Virus Shamonda in Campania: cosa sappiamo su latte e mozzarella

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 01 Ottobre, 2026

Dei vitelli

La presenza del virus Shamonda in alcuni campioni prelevati da bovini e bufali della provincia di Salerno ha acceso l’attenzione della sanità veterinaria campana. La questione riguarda da vicino un territorio nel quale l’allevamento bufalino rappresenta una componente importante del sistema produttivo, ma i dati disponibili non giustificano, al momento, un allarme per la salute dei consumatori. Shamonda non si comporta infatti come un virus respiratorio che passa facilmente da un animale all’altro attraverso il normale contatto: la sua diffusione avviene principalmente attraverso piccoli insetti che si nutrono di sangue.

La situazione salernitana si inserisce inoltre in un quadro europeo più ampio. Nel corso del 2026 sono stati segnalati nel continente virus Shamonda o agenti molto simili e la loro presenza è oggetto di una sorveglianza crescente. Alla data della notizia restavano però da chiarire diversi aspetti relativi ai campioni individuati in Campania, dal numero effettivo delle positività agli allevamenti coinvolti e alle eventuali manifestazioni cliniche osservate negli animali.

Cos’è il virus Shamonda

Shamonda, conosciuto anche attraverso la sigla SHAV, è un virus a RNA appartenente al genere degli Orthobunyavirus e al sierogruppo Simbu. Può colpire principalmente i ruminanti, tra cui bovini, bufali, ovini e caprini.

Non si tratta di un virus appena comparso e fu isolato per la prima volta in Nigeria negli anni Sessanta e successivamente identificato anche in Asia, in particolare in Giappone. La sua presenza in Europa è rimasta per lungo tempo molto più limitata e il virus è stato studiato soprattutto in ambito veterinario e virologico.

È importante non confonderlo con il virus di Schmallenberg, individuato per la prima volta in Germania nel 2011 e poi diffusosi in diversi Paesi europei. I due agenti infettivi appartengono allo stesso gruppo e sono geneticamente correlati, ma non rappresentano lo stesso virus.

Nel 2026 il Friedrich-Loeffler-Institut, istituto federale tedesco per la salute animale, ha inoltre segnalato nei bovini un nuovo Orthobunyavirus definito “Shamonda-like”. Le caratteristiche delle varianti recentemente osservate in Europa, la loro distribuzione e le possibili conseguenze sulle gravidanze degli animali sono ancora oggetto di studio.

Come arriva da un animale all’altro

I principali responsabili della trasmissione sono i Culicoides, minuscoli insetti pungenti che si nutrono del sangue degli animali. Un insetto che punge un ruminante infetto può acquisire il virus e successivamente trasmetterlo a un altro animale.

Sono organismi molto piccoli e difficili da individuare, la cui diffusione è influenzata da fattori ambientali come temperatura, umidità, precipitazioni, ristagni d’acqua e presenza di materiale organico nelle vicinanze degli allevamenti. Periodi caldi più lunghi possono inoltre prolungare la stagione durante la quale questi insetti restano attivi, aumentando di conseguenza il periodo nel quale i virus veicolati dai Culicoides possono circolare.

In base alle informazioni disponibili, non emergono invece prove di una trasmissione significativa attraverso il semplice contatto diretto tra bovini o bufali. Una modalità diversa e particolarmente importante è però la trasmissione verticale, cioè il passaggio del virus dalla madre al feto durante la gravidanza.

Per questo motivo il controllo di Shamonda non può limitarsi alla separazione degli animali risultati positivi. La sorveglianza deve comprendere anche il monitoraggio degli insetti vettori e la gestione delle condizioni ambientali che ne favoriscono la proliferazione.

Febbre e calo del latte, ma molti animali possono non avere sintomi

L’infezione negli animali adulti può anche passare inosservata. Quando compaiono manifestazioni cliniche, tra quelle descritte figurano febbre, debolezza, riduzione dell’appetito, diarrea e diminuzione della produzione di latte.

Nella maggior parte dei casi conosciuti gli animali adulti tendono a recuperare, anche se restano da definire con maggiore precisione gli effetti delle varianti recentemente individuate in Europa e il loro possibile impatto sulla produttività degli allevamenti nel medio periodo.

La principale preoccupazione riguarda invece le femmine gravide. Se l’infezione si verifica in una fase sensibile della gestazione, il virus può superare la placenta e raggiungere il feto, interferendo soprattutto con lo sviluppo del sistema nervoso e dell’apparato muscolo-scheletrico.

