Dopo i 65 anni mente ed emozioni possono aiutare il cervello

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 03 Settembre, 2026

signora di mezza età fa giardinaggio

Continuare a mantenere la mente attiva nel corso della vita potrebbe avere un ruolo importante nel preservare alcune capacità cognitive durante l’invecchiamento. È quanto emerge da due nuovi studi condotti dal laboratorio della professoressa Raffaella Rumiati della SISSA, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, pubblicati sulle riviste Neuropsychology e Brain Sciences

I ricercatori hanno analizzato le prestazioni di un gruppo di adulti con più di 65 anni, sottoponendoli a differenti prove cognitive con l’obiettivo di individuare i fattori associati a un migliore funzionamento mentale in età avanzata.

I risultati confermano l'importanza della cosiddetta riserva cognitiva, cioè l’insieme delle risorse mentali costruite durante la vita attraverso istruzione, esperienze professionali e attività svolte nel tempo libero che richiedono un certo impegno intellettuale. 

Studiare, lavorare in contesti mentalmente stimolanti e mantenere interessi attivi non significa impedire l’invecchiamento del cervello, ma può contribuire a sostenere alcune funzioni cognitive e a rendere più efficiente il modo in cui vengono utilizzate le risorse disponibili.

La riserva cognitiva sembra favorire anche il linguaggio

Nel primo dei due studi, la cui prima autrice è Elisabetta Pisanu, i ricercatori si sono concentrati soprattutto sulle capacità linguistiche. Le persone caratterizzate da una maggiore riserva cognitiva hanno ottenuto risultati migliori nei compiti legati al linguaggio, mostrando una maggiore facilità nell’esprimersi e nel recuperare le parole corrette.

Questo aspetto può assumere una particolare rilevanza con l’età, quando alcune persone possono sperimentare più frequentemente quella sensazione di avere una parola “sulla punta della lingua” senza riuscire a richiamarla immediatamente. I dati raccolti suggeriscono che le esperienze accumulate nel corso degli anni possano fornire una sorta di patrimonio cognitivo utile per affrontare in maniera più efficiente questi compiti.

Non emerge però soltanto il ruolo dell’allenamento mentale. Anche le emozioni sembrano entrare nel quadro. Nello stesso studio, infatti, le emozioni positive sono risultate associate a migliori prestazioni linguistiche, suggerendo che lo stato emotivo e il funzionamento cognitivo possano essere più strettamente collegati di quanto si potrebbe pensare.

Anche memoria di lavoro ed emozioni sembrano essere collegate

Il secondo studio, guidato come prima autrice da Stefania Lucia, ha esaminato in particolare la memoria di lavoro, vale a dire la capacità di mantenere temporaneamente alcune informazioni, elaborarle e utilizzarle per portare a termine un compito. È una funzione che utilizziamo continuamente nella vita quotidiana, per esempio quando dobbiamo ricordare un’informazione per pochi secondi mentre ne stiamo elaborando un’altra.

Anche in questo caso, una maggiore riserva cognitiva è risultata collegata a prestazioni migliori. Ma i ricercatori hanno osservato nuovamente un contributo della sfera emotiva. Le emozioni non sembrano limitarsi a influire sulla qualità della prestazione, ma possono modificare anche il modo in cui una persona reagisce agli stimoli ricevuti.

Un ruolo particolare è stato attribuito all’intelligenza emotiva, definita come la capacità di riconoscere, comprendere e utilizzare le emozioni per orientare pensieri, comportamenti e relazioni. I partecipanti con livelli più elevati di questa capacità hanno mostrato risposte differenti agli stimoli emotivi, evidenziando quanto la gestione delle emozioni possa intrecciarsi con i processi cognitivi.


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Cervello ed emozioni non funzionano come sistemi separati

Nel complesso, i due lavori rafforzano l’idea che un’esistenza ricca di stimoli dal punto di vista intellettuale possa contribuire a preservare alcune funzioni cognitive durante l’invecchiamento. Allo stesso tempo, indicano che la componente emotiva non dovrebbe essere considerata separatamente dal funzionamento della mente.

Riserva cognitiva e risorse emotive sembrano infatti interagire tra loro, contribuendo insieme a un invecchiamento cognitivo più efficiente. Non si tratta quindi soltanto di continuare a imparare o di svolgere attività mentalmente impegnative: anche il modo in cui vengono riconosciute, interpretate e gestite le emozioni può avere un peso nel modo in cui il cervello affronta l’avanzare dell’età.

Entrambi gli studi sono stati realizzati nell’ambito di Age-It: Ageing Well in an Ageing Society, un ampio programma di ricerca italiano dedicato allo studio delle sfide e delle opportunità legate all’invecchiamento della popolazione.

Fonti
 
Sissa - Healthy ageing: Training the Mind and Emotional Skills Helps Keep the Brain Healthy

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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