Il caldo non diventa pericoloso soltanto quando il termometro supera i 40 gradi. Il vero problema nasce quando l’organismo non riesce più a disperdere il calore che accumula. È quella soglia che molti esperti descrivono come un punto di rottura, oltre il quale il corpo fatica a mantenere stabile la propria temperatura interna.
Durante le ondate di calore, questo limite può essere raggiunto più facilmente, soprattutto nelle persone fragili. Anziani, bambini, pazienti con malattie croniche e persone che assumono più farmaci sono tra i gruppi che richiedono maggiore attenzione. Come ricorda Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, le ondate di caldo sono associate negli studi epidemiologici a un aumento della mortalità. Per questo, nei periodi più critici, i sanitari sono chiamati a monitorare con particolare cura chi è più esposto.
Il lavoro dei medici non riguarda soltanto l’intervento in emergenza. Conta molto anche la prevenzione: corretta idratazione, attenzione ai sintomi, verifica dei farmaci assunti e contatto tempestivo con il proprio medico in caso di peggioramento.
Perché non basta guardare i gradi sul termometro
Per capire quanto caldo possiamo sopportare, il numero indicato dal termometro non è sufficiente. A fare la differenza è la combinazione tra temperatura, umidità, esposizione al sole, vento, attività fisica, età e condizioni di salute.
Il concetto chiave è quello di temperatura di bulbo umido, un indice che combina calore e umidità e misura quanto il corpo riesca davvero a raffreddarsi attraverso la sudorazione.
Quando l’aria è secca, il sudore evapora più facilmente dalla pelle e aiuta a disperdere calore. Quando invece l’umidità è elevata, l’evaporazione rallenta: il sudore resta sulla pelle e il sistema di raffreddamento naturale diventa molto meno efficace.
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Per anni si è ritenuto che il limite fisiologico fosse una temperatura di bulbo umido di 35 °C, soglia oltre la quale il corpo non sarebbe più in grado di eliminare calore a sufficienza per sopravvivere a lungo. Studi più recenti indicano però che questo limite può essere più basso, soprattutto negli anziani e in condizioni di caldo umido.
Cosa succede quando il caldo supera la soglia di sicurezza
Quando l’organismo percepisce un eccesso di calore, prova a difendersi aumentando la sudorazione e la vasodilatazione cutanea. In pratica, porta più sangue verso la pelle per disperdere calore nell’ambiente.
Questo meccanismo, però, costringe il cuore a lavorare di più. La frequenza cardiaca aumenta e la pressione arteriosa può ridursi. Nelle persone anziane o con malattie cardiovascolari, questa fase può già creare difficoltà importanti. Con l’età, inoltre, la capacità di sudare diminuisce, la vasodilatazione è meno efficiente e le riserve cardiovascolari sono più limitate. Per questo, lo stesso livello di caldo può essere tollerato in modo molto diverso da una persona giovane e sana rispetto a un anziano fragile.
Se il calore continua ad accumularsi, può comparire la fase di esaurimento da calore. I segnali includono stanchezza intensa, nausea, mal di testa, crampi muscolari e vertigini. È una condizione ancora reversibile, ma richiede un intervento rapido.
Quando la temperatura interna supera i 40 gradi
La situazione diventa molto più grave quando la temperatura corporea interna supera i 40-41 °C e soprattutto quando si avvicina ai 43 °C. In questa fase può svilupparsi una risposta infiammatoria che coinvolge tutto l’organismo. Le proteine cellulari iniziano a danneggiarsi, la barriera intestinale diventa più permeabile, possono entrare nel sangue sostanze tossiche di origine batterica e si altera la coagulazione.
Le conseguenze possono essere severe: insufficienza renale acuta, danno epatico, danno muscolare, alterazioni neurologiche, coma e insufficienza multiorgano.
Non sempre, però, il processo è immediatamente irreversibile. Nelle fasi iniziali si può ancora intervenire in modo efficace, evitando che l’esaurimento da calore evolva verso il colpo di calore, la forma più grave e pericolosa.
Cosa fare prima che la situazione peggiori
La prima cosa da fare, quando compaiono segnali di sofferenza da caldo, è interrompere subito l’attività fisica. Continuare a muoversi significa produrre altro calore metabolico e peggiorare il bilancio termico del corpo. Subito dopo bisogna spostarsi in un ambiente più fresco: all’ombra, in un luogo ventilato o, meglio ancora, in un locale climatizzato. Ridurre il carico termico è essenziale.
Il raffreddamento deve essere attivo. Si può bagnare la pelle con acqua fresca, usare asciugamani bagnati o freddi, favorire l’evaporazione con un ventilatore e, quando possibile, immergere avambracci o piedi in acqua fresca. Questi interventi aiutano il corpo a disperdere calore più rapidamente.
È importante anche reintegrare liquidi ed elettroliti. La sudorazione non comporta soltanto perdita d’acqua, ma anche di sodio e altri sali minerali. Per questo è consigliabile bere spesso, senza aspettare la sete, privilegiando acqua e, in caso di attività fisica prolungata, soluzioni con elettroliti.
I sintomi da non ignorare
Alcuni segnali devono far sospettare una situazione più seria. Confusione, alterazione dello stato di coscienza, difficoltà a camminare, vomito persistente, perdita di coscienza, pelle molto calda e riduzione della sudorazione possono indicare un possibile colpo di calore. In questi casi non bisogna aspettare. È necessario attivare immediatamente i soccorsi, iniziare il raffreddamento rapido e trasferire la persona in ospedale.
Anche l’abbigliamento può contribuire alla prevenzione. Indumenti leggeri, larghi e chiari favoriscono la dispersione del calore, mentre tessuti pesanti o sintetici possono ostacolarla. Il caldo estremo non agisce allo stesso modo su tutti. Il limite sopportabile dipende dal corpo, dall’ambiente e dalle condizioni personali. Per questo, nelle giornate più difficili, la regola più importante resta ascoltare i segnali dell’organismo e intervenire prima che la fatica diventi emergenza.
Fonti:
Nature - Deadly heat stress conditions are already occurring