In Giappone, tra il 2015 e il 2016, l’infezione intrauterina da virus Shamonda è stata associata a 15 vitelli nati con malformazioni, principalmente di tipo neurologico e articolare.


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Questo dato non significa, però, che ogni animale positivo durante la gravidanza sia destinato ad abortire o a partorire un vitello con anomalie. Gli effetti possono dipendere dal momento in cui avviene l’infezione, dalle caratteristiche del virus, dalla quantità di agente infettivo e dalla risposta immunitaria dell’animale.

Per questo gli allevatori vengono invitati a prestare particolare attenzione ad aborti, nati morti e malformazioni congenite, così da consentire ai servizi veterinari di effettuare tempestivamente gli accertamenti necessari.

Latte e mozzarella possono trasmettere Shamonda?

È il punto più delicato per i consumatori, soprattutto considerando il peso della filiera bufalina in Campania. Ma la presenza di un virus in un animale non significa automaticamente che gli alimenti ottenuti da quell’animale rappresentino una fonte di contagio.

Secondo le conoscenze disponibili, non sono stati documentati casi di malattia nell’uomo causati dal virus Shamonda. Allo stesso modo non risultano evidenze di trasmissione alle persone attraverso latte, mozzarella o carne.

Una scheda tecnica pubblicata nell’agosto 2026 dal Friedrich-Loeffler-Institut riporta che non esistono evidenze di malattia clinica nell’essere umano. Anche le analisi dedicate alla recente comparsa del virus in Europa non lo considerano, allo stato attuale delle conoscenze, un importante agente zoonotico.

Questo non elimina la necessità di studiare attentamente i casi rilevati nel Salernitano. È importante stabilire quale materiale biologico sia risultato positivo, quali metodiche diagnostiche siano state utilizzate e in quali circostanze siano stati effettuati i prelievi. Ma, sulla base delle informazioni disponibili, non ci sono elementi per collegare le positività animali a un rischio dimostrato derivante dal consumo di mozzarella, latte o carne.

Perché le femmine gravide sono sorvegliate con maggiore attenzione

Il rischio più concreto legato a Shamonda riguarda quindi la salute animale e, in particolare, la riproduzione.

Una femmina adulta può contrarre l’infezione senza sviluppare una forma grave, mentre l’eventuale passaggio del virus al feto può avere conseguenze molto più rilevanti. Per questo la sorveglianza negli allevamenti deve concentrarsi anche sulla presenza di aborti, malformazioni, mortalità alla nascita o altri problemi riproduttivi.

La diagnosi precoce diventa particolarmente importante per la Campania, dove la filiera bufalina ha un peso economico e occupazionale notevole. Capire rapidamente se si tratta di poche positività circoscritte oppure di una circolazione più diffusa permette di organizzare meglio i controlli e valutare eventuali misure specifiche.

Al momento non risulta disponibile un vaccino specifico di uso corrente contro Shamonda. La prevenzione si basa quindi sulla sorveglianza veterinaria, sul controllo degli animali e degli insetti vettori e sulla riduzione delle condizioni che favoriscono la proliferazione dei Culicoides, compresi i ristagni d’acqua.

Restano da chiarire dimensioni e caratteristiche dei casi campani

Alla data di pubblicazione della notizia, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno doveva ancora fornire il quadro dettagliato delle positività rilevate nel Salernitano.

Tra le informazioni attese c’erano il numero di campioni positivi, la specie degli animali coinvolti, il numero di allevamenti interessati, l’eventuale presenza di sintomi e le circostanze nelle quali erano state individuate le positività. Un altro elemento importante riguardava la caratterizzazione genetica del virus, necessaria per capire se esistessero collegamenti con gli Orthobunyavirus “Shamonda-like” recentemente osservati in altre zone d’Europa.

Fino alla disponibilità di questi dati, il quadro richiede quindi prudenza in entrambe le direzioni. La presenza del virus non va ignorata, soprattutto per le possibili conseguenze sugli animali gravidi, ma non deve neppure essere trasformata in un allarme alimentare non sostenuto dalle evidenze disponibili.

Per i consumatori, il dato più importante rimane questo: allo stato attuale delle conoscenze non risultano casi di malattia umana attribuiti a Shamonda e non esistono prove che latte, mozzarella o carne rappresentino una via di trasmissione del virus all’uomo.

Fonte:

Friedrich-Loeffler-Institut - virus Shamonda

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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