Dieta e età biologica: cosa è cambiato in sole 4 settimane

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
Divulgatore scientifico
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Data articolo – 27 Settembre, 2026

persona mangi un pasto sano

Cambiare alimentazione può modificare in poche settimane alcuni dei parametri con cui viene stimata l’età biologica dell’organismo. È quanto suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Aging Cell, nel quale i ricercatori dell’Università di Sydney hanno analizzato l’effetto di quattro diversi modelli alimentari su un gruppo di persone anziane.

Lo studio ha coinvolto 104 adulti tra 65 e 75 anni inseriti nel trial Nutrition for Healthy Living. Per quattro settimane tutti i pasti sono stati preparati e consegnati direttamente dai ricercatori, permettendo così di controllare con precisione la composizione della dieta.

I partecipanti non dovevano contare le calorie e potevano mangiare liberamente gli alimenti forniti. Alla fine del periodo sperimentale, in tre dei quattro gruppi sono state osservate riduzioni nella stima dell’età biologica. Il cambiamento più evidente è comparso in chi seguiva una dieta contenente alimenti sia vegetali sia animali, ma con meno grassi e una quota maggiore di carboidrati.

Cosa significa davvero “età biologica”

L’età cronologica è semplicemente il numero di anni trascorsi dalla nascita. L’età biologica prova invece a descrivere quanto “vecchio” appare l’organismo sulla base di una serie di parametri fisiologici. Per calcolarla, i ricercatori hanno utilizzato il Klemera-Doubal Method, o KDM, un metodo che combina diversi indicatori legati all’invecchiamento in un unico valore.

Sono state applicate due versioni del calcolo, basate rispettivamente su sette e 15 marcatori. Tra questi figuravano colesterolo, glicemia, insulina, pressione arteriosa, circonferenza vita e indice di massa corporea. Proprio perché l’età biologica viene ricavata da questi parametri, può cambiare anche nel giro di poco tempo se migliorano o peggiorano metabolismo, pressione, infiammazione o composizione corporea.

Questo è uno dei motivi per cui i risultati dello studio devono essere interpretati con prudenza.

Quattro diverse diete confrontate per un mese

I 104 partecipanti sono stati assegnati casualmente a quattro gruppi alimentari, senza poter scegliere il modello da seguire.

Due diete comprendevano alimenti vegetali e animali, con circa il 50% delle proteine proveniente da fonti animali. Le altre due erano invece semi-vegetariane, con il 70% delle proteine di origine vegetale. Ognuno di questi due modelli veniva poi ulteriormente differenziato in base alla distribuzione dei macronutrienti: una versione prevedeva più grassi e meno carboidrati, mentre l’altra conteneva meno grassi e più carboidrati.

In tutte e quattro le diete, le proteine fornivano il 14% dell’energia totale.

In questo modo i ricercatori hanno potuto osservare se il rapporto tra grassi e carboidrati e la provenienza delle proteine avessero effetti differenti sui marcatori utilizzati per stimare l’età biologica.

Il risultato più netto con meno grassi e più carboidrati

La dieta ricca di grassi che comprendeva alimenti di origine animale, e che secondo gli studiosi assomigliava maggiormente all’alimentazione abituale dei partecipanti, non ha prodotto cambiamenti significativi nella stima dell’età biologica.

Negli altri tre gruppi, invece, il valore è diminuito. Il risultato statisticamente più convincente è stato osservato nel gruppo che consumava sia alimenti vegetali sia animali, ma con una quantità inferiore di grassi e una maggiore quota di carboidrati.

Dopo aver corretto i dati per le differenze presenti all’inizio dello studio, l’età biologica stimata di questo gruppo risultava tra 3,5 e 4,1 anni più bassa rispetto a quella del gruppo di confronto che seguiva la dieta più ricca di grassi. La differenza variava leggermente a seconda della versione del metodo KDM utilizzata.

Più carboidrati non significa più zuccheri

Uno degli aspetti che potrebbe prestarsi maggiormente a equivoci riguarda proprio la quota di carboidrati. La dieta associata al cambiamento più marcato non era ricca di dolci, bevande zuccherate, pane bianco o altri prodotti fortemente raffinati.

I carboidrati provenivano soprattutto da alimenti integrali e minimamente processati. Gli autori sottolineano quindi che i risultati non possono essere estesi automaticamente a un’alimentazione ricca di zuccheri semplici o carboidrati raffinati. I gruppi nei quali l’età biologica stimata è diminuita assumevano inoltre più fibre, meno grassi e meno proteine animali rispetto alle loro abitudini precedenti.

