimento. Una panoramica Cochrane ha analizzato 21 revisioni, con 381 studi e 37.143 partecipanti. Sono emersi effetti favorevoli, in genere da piccoli a moderati, su intensità del dolore e funzione fisica, anche se non uniformi e con prove di qualità bassa. Gli eventi avversi risultavano rari, anche se solo un quarto degli studi li riportava. Le conclusioni riguardano persone con dolore cronico di diverse condizioni, come artrosi, lombalgia e fibromialgia, e non la rigidità stagionale.
Il calore. Per il mal di schiena di durata inferiore ai tre mesi, una revisione Cochrane del 2006 ha trovato prove di livello moderato che le fasce termiche riducano dolore e disabilità, ma solo per breve tempo e con un effetto piccolo. L’aggiunta di esercizio sembra offrire un beneficio ulteriore. Per il freddo, invece, le prove sono insufficienti.
Il calore va usato con prudenza. Le indicazioni per la schiena prevedono di non riempire troppo la borsa dell’acqua calda, di non usare mai acqua bollente e di avvolgerla in un asciugamano o in una fodera prima di appoggiarla. Gli impacchi caldi non vanno posti direttamente sulla pelle esposta, perché possono causare ustioni da contatto, soprattutto in bambini e anziani. Le ustioni possono formarsi gradualmente e molte persone non avvertono il danno finché è tardi.
Mal di schiena: quando rivolgersi al medico
Un fastidio stagionale non va confuso con un segnale d’allarme. Il Manuale MSD indica di consultare subito il medico se il mal di schiena si accompagna a intorpidimento, debolezza di una o entrambe le gambe, problemi a urinare o a defecare, febbre, stordimento o svenimento, oppure grave dolore addominale.
Il medico va consultato entro un giorno in caso di precedenti di tumore, perdita di peso o dolore intenso di notte. Se il dolore non è grave e non compaiono segnali d’allarme, si possono attendere alcuni giorni prima di andare dal medico.
Fonti
- PubMed - Association between rainfall and diagnoses of joint or back pain: retrospective claims analysis
- npj Digital Medicine - How the weather affects the pain of citizen scientists using a smartphone app