Settembre porta con sé la fine delle vacanze e, per molti, un disagio più concreto di una semplice nostalgia. Secondo dati raccolti dalla stampa economica in questi giorni, la maggior parte dei terapeuti italiani segnala un aumento delle richieste di supporto proprio nelle settimane successive al rientro, con le difficoltà relazionali e i cambiamenti di vita che sembrerebbero pesare più del semplice carico di lavoro.
Un'indagine più ampia condotta da Unobravo, piattaforma di psicologia online, in collaborazione con Dynata su un campione rappresentativo della popolazione tra i 20 e i 55 anni, permette di guardare più da vicino questo fenomeno con dati verificabili.
Cosa emerge dai dati
Settembre viene associato a sentimenti di tristezza o malinconia dal 36% degli intervistati. L'ansia colpisce soprattutto i più giovani: il 40% di chi ha tra 20 e 24 anni la sperimenta proprio in questo periodo.
Circa un intervistato su quattro (25%) descrive il rientro come una ripresa "da dove si era lasciato", ma accompagnata da una certa pressione, percezione che sale al 30% tra i 20-24enni.
Tra chi vive il rientro con più difficoltà, il senso di essere "intrappolati" in un ciclo di aspettative e performance riguarda l'86% dei giovani tra i 20 e i 34 anni, contro percentuali più basse nelle fasce d'età successive.
Non solo stanchezza: il bisogno di supporto psicologico
Tra chi ha già cercato o preso in considerazione un aiuto psicologico per affrontare il rientro, le esigenze più citate riguardano strumenti per gestire stress e ansia (43%), motivazione e struttura per ripartire (32%), uno spazio per riflettere e riconnettersi con sé stessi (23%).
Un dato interessante riguarda anche la dimensione identitaria: oltre un terzo degli intervistati (37%) dichiara di sentire il bisogno di ricostruire parti di sé dopo l'estate, con percentuali più alte tra i più giovani.
Sindrome da rientro: di cosa si tratta
Il fenomeno ha un nome informale, "sindrome da rientro" o post-vacation blues, ma non compare come categoria autonoma nel DSM-5-TR, il manuale diagnostico dell'American Psychiatric Association.
Uno studio del 1987 la descrive come una reazione di adattamento al cambio di ritmo, non come un'entità clinica a sé stante. I sintomi più frequenti si dividono in tre aree: emotivi (tristezza, irritabilità, ansia legata agli impegni arretrati), cognitivi (difficoltà di concentrazione, rallentamento nelle decisioni, ruminazione) e fisici (stanchezza persistente, cefalea, disturbi del sonno o digestivi).
Una metanalisi del 2009 ha inoltre osservato che i benefici delle vacanze sul benessere, per quanto reali, tendono a esaurirsi rapidamente una volta ripresa la routine lavorativa.
Quanto dura e quando preoccuparsi
Nella maggior parte dei casi il disagio si esaurisce da solo: il picco si concentra nelle prime 48-72 ore, con un miglioramento progressivo entro due o tre settimane.
Diventa invece un segnale da non sottovalutare quando i sintomi persistono oltre tre o quattro settimane, quando il tono dell'umore resta stabilmente basso, quando compromette in modo marcato il funzionamento quotidiano o quando peggiora le relazioni personali. In questi casi il rientro può aver reso visibile un disagio già presente prima delle ferie, che merita un'attenzione clinica mirata.
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Come affrontare la transizione
Alcuni accorgimenti pratici possono ridurre l'impatto del cambio di ritmo: riavvicinare gradualmente gli orari di sonno e i pasti negli ultimi giorni di vacanza, prevedere un giorno "cuscinetto" prima di riprendere gli impegni, distribuire il carico di lavoro partendo dalle attività più semplici e mantenere piccoli spazi di piacere nella settimana.
Tecniche di respirazione, mindfulness e scrittura dei propri pensieri vengono indicate come utili per contenere ansia e ruminazione. Quando il disagio non si allenta, rivolgersi a un professionista resta lo strumento più indicato per comprendere cosa il rientro sta effettivamente mettendo in luce.
Fonti