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Come togliere la “r” e la “s” moscia

Ultimo aggiornamento – 14 Aprile, 2020

R e S Moscia: come Toglierle

 A cura di 


Togliere la cosiddetta “S con la zeppola” o la “R moscia” è possibile? Lo abbiamo chiesto a Francesca Mollo, logopedista per l’età evolutiva.

Partiamo dal principio. S con la zeppola, R moscia: sono difetti di pronuncia?

Bisogna sempre andare dal professionista proprio per capire se siamo davanti a un difetto di pronuncia o se invece è una spia di una difficoltà nell’organizzazione del sistema dei suoni. Il primo passo è verificare da dove nasce quella produzione scorretta, in quale scatola rientra. Capito questo, ogni “scatola” ha la sua specifica.

Se si tratta di un difetto di pronuncia? Il logopedista, anche in sinergia con il dentista, può verificare se c’è uno squilibrio dei muscoli orali, che può essere dovuto ai cosiddetti vizi orali: uso prolungato del ciuccio, dito, biberon. E poi c’è tutta la categoria dei bambini “respiratori orali”.

La maggior parte dei bimbi ha difficoltà a respirare con il naso: respirando con la bocca, tutto l’assetto anche muscolare viene modificato.

Pronunciare correttamente la R e la S richiede una competenza nel movimento della lingua sofisticata: ma se un bimbo respira con la bocca, il tono del muscolo lingua è diverso, la sua capacità di muoverla ridotta.

C’è un’età limite per l’uso di ciuccio?

Entro i 3 anni bisogna togliere il ciuccio, il dito (che è vizio orale più complesso e difficile da togliere – ma anche su questo il logopedista è il professionista di riferimento), il biberon.

Questi comportamenti influiscono sulla capacità di respirare, deglutire, gestire cibi con consistenze più solide e anche sulle capacità di pronuncia. Insegnare ai bambini a respirare con il naso, a soffiarsi il naso: anche su questo i genitori possono ricevere consigli e strategie dal logopedista.

A volte, invece, la pronuncia scorretta dei S e R è un segnale che il bimbo fatica a classificare suoni e/o nella co-articolazione, ovvero a usarli nella sequenza della parola: e dunque su suoni più complicati, cade.

In questo caso, il quadro è ascrivibile a lieve disturbo di linguaggio, che magari il bimbo ha riorganizzato. Valutarne l’entità dipende comunque sempre dal logopedista.

Anche su questo: quale è l’età limite?

Dai 4 anni in poi il linguaggio deve essere intellegibile. Se entro i 5 anni la produzione non è corretta, fare un’osservazione è meglio che non farla. Il bimbo in quella fase deve iniziare a ragionare sui suoni per preparare le pre-competenze che gli serviranno poi per processi cognitivi più complessi (es. imparare a leggere e scrivere).

Dunque il penultimo anno di materna è il momento giusto per un controllo.

Il controllo ci permetterà di capire se si tratta di un problema di organizzazione del linguaggio e dei suoni o se si tratta di un problema di articolazione legato a aspetti muscolari, vizi orali o di respirazione (o a volte a un insieme di concause).

L’importante è che il bimbo arrivi all’età in cui deve scrivere con la chiara percezione e articolazione dei singoli suoni.

E per gli adulti?

Anche per gli adulti, vale sempre il consiglio di riferirsi al professionista, che valuterà quale sia la strategia migliore per l’adulto, che ha strutturato quella produzione e dunque deve ristrutturare tutto il sistema. A partire dal monitoraggio della propria produzione in tutti i contesti, non solo in quelli controllati.

Dunque con gli adulti si fa un lavoro di allenamento, ma anche di strategia. A volte, possono essere necessari esercizi non semplicemente di produzione corretta del fonema, ma preparatori, di consapevolezza, etc. Insomma: il lavoro mai sul singolo suono.

Quanto tempo ci vuole in media per risolvere il problema?

L’impostazione dei trattamenti solitamente si articola su 10-12 sedute: ma dipende da quanto tu sei ricettivo e modellabile. Quanto la persona si modifica e in che tempo?

Teniamo presente anche che un conto è il risultato ottenuto, un altro conto la generalizzazione e l’automatizzazione di quel risultato, che solitamente presuppone un esercizio costante di mantenimento del paziente, il quale deve mantenere un focus su quell’aspetto, perché altrimenti il sistema tende a ritornare al punto di partenza.

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