L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) segnala che appena il 9% dei Paesi ha completato il passaggio dagli ospedali psichiatrici all’assistenza di comunità. Il dato, pubblicato nel settembre 2025 nel Mental Health Atlas 2024, fotografa i ritardi dei sistemi sanitari nel garantire cure accessibili, continuative e vicine alla vita quotidiana delle persone.
Salute mentale, la riforma dei servizi procede a rilento
La trasformazione dell’assistenza psichiatrica resta incompiuta in gran parte del mondo. Secondo il Mental Health Atlas 2024 dell’OMS, che raccoglie informazioni da 144 Paesi, soltanto una minoranza ha portato a termine la transizione verso modelli basati sui servizi territoriali. Il 53% si trova ancora nelle fasi iniziali della riforma, con posti letto e servizi concentrati prevalentemente negli ospedali psichiatrici.
Completare la transizione non significa semplicemente chiudere una struttura ospedaliera, significa costruire una rete alternativa, capace di garantire assistenza ambulatoriale, riabilitazione, sostegno sociale e continuità terapeutica.
Potrebbe interessarti anche:
- Un italiano su 10 parla di ansia e stress con l’AI: cosa sappiamo sui rischi
- Tuo figlio passa ore sullo smartphone? I veri effetti degli schermi
- Quando i genitori giocano d’azzardo: ecco cosa può succedere ai figli
Senza servizi territoriali adeguati, ridurre il ricorso agli ospedali rischia di lasciare le persone e le loro famiglie senza risposte sufficienti.
Cosa significa passare dall'ospedale ai servizi di comunità
L'assistenza territoriale prevede che una persona possa ricevere cure senza dover dipendere esclusivamente dal ricovero. Centri di salute mentale, équipe multidisciplinari, servizi domiciliari e strutture riabilitative possono offrire percorsi più vicini alle esigenze individuali, mantenendo i legami con la famiglia e con la comunità.
Non si tratta di sostituire ogni ricovero con un intervento ambulatoriale. Le crisi acute possono richiedere un'assistenza ospedaliera specialistica. La differenza sta nella possibilità di proseguire il trattamento anche dopo la dimissione, evitando interruzioni e favorendo il recupero dell'autonomia.
La transizione richiede, quindi, personale qualificato, finanziamenti stabili e collaborazione tra sanità e servizi sociali. Se manca anche uno solo di questi elementi, la rete rischia di esistere soltanto sulla carta.
Risorse insufficienti e personale: i nodi da risolvere
Le difficoltà emergono anche dai finanziamenti: nel rapporto, l'OMS rileva che la quota mediana dei bilanci sanitari pubblici destinata alla salute mentale è ferma al 2%, senza progressi rispetto al 2017.
Le differenze economiche sono marcate: nei Paesi ad alto reddito la spesa pubblica può arrivare a 65 dollari pro capite, mentre in quelli a basso reddito scende a 0,04 dollari. Anche il personale è insufficiente: la mediana globale è di appena 13 operatori della salute mentale ogni 100.000 abitanti.
Questi numeri, riportati nel comunicato ufficiale dell'OMS del 2 settembre 2025, aiutano a comprendere perché la riforma proceda a velocità diverse. Aprire un servizio territoriale, infatti, non basta: occorre renderlo accessibile, dotarlo di professionisti e garantirne il funzionamento nel tempo.
A risentirne sono soprattutto le persone che vivono in aree con pochi servizi o che non possono sostenere i costi delle cure private. Per loro, una rete pubblica frammentata può tradursi in attese lunghe, difficoltà nel ricevere una diagnosi e interruzioni dei percorsi terapeutici.
Non basta ridurre i ricoveri: il rischio di lasciare le famiglie sole
La trasformazione dell'assistenza pone una questione concreta: che cosa succede quando una persona esce dall'ospedale e non trova un servizio pronto ad accoglierla?
Senza un adeguato sostegno territoriale, una parte del carico assistenziale può trasferirsi sulle famiglie, spesso prive di formazione e supporto. La continuità delle cure diventa allora più difficile, soprattutto quando sono necessari interventi psicologici, farmacologici e riabilitativi coordinati.
Un ulteriore indicatore riguarda l'integrazione della salute mentale nell'assistenza primaria. Secondo l'OMS, il 71% dei Paesi soddisfa almeno tre dei cinque criteri utilizzati per valutare questa integrazione. È un segnale di avanzamento, ma non dimostra che tutte le persone riescano effettivamente ad accedere alle cure.
Il rapporto World Mental Health Today: Latest Data, pubblicato nel 2025, stima inoltre che oltre un miliardo di persone viva con un disturbo mentale. Il bisogno di assistenza è quindi molto ampio, mentre le risorse disponibili rimangono diseguali.
La critica: il modello territoriale non è una soluzione automatica
La direzione indicata dall'OMS non elimina le difficoltà organizzative. I servizi di comunità funzionano se sono adeguatamente finanziati, distribuiti sul territorio e collegati agli ospedali. In caso contrario, il rischio è sostituire un modello insufficiente con un altro altrettanto fragile.
Esiste anche una questione di diritti: nel Mental Health Atlas 2024, soltanto il 45% dei Paesi valutati dispone di leggi sulla salute mentale pienamente conformi agli standard internazionali sui diritti umani. La riforma, pertanto, non riguarda soltanto dove vengono curate le persone, ma anche come vengono tutelate la loro dignità e la loro autonomia.
Va detto che i dati dell'OMS descrivono sistemi sanitari molto diversi tra loro e non consentono di considerare ogni Paese allo stesso livello di partenza. Tuttavia, la distanza tra gli obiettivi dichiarati e i risultati raggiunti rimane ampia.
La prospettiva futura dipenderà dalla capacità dei governi di trasformare le strategie in servizi effettivamente disponibili: più personale, investimenti continuativi, assistenza primaria integrata e percorsi che accompagnino le persone anche dopo il ricovero. È su questa capacità concreta, più che sulle dichiarazioni d'intenti, che si misureranno i progressi della salute mentale globale.
Fonti: