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Trovata la causa dell’Alzheimer

Alessandra Lucivero | Editorial Manager a Pazienti.it

Ultimo aggiornamento – 16 Aprile, 2015

Trovata la causa dell’Alzheimer

Scoperta la causa principale dell’Alzheimer, o almeno questa è la notizia giunta nelle ultime ore dagli Stati Uniti. Secondo un team di ricercatori della Duke University, bloccando la difluorometilornitina, si ridurrebbe il consumo di arginina e il numero delle cellule dette “placche amiloidi”, causa, insieme al malfunzionamento delle proteine Tau, della malattia neuro-degenerativa.

Lo studio

Gli scienziati hanno testato le sperimentazioni sui topi da laboratorio con un sistema immunitario precedentemente modificato e reso simile a quello umano. In questo modo, hanno potuto valutare il ruolo chiave dell’arginina, aprendo la strada a nuove possibili terapie.

Se sarà accertato anche negli uomini che il consumo di arginina gioca un ruolo così importante nel processo degenerativo, forse potremmo bloccarlo e invertire il corso della malattia“, ha dichiarato Carol Colton, professore di Neurologia alla Duke University School of Medicine, e tra gli autori dello studio pubblicato sul Journal of Neuroscience.

Una scoperta rivoluzionaria che potrebbe cambiare definitivamente l’approccio medico alla malattia.

Le cure dell’Alzheimer: una nuova speranza per il futuro

La difluorometilornitina (Dfmo), sostanza impiegata per bloccare l’effetto dell’arginina, potrebbe essere la chiave di volta per risolvere davvero questa patologia neurologica che, sino ad oggi, non conosce una cura.

L’approccio terapeutico attuale è mirato a rallentare le manifestazioni dell’Alzheimer, impiegando farmaci come tacrina, donepezil, rivastigmina e galantamin che agiscono sui sintomi. Una diagnosi precoce, anche in questo caso, può fare la differenza, seppure non sia sempre semplice per i familiari e le persone vicine ai pazienti colpiti riconoscere i primi segni.

L’Alzheimer in Italia

In Italia, sono circa mezzo milione le persone malate di demenza, con un’età quasi sempre superiore ai 60 anni. I pazienti non riescono più a vivere una vita normale e sono costretti a un supporto costante e giornaliero che ne condiziona la qualità della vita.

 

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