Dormire male potrebbe essere uno dei primi segnali dell’Alzheimer nelle donne

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 22 Maggio, 2026

donna non riesce a dormire

La qualità del sonno potrebbe avere un legame molto più stretto con l’Alzheimer di quanto si pensasse. Un nuovo studio condotto da ricercatori statunitensi suggerisce infatti che, in alcune donne geneticamente predisposte alla malattia, i disturbi del sonno potrebbero rappresentare uno dei primi segnali di cambiamenti cerebrali associati all’Alzheimer.

Da anni gli studiosi cercano di capire il rapporto tra sonno e deterioramento cognitivo. È noto che dormire male aumenta il rischio di sviluppare problemi neurologici con l’età, ma è anche vero il contrario: l’Alzheimer stesso può compromettere il sonno a causa dell’accumulo nel cervello delle cosiddette proteine tau, coinvolte nella progressione della malattia. Quello che resta ancora poco chiaro è quale dei due fenomeni venga prima.

Il collegamento tra sonno, memoria e proteine tau

Per approfondire la questione, i ricercatori hanno analizzato un gruppo di 69 donne con più di 65 anni, tutte considerate a rischio elevato di Alzheimer per motivi genetici. Le partecipanti hanno compilato questionari sulla qualità del sonno, indicando aspetti come durata, efficienza e difficoltà ad addormentarsi. Successivamente sono state sottoposte anche a test standardizzati sulla memoria.

Inoltre, 63 delle partecipanti hanno effettuato scansioni cerebrali per misurare l’accumulo della proteina tau in specifiche aree del cervello associate all’Alzheimer. I risultati hanno mostrato un dato interessante: le donne che riferivano un sonno peggiore tendevano anche ad avere prestazioni inferiori nella memoria visiva e maggiori accumuli di tau. Tuttavia questa associazione compariva soltanto nel gruppo con il rischio genetico più elevato.

Secondo gli autori dello studio, questo potrebbe significare che il cattivo sonno non sia soltanto una normale conseguenza dell’invecchiamento, ma un possibile indicatore precoce della malattia in persone particolarmente vulnerabili.

Uno studio ancora preliminare

I ricercatori sottolineano comunque che i dati non permettono ancora di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. Le partecipanti non sono state monitorate per molti anni nel tempo e lo studio presenta alcuni limiti importanti. Per esempio, l’associazione è emersa soltanto per la memoria visiva — cioè la capacità di ricordare forme e spazi — mentre non sono stati osservati cambiamenti nella memoria verbale.

C’è poi un altro elemento che complica il quadro: alcune donne con rischio genetico più basso hanno riferito qualità del sonno persino peggiori, senza però mostrare lo stesso accumulo di tau o gli stessi problemi cognitivi. Questo suggerisce che il rapporto tra sonno e Alzheimer possa essere molto diverso da persona a persona.


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Perché il sonno interessa sempre di più i ricercatori

Nonostante le incertezze, il sonno resta uno dei fattori più interessanti per gli studiosi perché, a differenza della genetica, è almeno in parte modificabile. Migliorare la qualità del riposo potrebbe aiutare a ridurre alcuni rischi legati al deterioramento cognitivo, anche se questa ricerca non dimostra direttamente che dormire meglio prevenga l’Alzheimer.

Gli autori spiegano che il loro lavoro aggiunge nuove informazioni su un rapporto probabilmente “bidirezionale”: il sonno disturbato potrebbe favorire la malattia, mentre la malattia stessa potrebbe peggiorare il sonno già nelle sue fasi iniziali. Ed è proprio questa possibilità che oggi sta attirando sempre più attenzione nella ricerca neurologica.

Fonti

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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