Secondo uno degli autori dello studio, Alistair Senior, anche l’assunzione di grassi saturi potrebbe aver contribuito a spiegare le differenze osservate tra il gruppo ad alto contenuto di grassi e gli altri tre.

Non significa essere ringiovaniti di quattro anni

È il punto più importante dell’intero studio. Una riduzione di quattro anni nella stima dell’età biologica non significa che una persona abbia realmente invertito quattro anni di invecchiamento in un mese. Lo stesso Senior ha precisato che descrivere i partecipanti come biologicamente più giovani sarebbe una semplificazione eccessiva.

Più correttamente, dopo l’intervento alimentare alcune persone presentavano un profilo di biomarcatori simile a quello che ci si aspetterebbe in una persona più giovane. La differenza è sostanziale. Parametri come glicemia, colesterolo, insulina e pressione possono modificarsi relativamente rapidamente quando cambia l’alimentazione. Poiché questi stessi valori vengono utilizzati nel calcolo del KDM, anche la stima dell’età biologica può muoversi in poco tempo.

Perché l’età biologica può cambiare rapidamente

Gli indicatori utilizzati per valutare l’invecchiamento biologico non sono necessariamente fissi. Ricerche precedenti hanno mostrato, per esempio, che periodi di forte stress possono far aumentare temporaneamente alcune misure dell’età biologica, che possono poi diminuire nuovamente durante la fase di recupero.

Lo stesso può accadere con l’alimentazione. Modificare ciò che si mangia può avere effetti relativamente rapidi su glicemia, colesterolo, pressione, insulina e infiammazione.

Il risultato osservato nello studio potrebbe quindi indicare che l’organismo ha risposto positivamente alla nuova dieta senza necessariamente dimostrare che il processo di invecchiamento nel suo complesso sia stato rallentato. I ricercatori non sono ancora in grado di distinguere con certezza queste due possibilità.

Lo studio è durato soltanto quattro settimane

La durata rappresenta uno dei principali limiti della ricerca. Il trial è proseguito per appena quattro settimane, un periodo troppo breve per stabilire se i cambiamenti osservati si mantengano nel tempo. Non è noto, per esempio, cosa sia accaduto all’età biologica stimata una volta che i partecipanti hanno smesso di ricevere i pasti preparati dai ricercatori e sono tornati alle proprie abitudini.

Lo studio non permette neppure di stabilire se la diminuzione dei biomarcatori abbia ridotto concretamente il rischio di sviluppare malattie legate all’invecchiamento o se abbia avuto un effetto sulla durata della vita. Per rispondere a queste domande sarebbero necessari studi molto più lunghi.

Un campione piccolo e già relativamente sano

Un altro limite riguarda il numero e le caratteristiche dei partecipanti. La ricerca ha coinvolto 104 anziani australiani relativamente sani e, già all’inizio dello studio, molti mostravano profili fisiologici più giovani di quanto ci si sarebbe potuti aspettare in base alla loro età cronologica.

Questo rende più difficile estendere automaticamente i risultati a persone con malattie croniche, a fasce di età differenti o a popolazioni con caratteristiche diverse. Anche per questo gli autori considerano lo studio un punto di partenza più che una dimostrazione definitiva.

Cosa suggerisce realmente lo studio

Il lavoro non dimostra che una determinata dieta possa invertire l’invecchiamento. Mostra però che alcuni indicatori utilizzati per descrivere l’età biologica possono cambiare rapidamente quando viene modificata l’alimentazione.

Nel gruppo con il risultato più evidente, una dieta con meno grassi, più carboidrati provenienti principalmente da alimenti poco lavorati e un maggiore apporto di fibre è stata associata a un profilo biologico stimato tra 3,5 e 4,1 anni più giovane rispetto al gruppo ad alto contenuto di grassi. Rimane da capire se questo spostamento rappresenti soltanto una risposta temporanea di metabolismo e sistema cardiovascolare oppure un cambiamento capace di influenzare davvero l’invecchiamento nel lungo periodo.

Per ora, quindi, parlare di “ringiovanimento” sarebbe prematuro. Lo studio suggerisce però che alcuni segnali biologici legati all’età sono molto più dinamici di quanto potrebbe sembrare e possono rispondere all’alimentazione anche nel giro di poche settimane.

Fonte

Aging Cell - Short-Term Dietary Intervention Alters Physiological Profiles Relevant to Ageing

Ultimo aggiornamento – 22 Settembre, 2026

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